Uno spettro si aggira per la Terra

Edo Ferrini

Edo Ferrini


Uno spettro si aggira tra i risentiti e gli esclusi della Globalizzazione. Marx sotto mentite spoglie? Una rivendicazione postcoloniale? Un nuovo sciame di “vite di scarto” (come diceva Zygmunt Bauman)?

Anche ma non solo –  perché secondo la riflessione di Fabrice Dubosc portata avanti in Sognare la terra. Il troll nell’ Antropocene (in uscita da Exòrma a fine maggio 2020) – il confine tra  rivendicazione e risentimento è esile e sovente trasforma il diritto alla critica in odio gratuito.  L’energia dello  spettro anima hater e  troll, emblemi di un nichilismo piccino, nella sua odierna forma digitalizzata che si manifesta nei blog, nelle chat, nei dibattiti televisivi.

L’autore traccia un percorso che intreccia la coscienza sociale di matrice decoloniale (con riferimenti a Fanon e Mbembe) con i temi legati alle “ecologie degli altri” (efficace il ricorso all’epistemologia amerindiana  per cui le “foreste pensano”).

Percorso complesso ma ricco di tracce che invitano a seguirlo, percorso reso ancora più urgente alla luce del recente Covid-19 che cortocircuita la “vicinanza” globale mentre evidenzia il conflitto tra uomo predatore e ambiente, tale da rendere l’animale selvatico “untore originario”.

Come ogni riflessione rilevante il testo di Dubosc, moltiplica le prospettive, ha a cuore le domande  più che le ricette pronte. L’antidoto al facile odio del troll passa per un lavorio sotterraneo di consapevolezza dell’ingiustizia e dei privilegi insiti nei rapporti di dominio ma da percepire in quanto tali, prima ancora di rivendicare la loro evacuazione in una simmetrica logica di esclusione.

La parte centrale del testo mette a fuoco l’importanza del discorso sulla vulnerabilità,  collegando le riflessioni sulla non violenza di Judith Butler come antidoto alla rabbia che ogni lutto genera, con quelle sulla partecipazione attiva alla costruzione del mondo di Simone Weil.  

La riflessione di Fabrice Dubosc delinea un’alternativa a un tempo politica e “clinica” (di cura e attenzione) che appare lontana dalla vis distruttrice che soventa anima la critica fine a sé stessa.

Il Troll  nelle fiabe e nelle raffigurazioni antiche è un mostro di aspetto sgradevole, oltretutto non molto intelligente, è una macchina da guerra abbastanza incapace di colpi di scena, a differenza di altre creature mostruose più intelligenti e ammirabili quali draghi, o goblin, mostruosi ma non stupidi. Ciò che il troll mostra di sé è per esempio la parolaccia o l’offesa gratuita e reiterata. Il troll è un uomo contro o contrario, un pesce fuor d’acqua che confonde la rivendicazione sociale con il bisogno di identificare un nemico da combattere. A volte diventa un trickster, un troll intelligente o sofisticato, ma pur sempre un fondamentalista dell’individualismo.

Il messaggio più importante nel testo di Fabrice Dubosc sulle conseguenze dell’ odio e del risentimento individuale e collettivo dell’era comunemente definita Antropocene, è che nella società non esistono fenomeni innocenti o superficiali solo perché agiti dalla stupidità. Sarebbe troppo facile analizzare i cambiamenti sociali tramite l’alta letteratura, tralasciando il linguaggio dell’ignoranza. Anche perché il populismo è l’apoteosi del linguaggio ignorante. Il troll infatti non è solo una porcheria digitale, nasconde  sentimenti come l’autoghettizzazione, il vittimismo, e la paura per le utopie. Colpisce poi la contrapposizione tra il trionfo dell’uomo nella terminologia Antropocene, e l’emergere della bruttezza disumana o sovrumana del troll. L’ambiente deturpato come nel caso della foresta amazzonica mette l’uomo di fronte allo spettro del troll che probabilmente in origine era emblema di una connessione possibile tra noto e ignoto, visibile e invisibile.

Il problema dell’hater però è che non conosce la soglia che separa le ingiustizie subite e quelle temute. E soprattutto, il suo e nostro problema, è che parla anche a nome nostro. Da questo punto di vista lo spettro del troll sopravvive pienamente nei populismi assimilando nel risentimento contestatori e conservatori dello status quo. 

Occorre essere più precisi ed esplicitare nel concreto quali sono le dimensioni sociali e addirittura filosofiche del mostro contestatore. In primo luogo il risentimento, un tema molto caro a Nietzsche secondo il quale il risentito è una persona che rinuncia alla propria volontà di potenza, sottomettendosi ad un potere, che rappresenta come  giusto, per non ammettere di essere debole sottomettendosi ad esso. Ma cosa succede se il risentito e il risentimento si svegliano dal torpore? E poi, e in questo Dubosc traccia un percorso preciso ed affidabile, perché oggi assistiamo a così tanto risentimento? Forse perché siamo passati per tante riforme sociali, utopie riformatrici e rigeneratrici che non hanno saputo nascondere le disuguaglianze che promettevano di indebolire o eliminare.

Basti pensare ai miliardari di Internet che si sono arricchiti fuori misura  usando una base teoricamente del tutto aperta e democratica, il web. Oppure basta pensare al rapporto molto stretto tra progresso tecnologico e distruzione dell’ambiente (il vero e proprio germe dell’Antropocene), o ad un modello di integrazione basato sull’omologazione del consumismo e sul successo economico nella società.

Non si può negare che il risentimento abbia valide ragioni, il problema è che diventando fine a se stesso, la rivendicazione rischia di trasformarsi in qualunquismo e in esibizionismo.  Per i troll le riforme nascondono complotti, ingiustizie pronte ad esplodere, tali da rendere le idee di rigenerazione rinnovamento, utopie da temere, perché da un giorno all’altro potrebbero diventare distopie e nuove disillusioni.

Il troll sostiene che non si può costruire un’etica, e che siamo tutti vittime. L’ambiente diventa allora una costrizione alla co-abitazione forzata,  nella visione distopica della globalizzazione. Ma Dubosc è attento a farlo notare, invocando addirittura gli sciamani Yanomami:  l’ambiente non è uno spazio delimitato dai conflitti, è il luogo dove l’equilibrio si rinnova per tutti i viventi malgrado e grazie ai conflitti. 

Edo Ferrini insegna storia e filosofia in un liceo. A breve uscirà il suo “Il Falso Specchio. La crisi del reale nel cinema” (Sentieri Selvaggi – Go Ware)

ripensare il comune

Qualche spunto dagli eventi contemporanei per ragionare di ciò che è Comune.

  • Bolsonaro dichiara all’ Onu che l’Amazzonia non è patrimonio dell’umanità
  • Immediatamente dopo la conferenza sul clima, il presidente americano Trump dichiara – sempre all’Onu che “il futuro non appartiene ai globalisti, ma ai patrioti”
  • Dopo l’ambigua definizione da parte della Presidentessa della Commissione Europea von der Leyen di un nuovo incarico per gestire la questione migrante in relazione alla supposta difesa dello ‘stile di vita europeo’ (??) il parlamento europeo vota una risoluzione che equipara comunismo e fascismo.

Parto da quest’ultima considerazione – certamente ogni ideologizzazione che sfocia nel totalitarismo parte dall’idea della difesa del bene. Ogni idea di bene, anche la più pura, ideologizzandosi a partire da difese paranoidi (legate a una pulsione di autoconservazione) può sfociare nel peggio. In nome di Cristo o Maometto nella storia si sono bruciati eretici, dichiarate crociate e guerre di religione, torturati dissidenti. Malgrado i messaggi del cristianesimo o dell’Islam non fossero intrinsecamente perversi o paranoici – anzi  tendessero all’universalismo e all’inclusione! –  Ma l’idea di bene può essere pervertita nel momento in cui genera esclusione a partire da un deposito non elaborato di risentimento, cioè attingendo a lutti non elaborati, rifiutando la condivisione della vulnerabilità che ci accomuna. E tuttavia il messaggio originale aveva a cuore il bene comune in senso ampio. C’è dunque una differenza di fondo anche tra comunismo e fascismo: nel caso del primo la tensione ideale (forse troppo ideale come aveva ben visto Benjamin immaginando un impotente ‘angelo della storia’), aspira alla solidarietà, alla giustizia sociale, all’emancipazione per tutti a prescindere dall’appartenenza nazionale, all’emancipazione dalle disuguaglianze, dalla colonizzazione e dal potere che deriva dalla capitalizzazione del lavoro altrui.  Non che un’idea giusta di per sé modifichi la tendenza umana alla prevaricazione, a innamorarsi del potere! Ma nel caso del nazi-fascismo vi è una diversa idea di bene – ‘bene’, sì ma come il ‘bene’ del familismo indissolubile in cui l’idea di un vincolo da tutelare a tutti i costi ‘contro’ tutti e tutto implica una profonda inautenticià dell’amore (e può sfociare nel femminicidio). In altre parole il legame si costruisce sempre sul possesso, sull’esclusione e sul dominio. In un universo dominato dalla forza cieca, diceva il credo nazista, è la forza che ci costituisce e per difendere la razza, la nazione, lo Stato, la forza cieca deve schiacciare ogni vulnerabilità, ogni forma estranea a ciò che si ritiene di dover difendere, terra e sangue.

1 e 2. Quanto alle prime due notizie viene veramente in mente quanto dice Amitav Gosh ne ‘La grande cecità’ e cioè che la macchina militare americana – consapevole che ridurre davvero le emissioni comporterebbe un cambiamento radicale – e inaccettabile – nello ‘stile di vita’ americano (e non solo) – ha allertato il mondo a uno scenario ambientale catastrofico reputato dall’intelligence Usa ‘ineluttabile’. Di fronte a questo scenario la difesa locale della forma di governo implica un ritorno a forme di competizione commerciale più antagoniste tra nazioni per tentare di fare in modo che il mondo si divida tra Sovrani, Salvati e Sommersi. Chi siano i sovrani è abbastanza ovvio, gli interessi irrinunciabili dell’accumulazione e del profitto a breve termine in un complesso intreccio tra interessi locali e transnazionali in cui il gioco della guerra commerciale può anche trovare il suo posto, ma soprattutto essere uno dei puntelli della propaganda rinnovata della forza escludente. Come vendere allora l’idea di ‘salvezza’? Quale farmaco dare in pasto a moltitudini di occidentali impoveriti che si troveranno di fronte alla catastrofe climatica e a milioni di rifugiati se non la supposta panacea dei muri, dei fili spinati, dei campi di concentramento e sopratutto del veleno identitario che esalta, alimenta e si alimenta di quell’inesauribile deposito di risentimento che i popoli del privilegio occidentale si illudono di poter scaricare contro chi arrivando dichiara che il re è nudo, che il capitalismo ha fallito e per altro obbligandoci a guardare a lutti e ferite storiche mai elaborate. Per altro se la catastrofe climatica è ineluttabile, come non preparare ‘i popoli’ sin da ora ad escludere i sommersi che minaccerebbero una qualità di vita e di servizi sempre più impoverita dall’avidità neoliberista e in un ambiente sempre più degradato. Tale farmaco velenoso rivendica il diritto a una supposta buona vita incattivita nel disdegno anestetizzato per chi nel mare fin da ora muore.

Nasce tuttavia in molti proprio in reazione a tutto ciò l’esigenza di ridisegnare, ripensare l’idea di comune e dei suoi usi e milioni di giovanissimi lo percepiscono in modo essenziale, rapidissimo, come un’evidenza, così come è evidenza per loro essere nativi digitali. L’ambiente è un ineludibile tutto-mondo e così la nostra comune vulnerabilità. La clinica dell’antropocene non può essere disgiunta da nessun’altra questione per ripensare oggi il comune, l’uso degli spazi, del tempo, del lavoro, di ciò che nel desiderio e nella partecipazione ci connette alla realtà e rigenera spazi di resistenza civile e affettiva in un mondo impoverito.