Lavorio del lutto e Ethos della Terra

Una paziente che si sta iscrivendo a un master in death studies mi racconta un sogno (e mi accorda il permesso di raccontarlo)-

“sto andando a iscrivermi al primo anno di università…il luogo è immenso come se connettesse due atenei diversi… mi accolgono delle bidelle vestite di blu molto gentili… nessun accademico in vista – una delle bidelle mi accompagna – c’è un lunghissimo corridoio e una sorta di situazione notturna circense-punk un po’ dark nelle varie aule che si aprono – poi  è di nuovo giorno e la bidella vuole che mi metta una tuta per l’esercitazione introduttiva nel prato –  solo in questo momento mi rendo conto che in realtà nel sogno mi sto iscrivendo al mio corso in death studies. L’esercitazione consiste nel tagliare l’erba e mi chiedo se sia l’erba di un camposanto….

Poi il sogno passa all’esercitazione successiva che va fatta con i delfini (associazione – quando muore un piccolo delfino le madri li spingono verso la superficie – non si è ancora capito se per tentare di rianimarli o come forma già rituale di lutto). Nel sogno i delfini prendono dei bambini piccoli (di 14 mesi) e prima li impastano di argilla lasciando fuori solo bocca e occhi – perché seccando grazie all’argilla che ingrigisce i bambini assumono l’aspetto di piccoli delfini –  Dopo averli buttati in acqua i delfini li spingono verso l’alto forse in una simulazione del lutto).”

Non aggiungo molto e lascio a ognuno le sue risonanze. Mi limito a sottolineare l’intreccio nel viaggio di formazione che include le subalternità amiche (le bidelle), lo show queer notturno, il taglio del prato e soprattutto la scena finale. Il tutto nel contesto di un tema che tocca il lutto ma anche la continuità e l’intreccio di vitamorte in una dimensione che mi sembra emerga da un inconscio quasi “prospettivista”

Di questa ultima scena sottolineo solo quanto significativa sia la prospettiva dei delfini, l’idea di un loro punto di vista e di una loro performatività, così come l’inconscio della sognatrice lo propone – il loro accomunare rivestendo di argilla i cuccioli d’uomo per sottolineare l’analogia con i cuccioli di delfino nel rituale del lutto. Entrambi terreni, con un’argilla che accomuna. In ebraico il primo uomo Adam, l’umano, creato dalla terra “a immagine e somioglianza del divino”(!) deriva dalla parola femminile “Adamah” che significa argilla rossa o argilla di sangue…

A me sembra molto significativo che in un corso onirico sulla morte e quindi sul lutto l’accento si sposti sull’insieme del vivente, sulla sua comune origine terricola, chtulucenica – come se l’ethos oggi emergente, la sensibilità affettiva condivisa che porta all’azione, co-generasse l’ethos della terra, dentro e a prescindere dalle differenze nelle prospettive e nelle lotte per il riconoscimento e l’identità…

Ho sentito recentemente parti di un webinar con Rosi Braidotti – che ora è stato tolto dall’etere (e anche questa mi sembra una scelta interessante – che sottolinea, in un’epoca di riciclo continuo di immagini pixellate, l’importanza e la possibilità della presenza anche di quella virtuale). Braidotti citava Viveiros de Castro e De Scola sottolineando che pur non essendo nelle sue corde anche la prospettiva post-secolare  emergente – specialmente nelle culture della resistenza indigena e nell’intreccio vitale dell’entanglement animista – è un aspetto che va ascoltato nella costruzione di una prospettiva di alleanza radicale includent, decoloniale e senza pretesa di “sintesi”.  

Parlando di etica affermativa aggiungeva che una delle parole in voga che iniziano ad andar strette è “vulnerabilità”, una parola che può facilmente diventare materia retorica per quelle tante “fragilità” che alimentano i discorsi populisti,  razzisti e sessisti.  Si tratta invece di fermarsi di ascoltare e imparare dal dolore e dal lutto, di coglierne la portata e il potenziale trasformativo e relazionale.

questo proposito segnalo un link a un articolo molto interessante https://atmos.earth/rest-resistance-colonization-black-liberation/?mc_cid=305a498737&mc_eid=b40fae9603&fbclid=IwAR3C_V2zja6ruWWYriMypTdDjmdFH_9JGQl3dBgVGagwe4KrFsndkDyBma8

L’articolo in questione segnala come le dinamiche performative del capitalismo tolgano insieme al riposo uno spazio onirico e immaginativo cruciale per i processi di decolonizzazione

Aggiungo che una psicologia decente ha imparato a diffidare dall’estrattivismo, anche da quello psicologico. Ciò che agisce lo fa nell’intreccio delle relazioni e delle prospettive. La psiche non è “dentro” e non è “dentro” che va curata ma “tra”…

Se la capacità di attraversare consapevolmente i lutti  è la premessa per acquisire questa qualità relazionale, forse solo da un lutto post-umanista può nascere un ethos della terra… e per post umanista non si intende la negazione dell’umano ma la ridefinizione di un concetto del tutto insufficiente nella sua declinazione storica.

Oggi ho visto Nomadland e a me è sembrato il riconoscimento emergente – persino nel mainstream cinematografico – che la comprensione di ciò che accade nel mondo non possa che nascere dalle crepe, dalle fratture, dalla vita ai margini, dentro e malgrado le rovine del capitalismo. Sarà che ho sempre pensato (e sperimentato) che “per un’anima affamata anche un’erba amara è dolce”, e che l’immaginazione affettiva trova di che nutrirsi,  anche se il capitalismo poi tenta di “sussumere”, di trasformare tutto in merce, ethos della Terra, nomadlanyd, prospettivismoallo stesso tempo la sua logica intrinseca non fa che moltiplicare le crepe. Dentro e fuori.  E non c’è algoritmo che tenga….

Ballando con lo spirito dell’acqua

Ballando con lo spirito dell’acqua – la nerezza come sfaldarsi decoloniale dell’Anthropos

trascrizione/traduzione di un webinar con Bayo Akomolafe a cura di Clinica della Crisi –

Il seminario tenuto da Bayo faceva parte di una “Awareness Conference” – un convegno webinar di ben tre giorni con molte presentazioni principalmente orientate sulle discipline del benessere e della consapevolezza interiore (mindfulness, yoga, meditazione, spiritualità varie). Trovo coraggiosa lucida e insolitamente efficace la capacità di Bayo di decostruire quel genere di “consapevolezza”, adattiva e collusiva – come sostiene – con la “spiritualità capitalista” e spostarla – la consapevolezza – sul piano del “perdersi”, del naufragio, del lutto, della fuga, del marronage e della trasformazione dell’estrattivismo individualista della modernità riprendendo dall’ecofemminismo le idee di intra-relazione e trans-corporeità.

L’altro tema tema cruciale del suo intervento riguarda proprio le politiche dell’identità. Bayo considera bianchezza e nerezza come dimensioni psico-geo-politiche che trascendono sia il posizionamento individuale che il colore della pelle. Non vi è ovviamente nulla di essenziale nel colore della pelle, è il dispositivo razziale che costruisce essenzialismi, a partire dall’eredità sistemica di un sistema di controllo radicato nel pensiero coloniale e razziale “che produce corpi e li dispone gerarchicamente”, da un ethos della modernità “modernità”, che ha radici anche più antiche, e che sembra aver “mangiato” il mondo. Parlarne in questi termini mi ricorda la posizione di Achille Mbembe quando parla del “divenir ne*ro del mondo”.

Bayo del resto tracciacon particolare chiarezza la connessione tra razzializzazione coloniale e crisi ambientale antropocentrica.

Consiglio di leggere la trascrizione ascoltando la voce di Bayo nel video originale in inglese. Troverete il link alla fine del testo.

«Comincio sempre dicendo questo: “i tempi sono urgenti – rallentiamo! “La prima volta che l’ho detto davanti a un pubblico è stato a Johannesburg nel 2014. E ricordo che alcuni dei mie amici tedeschi si erano entusiasmati all’idea di rallentare nell’urgenza dei tempi. Così uno di loro poi torna a lavorare a Bruxelles e mi scrive un lungo messaggio e dice: “Bayo questa storia di rallentare non funziona, sono tornato al lavoro e ho provato a scrivere i memo lentamente, a fare tutto lentamente, e ho rischiato di farmi licenziare. Qual è allora l’utilità, il vantaggio di rallentare?” Gli ho risposto che rallentare non è una funzione della velocità ma di una maggiore consapevolezza… se guidi in autostrada puoi rallentare ma asenza mai uscire dall’autostrada. Quando parlo di rallentare evoco e invoco la cosmologia Yoruba dei crocevia. I crocevia sono eventi cosmici, là dove qualcosa intercetta la linearità del progresso, quando qualcosa si mette di mezzo, quando le situazioni diventano fluide e liminali e trasversali, quando la progressione del movimento non è più possibile. Per altri questo può significare “crisi” ma per gli Yoruba significava opportunità. Così rallentare non significa ridurre la velocità sullo stesso binario su cui siamo costretti a procedere, ma lasciarsi cadere dagli algoritmi del progresso, uscire dall’autostrada e proseguire su altri percorsi… Non si tratta di scrivere più lentamente i memo, o di “saper staccare”, o di praticare yoga con più serietà. Ma di fare qualcosa di completamente diverso. Di questo vi voglio parlare oggi…

Vi parlerò della differenza tra consapevolezza e mindfulness, voglio parlarvi della modernità bianca e di quella che chiamo “interiorità dorata”, del fenomeno di un “dentro” indorato…

Chi mi ha invitato a parlare sa che mi piace decostruire – può diventare un po’ scomodo – quindi allacciatevi le cinture di sicurezza, anzi meglio di no, lasciate stare e vediamo dove andiamo a finire…

Parlerò di capacità di risposta in tempi di crisi e nell’Antropocene – 

Parlerò dell’emancipazione dall’Anthropos – l’umano – e l’umano non è solo questa figura bipede, l’umano è un vasto panorama ecologico, un terreno di eventi che creano mondi, un terreno che contiene e caratterizza il modo  con cui parliamo del tempo, dei corpi, delle identità, del sé… l’umano è più vasto delle unità biologiche con cui generalmente lo identifichiamo…parlo dell’Anthropos.

Parlerò anche della nerezza come esilio in fuga, e concluderò con una storia che è l’invito e il titorlo di questa conversazione. La storia dell’arrivo degli [schiavi]  Igbo nel 1803 – forse ne avete sentito parlare – ma è un resoconto storico affascinante di un miracolo accaduto lungo le coste della Giorgia. E spero che questo ci conduca a un diverso modo di considerare la consapevolezza….come qualcosa di mai completato, sempre in divenire… spero che riusciate ad annusare un odore diverso… e che alla fine di questo incontro le cose vi sembrino più strane di quanto non sembrino e che impariate a perdere la strada per trovarne di nuove.

Voglio iniziare con una storiella che ho sentito da ragazzo. Sono cresciuto in Nigeria, sono cresciuto nel sud cristiano della Nigeria, e andavo in chiesa ogni domenica, mercoledì giovedì e venerdì, e qualche volta anche di sabato  – ci voleva la Bibbia per cacciare il diavolo per tutta la settimana! – e c’è un’altra storia epica a a questo proposito di cui ho parlato nel mio libro e che non condividerò qui – ma quando vivi in quella subcultura impari un sacco di storie ‘cristiane’ –  e la storia che racconto qui è quella di un topolino che voleva sentirsi importante…

Il topolino voleva sentirsi forte e così attraversava ogni giorno un ponte, senza scopo, solo per andare avanti e indietro… un giorno il topo decise di farsi dare un passaggio da un elefante pensando “potrei farmi dare un passaggio intrecciando il mio corpo con quello dell’elefante” e l’elefante attraversa quel precario ponte tibetano e a causa del suo peso il ponte ondeggia da un lato all’altro, e quando arrivano dall’altra parte il topo esclama “ragazzi, l’abbiamo ben scosso quel ponte noi due, eh!”. Fine della storia. Il topo che si congratula con sé stesso e con l’elefante dicendo, “l’abbiamo fatto dondolare ben forte quel ponte….l’abbiamo fatto insieme, io e te!” Ho immaginato un sequel come mi piace fare, un seguito in cui accade qualcosa di tragico: e cioè che il topo, avendo attraversato così tante volte in questo modo  il ponte, si dimentichi del tutto dell’elefante, e pensi di essere lui l’elefante o di essere lui a fare ondeggiare il ponte tibetano con la propria “agentività”. E non so come finisca questo sequel… mi sono fermato su questo sviluppo tragico della perdita di memoria. Ed è forse qui che voglio introdurre un’altra storia che ci porterà a ragionare su quel fenomeno che sto cercando di descrivere e che chiamo ”interiorità dorata”.

Proviamo a pensare che il topo sia un’incarnazione di questa interiorità – e proviamo a immaginare che cosa non funzioni. In un universo relazionale gli Yoruba nutrono una cosmologia che è radicalmente diversa da quella delle tradizioni europee, dalle idee cartesiane o newtoniane, sui corpi come oggetti discreti e isolabili. Nel nostro racconto relazionale del mondo le cose non precedono le relazioni, sono le relazioni che precedono le cose…

È solo nel contesto di una relazione che Lauren e Ted [due partecipanti al seminario] si definiscono.Non hanno una identità pre-relazionale proprio come io e mia moglie emergiamo solo nel contesto della nostra relazione. Proprio come se osservi una particella a partire da un dispositivo che la misura, avrai una particella, ma se alteri un po’ il dispositivo misurerai un’onda invece che una particella. Così dipende sempre, ci sono sempre condizioni. La relazione è l’unità di misura della creazione.

E’ la relazione a essere l’unità di misura dell’universo. Non le cose. Le cose vengono costantemente s-cosate: ed è questa l’idea di un universo relazionale, che i corpi non sono completamente statici, che corpi, identità e sé sono pratiche in divenire.

Christine che ci guarda è in divenire. In questo momento è Christine con una sedia, una citazione in divenire. Non sei solo Christine seduta su una sedia, perché ci sono effetti muti e nascosti a partire da come Christine si mostra nel mondo in questo momento. Una “ontologia” relazionale significa che siamo sempre intrecciati (“entangled”) con il mondo intorno a noi.

In questo senso, nel senso della relazionalità, usiamo i corpi, usiamo costantemente corpi intorno a noi, Pensate a quello che alcuni psicologi chiamano “la mente estesa” o all’idea che la cognizione non si limiti al cervello. Pensate a quante volte avete fatto delle liste della spesa, per non dipendere dalla memoria, esprimendo così il bisogno che la mente si esternalizzati per così dire. In questo senso il mondo è esterno, non è solo interno, non è tutto inscatolato qui [indica la testa] stiamo costantemente mobilitando e arruolando corpi intorno a noi – in questo momento so utilizzando – anche se non sempre esprimo gratitudine per questo – sto adoperando questa sedia meravigliosa che scricchiola in continuazione – mi ha accompagnato attraverso incontri problematici e presentazioni entusiasmanti, ed è sempre con me quando ne ho bisogno.

In questo momento ci vediamo attraverso lo schermo, attraverso i pixel, attraverso le politiche aziendali, attraverso Microsoft, attraverso Apple, attaraverso zoom, attraverso dispositivi giuridici, attraverso la Casa Bianca, Tutte queste cose si intrecciano e creano il fenomeno che stiamo sperimentando in questo momento… dunque usiamo i corpi, non siamo esseri unitari, costituiamo ecologie complesse, è quello che Lynn Margulis chiama l’holobionte – un concetto biologico – per esempio se vi chiedo “le mucche producono metano?” Potreste rispondere “sì quando scoreggiano producono metano” ma questo non è del tutto vero, quel che fanno le mucche è di mangiare l’erba e l’erba va nelle loro budella e poi altre microbiocreature batteriche banchettano sul cibo nella mucca e creano il metano – dunque la mucca non è solo una mucca. La mucca è un’ecosistema, un assemblaggio di altri corpi, siamo corpi impastati in altri corpi, impastati in altri corpi  da cima a fondo. E’ un concetto molto scandaloso.

Ed è qui che la modernità entra in gioco. La modernità è il topo. Le sue sono pratiche di occlusione, diniego, oblio del contributo dell’elefante. Non riesce a riconoscere la presenza dell’elefante nella stanza, o sul ponte. Distoglie lo sguardo. E questa non è una cosa “cattiva”, non voglio caratterizzarla come “malvagia”. Ma distoglie lo sguardo e dà priorità dell’attenzione a ciò che è individuale, e di questo poi proverò a ragionare. Dà priorità all’atomizzazione, a ciò che è “discreto” [nel senso di distinto] a ciò che si può isolare, che è stabile, finito. Deve farlo per creare la percezione di una “casa”. La modernità nasce – so che non è l’unica caratterizzazione storica che possiamo darne – dall’Illuminismo del 18 secolo e dal Rinascimento dei secoli precedenti e si potrebbe persino alludere al [rinnovamento culturale] del 14 secolo… la modernità è un evento che organizza la terra, che dà forma al mondo, che vuol appiattire il mondo  per renderci più facile il camminare. La modernità vuole razionalizzare lo spazio, spinger fuori le cose selvagge, di modo che sia più facile navigare la confusione del mondo materiale. Questa è la linea guida operativa della modenità. Nella slide scrivo che è una pratica di costruzione del mondo che coincide con l’Età della Ragione e del soggetto liberale umanista, ma queste sono figurazioni che implicano altre amplificazioni, quindi non aggiungerò molto oggi, ma l’idea di un soggetto liberale umanista corrisponde all’idea di un soggetto isolato e di una separazione costitutiva.

È a questo punto che le cose diventano interessanti. La modernità coincide con la “bianchezza”.

Ma cos’è la bianchezza? Non è una qualità o proprietà personale, così come le nostre politiche tentano di di definirla, la bianchezza è un sistema,  un sistema razzializzato che produce corpi e li colloca gerarchicamente, mi piace dire che i corpi bianchi sono diventati bianchi per via della “bianchezza”. Non  è che i corpi nascano bianchi o neri o marroni, ma che quelle identità sono costruite a partire da una metrica politica che distribuisce “proprietà”.

Se ricordate dicevo che le cose non appaiono nel mondo senza relazioni, beh il mio corpo e i vostri corpi emergono a partire da questa metrica politica e veniamo introdotti in un mondo che ci dice che Lauren e Ted…..  non è che voi siate bianchi ma piuttosto che la “bianchezza” arruola i vostri corpi, usa i vostri corpi e usa anche il mio e lo colloca all’interno dello schema di ciò che conta “tu sei nero, tu sei bianco, tu sei caucasico” e così via….

La slide dice che la bianchezza è un sistema geo-socio-culturale razzializzato che produce corpi e li colloca all’interno di una gerarchia di privilegi o possibilità di accesso alle produzioni di stabilità della modernità. Quello che stiamo dicendo è che la “bianchezza” eccede l’individualità umana. Anche la bianchezza chiama in causa le ecologie, la bianchezza ha a che fare con sistemi più-che-umani, ma per parlare di questo ci vorrebbe un altro seminario. La bianchezza non dipende da una proprietà ereditata da un singolo corpo, o da singoli corpi, è un sistema, un’organizzazione.

Non è che qui voglia mettere l’accento sulla bianchezza, la maggior parte delle cose di cui parlo sono piuttosto dense e cariche di sfumature, ma per iniziare a cogliere le tracce [culturali] della bianchezza potrebbe esservi d’aiuto questa storia, questo archetipo di Baldur, il mito nordico di Baldur, per aiutarvi a capire come agisce e cosa genera la bianchezza, per poi arrivare a questa idea di modernità bianca che è cruciale per l’idea che sto cercando di proporvi qui di un “interiorità dorata”. Seguitemi ancora un po’, attraverseremo molti luoghi d’arrivo nella nostra “fuga”…

La storia di Baldur deriva dal mito di un dio nobile e bellissimo, figlio di Freya e di Odino. Un giorno una profezia arriva alle orecchie di Freya e di tutti quanti, di fatto annunciando la morte di Baldur. Tutti hanno paura, specialmente la madre, Freya, così fa quello che farebbe, credo, in quelle circostanze ogni madre che avesse quella sorta di potere divino, viaggia in lungo e in largo per tutti i Sette Regni, va da ogni cosa umana e non umana supplicando ognuna e ognuno di non fare del male a suo figlio, di non ferire Baldur. Va da tavoli e aquile e dalla luce del sole e da montagne e leoni e da ogni singola cosa che ha un nome, e anche da quelle che un nome non ce l’hanno ancora. Ma ne dimentica una, dimentica di visitare il vischio, Dunque, Loki viene a far parte di questo intreccio [entanglement] e inizia a cercare di uccidere Baldur. E quando scopre che il vischio è stato trascurato da questo dispositivo, lo prende e ci costruisce un’arma e la punta contro il calcagno di Baldur, e lo uccide. E poi la storia da lì continua con la discesa agli inferi di Baldur e tutto il resto. Ma a me interessa per come ci può aiutare a capire come agisce la bianchezza. Spero che capiate e non posso sottolinearlo a sufficienza – la bianchezza non è semplicemente un’identità…la bianchezza è un  progetto di formazione della terra, un progetto di gerarchizzazione. Un progetto che colloca i corpi, compresi quei corpi che vengono “identificati” come bianchi in un dispositivo coloniale che non sta più funzionando per nessuno, neri, o bianchi o marrone. Così la bianchezza non equivale semplicemente ai corpi bianchi, la bianchezza è una configurazione del potere sulla terra che ci ha messo seriamente nei guai, e dobbiamo parlarne.

La storia di Baldur  ha a che fare con il desiderio di trascendenza. Baldur ha cercato di sfuggire alla finitudine della morte, e la madre ha cercato di proteggere il corpo del figlio dalla materialità della morte, della perdita, della sub-scendenza, del declino e della discesa nella terra. È una ricerca di purezza, è quello che aveva notato Hillman – un grande psicologo – quando aveva definito la bianchezza un “culto della purezza”, è l’aspirazione alla supremazia, una forma di fuga, una figura dell’universalismo, un desiderio di “libertà”, un’idea di indipendenza e salvezza, l’idea di poter risolvere tutti i problemi se solo incontro ogni cosa e nomino ogni cosa. E tutto questo dipende dall’idea che si tratti di creare l’umano come  un’unità discreta di privacy. Se posso tagliar fuori tutto il resto , tutto quello che c’è nel mondo, allora posso crearmi una sovranità privata ed interiore. È per questo che la modernità fa tanta fatica a pensare alle cose come a qualcosa di vivo, non può pensare che il mondo sia vivo. È necessario che il mondo sia morto, ha bisogno che il mondo sia una “risorsa naturale”. Per poter proteggere Baldur deve fare che questo accada a tutti costi, è questa la pulsazione archetipica della modernità e della bianchezza.

Questa è dunque l’idea di una modernità bianca. E’ in questo modo che la bianchezza è connessa alla storia euro-americana, e agli arrivi sui continenti americani. E’ qui che tutto ciò si intreccia con la rivoluzione industriale, con il diniego di altre “agentività” terrene… è qui che la narrativa dell’espansione incontra la metanarrativa del progresso. La modernità nasce da un desiderio di evitamento. Ed è connessa a un campo traumatico.

L’Antropocene rappresenta  la sua struttura temporale geologica, un’era in cui l’umanità ha acquisito una tale superiorità da esser diventata la specie dominante sul pianeta, a tal punto che converte il mondo a sua immagine e somiglianza. Quando i geologi dicono che dall’Olocene siamo passati all’Antropocene chiamano questa era con il nostro nome, per ricordarci degli svantaggi deleteri che imponiamo al mondo. Un’era caratterizzata dal caos climatico, dalla disuguaglianza razziale, dalla morte e dalla sofferenza. La modernità bianca è inoltre caratterizzata dalle superfici cicatrizzate del capitalismo estrattivista.

Queste non sono solo nobili proposizioni teoriche, queste sono le terre da cui vengo, le terre che ricevono il lato oscuro, e le ombre della rettitudine morale dell’occidente. Racconto spesso ai miei amici quando viaggio negli Stati uniti o in Europa, e vedo quanti, con molta diligenza, si affannano a differenziare la spazzatura, ciò che non viene raccontato a queste care persone che solo il 7 per cento di ciò che si suppone venga riciclato, viene davvero riciclato. Il resto, il 93 per cento viene spedito nei miei paesi: in Ghana, in Nigeria, e diventa il nostro parco giochi. Ho giocato sulle discariche di rifiuti dell’occidente. Le narrazioni che mancano a quei cittadini che fanno del loro meglio per fare la cosa giusta è che ci sono mondi nascosti, mondi sottili, mondi insorgenti, che sono stati i destinatari di queste pratiche moralistiche da moltissimo tempo. E anche questo è capitalismo estrattivista, Ed è il modo in cui i cittadini vegono illusi rispetto ai veri costi del lusso in cui vivono, rispetto ai costi di ciò che considerano “ordinario”. La modernità è costellata dai corpi perseguitati degli africani schiavizzati e trasportati attraverso l’Atlantico ed è anche associata al caos climatico. Non è solo il riscaldamento globale del carbonio è il riscaldamento globale della disperazione. Se giuardate alle statistiche aumenta sempe più la perdita di fiducia nell’autorità costituita, la perdita di fiducia nello stato-nazione, la perdita di fiducia nella democrazia, perdiamo fiducia nelle cose che sono state il fondamento della civiltà moderna. Questa è anche un opportunità credo, ma allo stesso tempo causa di allarme, perché tutto sta andando a a pezzi.

Quello che voglio sottolineare  è che la modernità è un vero e proprio “progetto immobiliare”,  per dirla con le parole di W.E. DuBois, il sociologo del XIX secolo. È qualcosa di più di uno stato di “cattura”, che si prende corpi neri e marrone, ma ha a che fare con la conversione del mondo in un’immagine pietrificata,  si diffonde a macchia d’olio, al di là della piantagione, si apre e sanguina in  concetti come la giustizia, l’individuo, il cittadino…

Come scrivo in questa slide “Anche quando i fuggiaschi hanno trovato libertà, hanno rapidamente scoperto che la libertà non poteva essere concepita al di fuori di un’architettura bianca e al di fuori delle strutture concettuali che la nutrivano. Persino la libertà era prigione”.

Perché quando il fuggiasco se ne andava e rivendicava la libertà, doveva rivendicare la cittadinanza che è un’altra forma di modernità bianca. Non voglio parlare dell’Indian Removal Act, o di innumerevoli azioni compiute per creare un mondo che fosse stabile, razionalizzato. E non voglio parlare in termini di “male” ma certamente in termini di strategie coloniali che ebbero effetti devastanti a partire dalle appropriazioni territoriali e dai relatividispositivi giuridici ma per ora mi fermo qui: all’individuo, al soggetto “cittadino”.

Abbiamo tracciato in dieci mimnuti una sorta di brevissima storia  della modernità bianca fino al punto in cui abbiamo il “soggetto”, l’individuo, il feticcio della modernità. Ciò che la modernità ama al di sopra di ogni altra cosa è l’idea dell’individuo, rimosso dal mondo, l’idea di “sanità”, l’individuo sano  rimosso dalle terre selvagge che stanno al di là degli steccati. E’ a questo punto che accadono altri meravigliosi intrecci che potrebbero aiutarci a capire cosa accade con il fenomeno dell’interiorità dorata che sto cercando di presentare qui. 

Il movimento della mindfulness viene dall’oriente, dalle tradizioni spirituali orientali. E non ho bisogno di ripetere qui da dove venga l’idea di mindfulness, nella lingua Pali “sati” viene tradotto con “consapevolezza” “attenzione”. La domanda che pongo qui per come  mi confronto con il concetto di mindfulness è “perché mai sta diventando sempre più mainstream?, perché mai è sempre più popolare?”

Credo che stia diventando popolare perché quelle tradizioni spirituali orientali stanno intra-agendo in una intersezione con la modernità bianca in un modo che è sorprendente e genera effetti molto interessanti. Che accade – mi chiedo – quando queste influenze interagiscono con il Calvinismo protestante, con l’idea che dobbiamo lavorare sodo per la nostra salvezza individuale. Che dobbiamo presentarci “puri” al cospetto della trascendenza. Che accade quando quell’influenza intra-agisce con la tradizione umanistica che colloca la consapevolezza nel Sé, non nell’ Anima Mundi, non in foglie e alberi e fiumi e montagne e antenati e ossa ma la colloca nel sé individuale?

La consapevolezza è dunque pensata come interna, e che ogni volta che vengo invitato ad aver consapevolezza mi sembra di dover andare andare sempre più “dentro” nel profondo. Da dove viene questa spinta linguistica all’interiorità? E cosa significa esattamente, specialmente di questi tempi, i tempi di una modernità che ha tutta questa fatica di vivere. Cosa accade quando queste spiritualità interagiscono con la spiritualità capitalista che di nuovo riduce il benessere alla dimensione individuale e poi enfatizza l’idea di ritirarsi nel sé come un meccanismo di adattamento che permetta di accettare l’Antropocene? Che succede? Queste sono domande a cui non voglio dare una risposta, ma solo condividerle con voi di modo da turbare almeno un poco queste acque…

Tutte queste cose colludono nel creare l’idea di un’ interiorità dorata, Lasciate allora che vi lasci una definizione provvisoria di questo mio concetto di interiorità dorata 

L’interiorità dorata è una risposta “etica” alla crisi che si manifesta con un ritiro in sé stessi come risposta alla confusione e alla complessità del mondo. Ha a che fare con strategie di risposta che emergono dall’intersezione della modernità bianca e delle tradizioni orientali di fronte a eventi critici. Perché la chiamo “dorata”? [“gilded” in inglese rappresenta sovente la doratura come in ‘gilded cage’ – gabbia dorata – come una decorazione superficiale e inutile NdT] – La chiamo così perché i confini difensivi e ideali che si vorrebbero costituire sono più porosi, permeabili e dinamici di quanto non appaia. Lasciate che ve lo spieghi in modo delicato:

L’interiorità dorata significa cercare rifugio “dentro” 

Certamente ci sono più modi di rappresentare questa cosa – ma io intendo riferirmi a quelle pratiche che chiudon fuori il mondo che tentano la fuga verso un sentimento di pace che è una sorta di pratica del diniego delle influenze, delle urgenze materiali, proprio nella misura in cui viviamo in un mondo che non è mai stabile o fermo.

E io stesso mi sono ritrovato nella posizione di chi subisce, di chi è oggetto di questo diniego per troppo tempo.  Così mi presento a voi con questo senso di vulnerabilità. Perché non mi posso permettere il lusso dell’interiorità…se l’interiorità è una figura dell’universalità… io e il mio popolo, e le persone che mi assomigliano non possono concedersi proprio come me il lusso di adottare una spiritualità che dica: “chiudi fuori tutto il resto, e corri dentro!” E perché non posso permettermi quel lusso? Perché “andar dentro” è un gesto che presume una padronanza, una supremazia, un gesto che rafforza la dissociazione, è un segno di distanza, e ha un’etichetta con questo prezzo – quella continuità della sofferenza ovunque che è l’Antropocene.

Ma credo che stia diventando sempre più difficile, e mi avvio a concludere, che stia diventando sempre più difficile farlo. Perché l’interiorità stessa sta cambiando – che sorpresa! Persino ciò che è interno è esposto quanto ciò che è esterno, l’interiorità non si comporta più come interiorità. Diventa sempre più dificile ignorare l’elefante sul ponte. Scrivo qui che l’interiorità ‘sanguina’ , è esposta, è popolata, è infestata, non è così “pura” come immaginiamo che sia, lo stesso  “sé” è dislocato, come se Dio stesso fosse caduto dal suo trono, come se lo spazio-tempo si fosse incrinato e ora dobbiamo raccogliere i frammenti scartati dell’immagine a cui un tempo pensavamo di dover aderire e ci tocchi vivere nella Caduta, entro le crepe di un mondo che fa delle richieste ai nostri corpi e alle nostre menti. Perfino gli psicologi iniziano a riconsiderare e rivedere l’idea che la mente sia “dentro” e notare che la mente potrebbe invece essere nel “tra” – non dentro o fuori ma “tra” in costante fluire, sempre in fuga. Scrivo qui che nell’Anthropos iniziano a comparire delle crepe, nell’Antropocene, come progetto di modernità bianca, che le crepe iniziano a comparire dappertutto. Che la “consapevolezza”  si sta trasformando in un campo ecologico, miceliare, più-che-umano. Non parliamo più semplicemente di coscienza ma della necessità di tracciare reti, algoritmi, attivismi là dove un tempo pensavamo fosse di casa la “purezza”…

Farò un solo esempio di come stia accadendo tutto questo. Non so se abbiate preso nota di questo ma faccio riferimento al documentario sui Social Network di Netflix che dimostra come queste corporazioni giganti utilizzino algoritmi che ci usano. Come soggetto davanti a uno schermo puoi pensare che sei indipendente nelle scelte che fai (…) senza renderti conto che codice su codice su codice viene elaborato per istigare determinati comportamenti, che ci conducono  su sentieri e algoritmi stereotipati – pensi di agire a partire dal tuo libero arbitrio, ma forse potremmo renderci conto che la persona che potresti finire per sposare potrebbe essere determinata da un algoritmo elaborato per una app di appuntamenti….

Potresti pensare che hai deciso liberamente di metterti un vestito di quel colore oggi, ma se imparassimo che il cibo che hai mangiato ieri sera – proprio come la mucca mangia l’erba che sotiene il microbioma batterico che crea metano – se vi dicessi che i batteri delle vostre viscere potrebbero contibuire a generare determinati desideri? che potrebbero avere come conseguenza la scelta di quel colore oggi…. (ride)

E se vi dicessi che tali reti di sorveglianza vivono già dentro di noi, che non esiste alcuno spazio “puro” di totale immunità, di totale dissociazione, che siamo connessi con il mondo che vorremmo cambiare? E che non c’è nessun posizionamento più decoloniale di quello che prende atto dell’umiltà nei nostri corpi in compostaggio, capendo che non siamo affatto “separati” quanto pensiamo di esserlo.

E se cominciassimo a imparare che non siamo assemblati con la linearità che immaginiamo? Anche quando parliamo di salute, e diciamo che il dottore ci ha dichiarati in “buona salute”, adottiamo un concetto coloniale, perché come faccio a stare bene se Lauren non sta bene…. Se Lauren e io siamo intrecciati come faccio a trovare la “pace”…. Vale a dire che la pace è sempre indeterminata, la pace è sempre posticipata, sempre a venire, non è qualcosa che posso afferrare e dire “finalmente sono arrivato alle meta, finalmente ho trovato la pace!” – non vi è nulla di più coloniale, di più imperialista! Invece, restare con i problemi della relazione vuol dire notare che se Ted non sta bene oggi egli ha mandato delle onde d’urto nello spazio-tempo e anche se in misura magari infinitesimale mi sono ammalato anch’io…perché Ted stamattina non è in forma. E se Melanie non sta tanto bene stamattina io lo sento in qualche misura ed è per questo che gli psicologi parlano di “campi transaffettivi”, perché i sentimenti non sono “dentro” i sentimenti sono atmosferici – questo è l’argomento di un altro seminario – ma quello che cerco di dirvi qui è che l’interiorità non è così dorata come pensiamo che sia….non è così discreta o privata: il lutto è una faccenda pubblica, non privata. I sentimenti sono una questione ecologica non soggettiva, l’interiorità e i “sé” sono un “tra” – voi volate, cercate, fuggite non siete isolati e in quarantena quanto pensate di essere, non siete in lockdown…state viaggiando.

Il punto che sto cercando di fare è che abbiamo bisogno di nuove pratiche per incontrare queste consapevolezze selvagge a partire dalla presa d’atto del fenomeno dell’interiorità dorata e iniziare ad ascoltare, a capire come esso possa colludere e sostenere l’Antropocene. Che fare? Dobbiamo iniziare a  imparare come disimparare la pretesa di controllo, dobbiamo iniziare a incontrare le cose selvagge oltre gli steccati, dobbiamo imparare come introdurre o riconcettualizzare le nostre idee di consapevolezza, non come qualcosa che ho dentro la testa, non come una neuroconnessione, ma come qualcosa che è una ampia attività ecologica e terrestre che include antenati, alberi, microbi, creaturine, virus, pandemie, persino dispositivi capitalistici, e che siamo molto incasinati e forse questa può essere fonte di speranza per un giorno migliore.


Ed è qui che arriviamo alla storia con cui voglio concludere – perché non è che non ci siano precedenti su come disimparare il controllo, su come incontrare la dimensione selvaggia al di là degli steccati… non è una cosa nuova, è successa moltissime volte… quando la gente mi dice “è la fine del mondo, la pandemia ha messo fine a tutto, ahimè…” rispondo che il mondo è già finito molte volte, che non è la prima fine del mondo. E’ certamente finito per gli Igbo che nel mese di maggio del 1803furono rapiti dal bacino del Benin, che oggi si trova in  Nigeria. Centinaia di corpi trasportati nel viaggio Atlantico incatenati in minuscole cabine in una nave chiamata “The Wanderer” [“il Girovago”]. Di solito rido quando sento il nome di quelle navi schiaviste: la prima che approdò in Africa si chiamava “il Gesù di Lubecca” –  paradossale, il Gesù di Lubecca – beh questa si chiamava Il Girovago e dopo aver attraversato l’Atalantico attraccò a Savannah in Giorgia. E alcuni di quegli Igbo – gli Igbo sono una tribù forte – mia moglie è per metà igbo e per metà indiana… – i miei figli sono un’altra cosa, ancor più mescolati, una storia di intrecci ancor più complicata e dunque non so ancora come nominarli – ma alcuni di quei corpi portati a Savannah furono venduti a due signori, Spalding e Cooper, che comprarono settantacinque di quei corpi a cento dollari l’uno e li misero su una goletta che si chiamava York o The York, diretta all’isola di Saint Simon un po’ più a nord. A metà strada c’è una tempesta, succede qualcosa e si devono fermare a Dumbar Creek…lì a Dumbar Creek gli uomini, le donne e i bambini Igbo intonano una canzone, e inziano a cantare rivolti agli spiriti dell’Acqua, al dio il cui nome è Chukwu, con voci ancestrali chiamano “gli dei e gli spiriti e Chukwu che ci ha portati qui e ci riporterà a casa” e cantano in unisono e riescono a cacciare per qualche tempogli schiavisti, che dopo essere fuggiti all’interno tornano in forze. Ma piuttosto che sottomettersi ed essere portati in una piantagione quelle donne uomini e bambini Igbo entrano in mare cantando la canzone ancestrale: “gli spiriti dell’acqua che ci hanno fatto attraversare l’oceano ci riporteranno a casa” e entrano tutti in acqua.

Che cosa pensate sia successo?

Ci sono due resoconti. Uno è quello di un patriarca di una famiglia di schiavisti che si chiamava Rosewell King – c’è ancora una città in Giorgia che si chiama Rosewell – e Rosewell commenta con molta freddezza l’accaduto e dice “han scelto la palude” – si sono suicidati – fine della storia. Questo è il taglio moderno, coloniale nel ricamo, nel tessuto di quella storia “si sono suicidati, non c’è niente da aggiungere, è tragico ma è così”. Ma c’è un altro resconto di cosa accadde e voglio concludere così. E’ un resoconto “eccesivo” – uno degli schiavi o figli di schiavi interpellati riferisce di aver sentito raccontare il resoconto dell’arrivo degli Igbo in questo modoì: “non si incamminarono semplicemente nell’acqua verso il largo, ma marciarono nell’acqua cantando la canzone ancestrale, e accadde qualcosa in cielo e furono trasformati in uccelli e sono tornati volando in Africa.”


Allora quale delle due storie è quella vera?

Hanno commesso suicidio? Hanno semplicemente scelto la palude? O c’è qualcosa di più da dire?

Voglio condividere qualcosa che ha a che fare con l’eccedenza, perché credo che il mondo sia più reale nella sua densità per essere ridotto a ciò che è letterale. Il mondo è archetipico, mitologico, il mondo è fantastico, il mondo è immaginale, il mondo è ancora a venire. La modernità cerca di ridurlo a ciò che va preso alla lettera. Ed è lì che ci areniamo. “Scelsero la palude” può essere una interpretazione letterale di ciò che accadde, L’altra storia è una storia carica di eccedenza, parla di qualcosa che accade al di là dei nostri algoritmi, qualcosa accade al di là degli stereotipi, e questa eccedenza è ciò che io chiamo “nerezza” . La nerezza per me non è un’identità. Le identità sono piccole bolle. Non che non ne abbiamo bisogno delle identità, abbiamo bisogno di progetti identitari. Ma la nerezza è qualcosa che li eccede. La nerezza per me è l’invito a perdersi. L’invito a entrare nelle acque, l’invito ad andare fuori strada. Ho iniziato parlando del rallentare, parlavo della nerezza, la nerezza è l’invito a smarrirsi. I miei “anziani” dicono: “se vuoi trovare la tua strada devi essere disposto a perderla.” La nerezza è l’invito a non stare poi così bene, a non essere così pacificati, a non essere del tutto sul pezzo. C’è una dea nella cosmologia indiana che si chiama Akilandeshwari, il cui nome tradotto sta per “Colei che non è mai non spezzata ” e mi piace l’idea di non essere mai completamente integri, costantemente spezzati, aperti a un mondo che è adolescente, sempre emergente, mai così statico da poter dire di essere finalmente “arrivato”

Questo è l’invito della nerezza, non come progetto identitario, pietrificato nella modernità bianca, ma come invito a essere “in fuga” trovando modi di perderci insieme, scendendo in ciò che si suppone “abietto”, trovando modo di mettere in scena il dolore in un rituale comunitario, restando con la ricchezza e abbondanza del nostro esser tutti spezzati, e forse… forse fare questo potrebbe essere la discesa, la libertà ed emancipazione decoloniale che anche la modernità bianca cerca disperatamente, forse potremmo anche aver cura delle umili lacrime di Freya, prendendo atto che c’è qualcosa di più che desidera accadere, qualcosa di più grande di questo piccolo spazio e dei suoi progetti di giustizia.


Lasciatemi concludere dicendo – so di aver promesso di concludere più volte, ma ho anche promesso di arrivare puntuale e non l’ho fatto – dicendo che “i tempi sono urgenti rallentiamo” – e questo è il cuore del mio invito, di continuare a viaggiare, di non stare così bene e di non farsene un problema, di mettere in pratica l’arte di perdere la strada, per trovarla in un altro modo. Forse facendolo possiamo scoprire altri modi di stare al mondo, potremmo scoprire altre modalità di potere. Quale forma questo possa prendere è una storia completamente diversa. Ma per ora vi do appuntamento a Dunbar Creek dove siamo tutti chiamati a trasformarci in uccelli e a tornare in volo in Africa. E qui finisco, Grazie.»

Questo è il link per seguire il seminario di Bayo in inglese:

https://drive.google.com/file/d/1a6Ll7JaOLfXSWkVnqmVMNVi0vJrjdzYf/view?usp=sharing

Un podcast in fuga

Ecco unsassonellostagno – il primo podcast in fuga per compagni di traversata che ho pensato come contributo di Clinica della crisi alla settimana antirazzista. Anche se trovo le ricorrenze della memoria un po’ paradossali rispetto ai processi più profondi che ci portano a ritrovare il senso di ciò che dalla storia ci chiede attenzione e conto, a volte esse permettono slanci creativi come la nuova fanzine Antirazine frutto di una call lanciata da Razzismo Brutta Storia a collettivi e persone razzializzate e che troverete in distribuzione gratuita a partire da domani in molte librerie Feltrinelli…

A proposito di politiche dell’identità (di cui provo a dire qualcosa nel podcast) mi piace molto la prospettiva di Bayo Akomolafe che riporto alla fine del podcast e che condivido per iscritto anche in questa breve intro. Bayo destituisce radicalmente la nostra ansia di soluzioni facili e insiste sulla obbligata comunione col reale a cui la pandemia (e la storia) ci obbligano – una battuta d’arresto che potrebbe aiutarci a cogliere i lineamenti di una “costellazione”storica di tracce che ci contaminano e invitano a un diverso registro di appartenenza al mondo e alla terra…

«Penso alla Nerezza – dice Bayo – come una magia in fuga, una ‘queerness’ atmosferica che turba i rigidi bordi con cui le cose vengono nominate, possedute e usate» Bayo rivendica l’idea che a una politica decoloniale per i nostri tempi abbia bisogno di cartografie su come disfarci e perderci insieme e ci invita a diffidare da quelle categorie imperialiste di salvezza che sono già luoghi di cattura. Forse è meglio trovare un’idea sostenibile di perdita. 

Cito un passaggio dal suo blog: 

«La mia nerezza non è un’identità, stabile e certa come una macchia su una tovaglia bianca. La mia nerezza è un principio nomade, una forza geologica che rivela l’altrimenti, che prende il largo da algoritmi di comodo, un’evocazione fiera in un linguaggio così segreto che le parole stesse non sanno di esser parte dell’incantesimo. La mia nerezza è un’invito alla sensualità della caverna, all’ospitalità della crepa nel muro. La mia nerezza è ciò che accade quando la perdita impara a toccarsi, quando un popolo viene spinto sull’orlo apoicalittico delle acque Atlantiche e pure continua a farsi portatore di una strana speranza . La mia nerezza è la promiscuità creola ai confini del bene. La mia nerezza è il miracoloso compostaggio dell’identità.»

Buona visione e aspetto i vostri feedback…

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Decolonizzare l’immaginario Decolonizzare il tempo

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a sinistra immagine dello sperma di una falena al microscopio – a destra “donne che raccolgono larve” dell’artista indigena australiana Jennifer Napaljarri Lewis

In questo post vorrei iniziare a ragionare sull’intreccio del pensiero critico decoloniale con un’emergente coscienza eco-sistemica  – un piccolo tributo alla ricchezza di pensieri e pratiche che ci giungono dai margini, per aiutarci a pensare il rapporto tra la crisi globale e ciò che è possibile comprendere e auspicare per la costruzione di un mondo in-comune. Pratiche di trasormazione diventano sostenibili se animate dal desiderio e da una visione condivisa.

Guardare alla crisi climatica da sud del mondo genera pensieri ed emozioni che mi sembrano più radicalmente immaginative rispetto alla pretesa di governare algoritmicamente una supposta transizione ecologica. Come scrive Bayo Akomolafe «L’universo è troppo promiscuo per restare fedele a un solo modo di rappresentarlo.»

Bayo è uno psicologo clinico nigeriano che si occupa di formazione a partire dal l’idea che è necessario decolonizzare le forme progettuali che fanno parte del problema. Ci difendiamo dalla prospettiva di un’irreversibilità della crisi. Prenderne atto costringerebbe a un lutto condiviso e all’intreccio di nuove e antiche risorse per imparare a vivere nelle rovine e immaginare un’ecologia della cura. Non a caso Bayo ci dice che l’Antropocene andrebbe percepito su una scala ben più grande – come quella battuta d’arresto che ci costringe a fermarci e a decolonizzare: innanzi tutto la pretesa di governare il futuro e il cambiamento a partire dalle medesime gerarchie cognitive che hanno generato il disastro. (vedi il suo sito «http://bayoakomolafe.net»)

Nuovi Assemblaggi come santuari aperti. 

Ecco un passaggio dal suo blog:

«Mentre si avvicina l’anno 2030 (soglia irreversibile del riscaldamento globale NdT), la concatenazione di un potente assemblaggio di corpi in  dispositivi macchinici tende a rafforzare la logica problematica dell’imperialismo. C’è un invito a fermare il cambiamento climatico diventando benevoli padroni del pianeta, a continuare ad affidarsi alle politiche elettorali anche quando non fanno che mettere in atto temporalità coloniali, a resistere al fascismo facendo propri i suoi colori, a resistere al razzismo senza fermarsi a prendere atto di quanto siano inquietanti i contenitori identitari dell’immaginazione occidentale, e a resistere alla bianchezza ritirandosi negli spazi di potere che la bianchezza ha reso possibili. Tutto ciò attiva un desiderio di fuga che pur non essendo una risposta adeguata  o risolutiva ha il merito di turbare la fiducia in una supposta normalità.

Nel tracollo climatico non ci troviamo semplicemente a combattere un qualche “cattivo” di fronte a noi. E il tracollo non è qualcosa che deve ancora accadere ma qualcosa che è ormai la condizione per tutto ciò che può accadere. Non si creerà una breccia nel muro a partire da un ordine temporale lineare, la diga si è rotta.  Nuotiamo in correnti che sono sempre state nostre. Abbiamo bisogno di forme organizzative che non hanno precedenti. Abbiamo bisogno di qualcosa di più della speranza e qualcosa di più di un programma. Abbiamo bisogno di compostaggio, di una scentratura disciplinata dalle diverse metafisiche di distruzione. Credo che la condizione di esilio e disperazione a cui siamo stati abituati, questo stesso invito alla fuga, lontano dal dualismo integrazione/ esclusione, possa creare uno spazio per qualcosa che chiamo “santuario”, non solo pratiche isolate ma un movimento di ricerca condivisa sul nostro presente. Un festival intergenerazionale di ricerca dell’altrimenti. Una rete di prospettive in una ecologia eterogenea di approcci multipli su come far santuario, ognuno dei quali connesso grazie a ciò che sappiamo di non sapere insieme a una responsabilità nei confronti di chi ci accompagna. Una teologia della liberazione post-umana e post- umanista in cui alberi e tavoli siano invitati come relatori e discussant.

Questo è il santuario di cui abbiamo bisogno: quello in cui sapendo che i tempi sollecitano urgenze si permette di rallentare.

“Questo mondo sarà diverso se ne modifichiamo la rappresentazione”

Un’altra voce emergente di rilievo sulle politiche della relazione e della riparazione è quella del senegalese Felwine Sarr, l’autore di Afrotopia (edizioni dell’Asino) e promotore con Achille Mbembe degli Ateliers de la Pensée (laboratori del pensiero) che riunisce 30 studiosi e artisti della diaspora Africana a Dakar per riflettere sulle trasformazioni contemporanee del mondo. ecco un brano da un’intervista in occasione dell’uscita del suo ultimo libro “Il sapore degli ultimi metri” (inedito in italiano).

«Questa ragione tecno-strumentale che ha preso il sopravvento era già humanitas, prima di diventare Ragione con una «R» maiuscola, ragione scientifica, ragione tecno-scientifica che è diventata egemonica nel corso degli ultimi cinque secoli. Utile, a volte, in determinati spazi ma che si corrompe quando esula da quelli in cui è pertinente. Uno dei problemi, quando si affrontano le questioni ecologiche, è l’immaginario che sottende il nostro rapporto col vivente. Con il pensiero abbiamo costruito un certo tipo di rapporto del quale non possiamo, temo, disfarci. Sono allora necessarie fratture per cambiare sistema. Senza voler generalizzare, penso che l’America latina, l’Oceania e l’Africa abbiano tuttora mantenuto rapporti con il resto del vivente molto più armoniosi, rapporti di cooperazione, di negoziazione. Direi persino rapporti di “plasticità ontologica” – di co-presenza degli esseri – tra le differenti identità. Le cosmo-visioni di questi popoli, che hanno altri orizzonti di pensiero, autorizzano la discussione, la negoziazione, la condivisione tra le specie. È a tali condizioni che si diventa possibile una unità del vivente –siamo parte del vivente, non ne siamo separati (…)

È dar troppo credito all’Europa pensare che sia stata la culla di un pensiero della riparazione. Dalla mia prospettiva,  mi sembra meno interessante ciò che ha prodotto rispetto a ciò che si genera in altri luoghi del mondo. In particolare tra le popolazioni indigene dell’America latina, dell’Amazzonia, dove da molti anni esiste un profondo pensiero sulla riparazione del vivente. Come anche tra gli  Xhosa, in Sudafrica, con la filosofia morale Ubuntu. Si può criticare la ragione europea per non aver pensato a sufficienza la riparazione, per essersi separata per ciò che chiama la natura. È il senso, credo, dei lavori di Philippe Descola, di Bruno Latour che sono oggi all’avanguardia di un nuovo pensiero ecologico europeo. Ma anche in questo caso credo che si possa criticare una misura di antropocentrismo. In molte regioni del mondo – dall’Equatore, alla Colombia, all’Australia, all’India – si è più avanti e si inizia a ragionare a seriamente di riconoscere diritti alla natura, di farne un soggetto giuridico. Tuttavia poi ci si comincia a chiedere­ – chi parlerà in nome della natura, in quale lingua, e chi sarà autorizzato a parlare in nome di… ? La discussione diventa allora antopocentrica a meno che non si consideri la possibilità di apprendere il linguaggio della natura, la possibilità di vedere che la natura presenta se stessa attraverso le modalità di significazione che le sono proprie. Un’area deforestata o devastata per anni dalle multinazionali ci parla se guardiamo le fotografie di quel sito scattate nel corso di 10 anni. Ma la natura significa senza necessariamente parlare la nostra lingua. Come possiamo dialogare? Ce ne facciamo un’idea quando andiamo dai popoli della foresta del Camerun, dai pigmei: questi gruppi hanno imparato a comprendere tutta una biofonia, il linguaggio degli animali, degli uccelli, cosa che permette la sussistenza. Hanno anche saputo far passare nella loro lingua queste stesse biofonie, questi rumori questi suoni onomatopeici. Così, hanno creato uno spazio condiviso tra due ordini del vivente. Su queste questioni mi sembra che le cosmovisioni africane, australiane, amerindiane siano molto più avanti …»

dal film Baka di Thierry Knauff

Nel suo libro “Abitare il mondo – saggio di politica relazionale” (inedito in italiano) parlando della crisi radicale del nostro immaginario relazionale sempre desolidarizzato e frammentato, Sarr evoca pratiche di resistenza e sottolinea quanto il mondo sia il risultato di intrecci multipli tra umani, istituzioni, la materia, il vivente e il cosmo. Relazioni – dice – che si articolano su più livelli (nano, micro, meso e macro) Scrive:

«Essere significa essere connessi. La relazione ci realizza e ci rivela. Ed è così che si articolano gli esseri, le cose, come pure gli elementi di una totalità. Le relazioni definiscono i rapporti e le modalità di concatenamento per legame, coalescenza, combinazione, risonanza, dissonanza, disgiunzione o fratturazione. La relazione può vampirizzare può essere energivora e cronofaga; ma può anche anche essere nutriente vivificante o feconda (…) è necessario rinnovare l’immaginario relazionale che stabiliamo con gli esseri e le cose che ci circondano: la questione di come rappresentiamo il mondo è cruciale, (…) questo mondo sarà diverso se ne modifichiamo la rappresentazione. 

C’è animismo e animismo

Maschera di elefante Bamileke (Camerun)

Da tempo Achille Mbembe sotiene che abbiamo molto da imparare dagli intrecci multipli che costituivano la trama simbolica di alcune pratiche pre-coloniali. 

Non è questa la sede per dar conto della ricchezza di temi del suo ultimo libro “Brutalismo” ancora inedito in italiano – Brutalismo è il nome con cui Mbembe nomina le forme di potere materiale illimitato del capitalismo neoliberale che intreccia  ragione economica, ragione digitalizzata e ragione neuro-biologica. In questo processo le macchine digitali appaiono nuovamente come oggetti animati e animanti, ma di un’animazione carica di programmazione, e sovente a partire dall’intento di suscitare e estrarre le nostre emozioni per renderle merce.

Questa inedita forma di estrattivismo animista è al centro della riflessione di Mbembe che  in Brutalismo scrive:

«Di fatto, questo nuovo animismo si confonde con la ragione elettronica e algoritmica che lo contiene, lo struttura e lo mette in movimento. Sul piano politico questo nuovo animismo è un groviglio di paradossi. Nel suo nucleo più profondo vi sono potenzialità di liberazione perché forse annuncia la fine delle dicotomie. Ma potrebbe anche servire come vettore privilegiato di quel neovitalismo che anima il neo-liberismo.

Ologrammi in un circo virtuale – Germania

La critica di questo nuovo spirito animista è dunque necessaria. Lo scopo di questa critica sarebbe quello di contribuire alla protezione del vivente contro le forze di ciò che prosciuga. È qui che emerge il valore e la forza significante dell’oggetto africano per il mondo contemporaneo. 

Pensandola a partire a questi oggetti, la critica diventa anche critica della materia considerata come principio meccanico. A tale principio meccanico l’oggetto africano oppone quello del respiro che è proprio ad ogni forma di vita. In realtà gli oggetti africani sono sempre stati la manifestazione di ciò che si situa al di là della materia. Fatti di materia sono in realtà un appello stridente al suo superamento e alla sua trasfigurazione. Nei sistemi africani di pensiero, l’oggetto è un discorso sull’aldilà dell’oggetto. Agisce, insieme ad altre forze animate, nel quadro di un’economia rigenerativa e simbiotica. Una critica rigorosa della  civiltà nella quale siamo immersi che è una civiltà in corso di smaterializzazione, ne trarrebbe profitto e ispirazione. E cosa ci insegnano quegli oggetti se non che la vita non basta a sé stessa? Che non è inesauribile… Il neovitalismo, invece, sostiene che la vita sopravviverà comunque ad ogni sorta di situazioni estreme se non catastrofiche. Secondo questa logica diventa allora sostenibile ogni sorta di distruzione. Il neovitalismo non accetta di vivere le perdite.[Dovremmo prendere atto che] man mano che l’umanità prosegue la sua corsa sfrenata verso gli estremi, spoliazione e deprivazione coinvolgeranno tutti. È sempre più probabile che ciò che ci viene tolto sia inestimabile e che non ci potrà mai essere restituito. (…)

Le culture africane precoloniali erano ossessionate da ogni sorta di domande ontologiche e metafisiche. Queste domande riguardavano i confini della soglia,  le frontiere della vita del corpo e del sé, la tematica dell’essere e della relazione, il soggetto umano come assemblaggio di entità multiple in cui la possibilità e il compito di condurre azioni efficaci era un compito da riattualizzare ogni volta. Come dimostrano i miti, le letterature orali e le cosmogonie, tra le grandi domande umane poste c’erano quelle che riguardavano il mondo al di là del percettibile, del corporeo, del visibile e del cosciente. Il cosmo stesso era immaginato nella forma di un viaggio continuo verso l’ignoto. Tutto si giocava agli incroci, là dove si pensava che si condensasse un sovrappiù di realtà. Il tempo degli oggetti non era estraneo al tempo degli umani. Gli oggetti non erano visti come entità statiche. Erano piuttosto percepiti come degli esseri mobili e viventi, dotati di proprietà magiche, originali e a volte occulte. Erano depositari di ogni sorta di energie, di vitalità e di potenzialità e, in quanto tali, invitavano costantemente alla trasformazione e persino alla trasfigurazione. Alcuni oggetti (…) appartenevano al mondo degli incroci e del rituale. Servivano come soglie a partire dalle quali si poteva misurare il grado di trasgressione dei limiti esistenti. Riuscire a varcare tali limiti permetteva di accedere agli orizzonti infiniti dell’universo. “Fare cosmo” significava operare senza sosta nei campi di ciò che è reversibile, reticolare e fluido (…)

Oggi parrebbe che i mondi digitali parlino quasi senza mediazione a questo inconscio arcaico o alla memoria più profonda di queste società. (…)

Con la digitalizzazione del mondo, sia l’umano che il divino vengono scaricati in una moltitudine di oggetti tech, di schermi interattivi, e di macchine fisiche. Questi oggetti sono divenuti veri e propri crocevia in cui visioni e credenze, le metamorfosi contemporanee della fede, vengono forgiate. Da questo punto di vista le religioni tecnologiche contemporanee sono un’espressione di animismo. Ma ne divergono anche nella misura in cui sono governate dal principio dell’artificio mentre l’animismo ancestrale era governato dal principio della forza vitale. E tuttavia, nell’animismo ancestrale, né la vita né il corpo esistevano senza l’aria, senza l’acqua e senza un terreno comune. Nei sistemi africani precoloniali per esempio, la vita il corpo e dunque l’umano erano fondamentalmente aperti all’aria e al respiro, all’acqua e al fuoco, alla polvere, al vento, agli alberi e alla loro vegetazione, Agli animali e al mondo notturno. Ogni cosa era viva all’intersezione dei linguaggi. Quest’essenziale porosità riconosceva anche una essenziale vulnerabilità. Si pensava che l’avventura umana sulla terra si giocasse nella realtà dell’aria e del respiro. Un’avventura che poteva durare sono se veniva fatto spazio alla rigenerazione dei cicli vitali. La vita consisteva nel riassemblaggio inclusivo di ogni cosa. Il nucleo della questione era la ricomposizione, non l’eccesso.

In quanto luogo di nascita dell’umanità, l’Africa ha forse sperimentato più esperienze catastrofiche di altre parti del globo. E ha appreso che la catastrofe non è un evento che accade una volta per tutte e che poi se ne va dopo aver fatto suo sporco lavoro…. Per molti popoli è stato un processo infinito di accumulo e sedimentazione.

In queste condizioni, aprire canali per un mondo che abbia più respiro potrebbe essere il fondamento di una nuova etica necessaria nell’epoca virale, nell’epoca in cui si espande una nuova forma di colonialismo: il nano-tecno colonialismo.

L’età del brutalismo – vale a dire dell’effrazione permanente – è un’età in cui macchine sognanti e forze catastrofiche diventeranno attori sempre più visibili nella storia. L’aria che respiriamo sarà sempre più carica di polveri, gas tossici, sostanze, rifiuti, particelle e granulosità – in breve di ogni sorta tdi emanazioni. Invece di uscire dal corpo grazie alle tecnologie di visualizzazione immersiva, si tratterà di tornarvi, specialmente a partire dagli organi più esposti all’asfissia e al soffocamento.

Tornare al corpo significa anche tornare alla terra, intesa non come territorio ma come un evento che in fin dei conti sfida fondamentalmente i confini degli Stati. Intesa in tal modo la terra appartiene a tutti i suoi abitanti, Senza distinzione di razza origine etnicità, religione, o persino specie. Non presta alcuna attenzione alla cieca individualità o alla nuda singolarità. Ogni corpo, per quanto possa essere singolare reca su di sé e in sé, in un essenziale porosità, i segni non di una diafana universalità ma di ciò che è in-comune e incalcolabile.

Entanglement

Ho estratto alcuni temi da quadri di ragionamento molto più articolati sulla costellazione del presente per sottolineare quanto le forme di un’immaginazione ecologica implichino un’interdipendenza complesse.  Non a caso la questione dell’intreccio viene sovente nominata come “entanglement”. Un termine preso a prestito dalla fisica quantistica e che nomina quel legame di natura fondamentale che esistente fra le particelle subatomiche. Un grande divulgatore come Carlo Rovelli ne parla così: “Fra un evento e l’altro, spazio, tempo, materia ed energia sono sciolti in una nuvola di probabilità (…) la dinamica che lega gli eventi è probabilistica (…) Emerge una struttura elementare del mondo che non esiste nello spazio e non evolve nel tempo…in cui il pullulare di quanti genera attraverso una fitta rete di interazioni reciproche, spazio, tempo, particelle, onde e luce… la struttura delle cose nasce dall’informazione reciproca che tessono le correlazioni tra le regioni del mondo.» 

Nella sua struttura più profonda la realtà non è essenzialista ma genera in ogni istante il mondo. Dovremmo forse iniziare a comprendere in che modo facciamo parte di questo processo.

Nuove alleanze nelle rovine del capitalismo…

Non riesco a dar conto in modo compiuto della ricchezza di questo volume, “L’avanguardia dei nostri popoli – per una filosofia della migrazione”, uscito da pochissimo per Cronopio e curato da Andrea Cavalletti e Gianluca Solla e a cui ho avuto il grande piacere di dare un contributo.

Mi limito solo a qualche spunto essenziale.

Cavalletti e Solla iniziano ricordandoci la citazione di  Hannah Arendt nel suo famoso articolo We refugees (1943):

«I profughi costretti di paese in paese rappresentano l’avanguardiadei loro popoli (…) il consesso dei popoli europei è andato in pezzi quando, e perché ha permesso che i suoi membri più deboli fossero esclusi e perseguitati.»

«In pieno Antropocene”, proseguono i curatori, «mentre sui grandi spazi biopolitici premono inarrestabili spinte migratorie, l’esclusione e la classificazione sociale sono il marchio della pandemia e la persecuzione si trasforma in nuove forme di selezione, cioè di esposizione o di abbandono alla morte, la diagnosi arendtiana non solo appare ancora attuale, ma suggerisce nuove strategie interpretative, indicando anche il compito a un’odierna “filosofia delle migrazioni».

La raccolta include un’intervista a Viveiros de Castro, l’antropologo che più ha insisistito sulla svolta ontologica sul rispetto cioè delle ontologie e delle ecologie degli altri.

Con Deborah Danowski la filosofa sua compagna ha inoltre esplorato la genealogia di questa prospettiva da Simondon a Deleuze. Viveiros de Castro e Danowski ci  suggeriscono che «l’Antropocene ci imporrà di confrontarci con molti limiti, sia antichi che nuovi. Ma vogliamo anche suggerire che quando dei mondi finiscono o si chiudono, altri si aprono: ed è in questi ultimi che dobbiamo imparare a “vivere con” – to stay with the trouble, come ha proposto Donna Haraway.»

E’ un tema esplorato a fondo in questo volume sin dall’introduzione:

«A causa della colonizzazione del vivente e di ogni sua espressione operata dal capitalismo, infatti, “non si dà alcuna possibilità”nel mondo in cui viviamo. Tutt’al più assistiamo a “misere varianti del passato” o a “piatti rovesciamenti dell’esistente (che alla fine non rappresentano niente di diverso, bensì solo il negativo dell’esistente, identico a esso per l’essenziale)”. Se le possibilità si sono consumate e qualcosa come una vita autentica da un punto di vista politico si profila forse tra le nostre esigenze, ma non si vede il modo in cui realizzarla, le stesse spinte rivoluzionarie sembrano spesso accontentarsi di ripetere l’esistente o, peggio ancora, di riaffermare la loro posizione, incapaci di qualunque movimento che non si esaurisca in un “rovesciamento” immaginario, operato a partire dal paradigma dominante e soloall’apparenza libero dal suo condizionamento (…) In questo senso occorrerà dire che profughi, apolidi, migranti, non costituiscono solo l’avanguardia dei “loro” popoli, come scrive Arendt, ma pongono in causa anche il nostro richiamarci, spesso in maniera piattamente convenzionale e abusiva, alla denominazione di “popolo”. Essi sono l’avanguardia dello stesso essere popoli di coloro che hanno ceduto al dominio capitalistico dello spazio e del tempo, per violenza o perché esso prometteva e garantiva benefici, di cui altri avrebbero pagato il prezzo (…) Trovare una via di fuga significa stringere nuove alleanze, concepire una nuova solidarietà, riconoscere i segni fecondi della realtà nelle vite sommamente minacciate, cogliere ciò che in ogni vita resta al di qua delle qualificazioni a cui viene abitualmente sottoposta. Per far questo è innanzitutto necessaria la conoscenza e l’analisi dei dispositivi di inclusione e di esclusione che plasmano le nostre soggettività, definiscono il nostro habitus, stabiliscono i nostri modelli discorsivi, limitano gli stessi campi di definizione del sapere.»

E’ significativo che Cavalletti e Solla sollecitino a un lavoro transdisciplinare che trascende i confini spesso limitati e limitanti della disciplinarietà accademica:

«l’allentamento delle stesse divisioni disciplinari, che essendo espressioni della struttura economica impediscono anche solo di immaginare un’uscita dal suo dominio, non è unicamente un problema teorico: esso può condurre alla scoperta e magari alla praticabilità di legami inediti e di nuove solidarietà, capaci di trasformare la stessa debolezza dei più deboli nella linea di resistenza di tutti coloro che intendono lottare per salvarsi.»

Concludo allora con una citazione dal mio contributo, “L’esilio sovrano”

«Nel Nuovo Regime Climatico che abitiamo, la Natura ed i non-umani si impongono come soggetti dotati di esistenza politica, da cui l’umano dipende e con cui ri-negoziare alleanze per una nuova coabitazione. Ma le nuove alleanze possono essere tessute solo dopo aver realizzato un’operazione di riconoscimento e di ricomposizione descrittiva del mondo: è necessario capire con chi si sta coabitando, per decidere come co-abitare.

In questo emergente rapporto con la Terra, che è anche una “guerra di mondi” dove il conflitto può nuovamente diventare generativo, l’esilio dei popoli si trasfigura in nuove figurazioni dell’appartenenza, dell’essere-insieme in un esilio condiviso che un po’ alla volta trova cengie, scarti, frammenti di incontri, che viaggiano tra il di là dell’origine e il qui ed ora dell’esilio; prefigurazionidi un luogo mobile e abitabile perché amato e immaginato anche nell’esilio, ancora e ancora, pur dentro alla sconfitta e al pane amaro ma, a volte, anche oltre e al di là di ogni amarezza in ciò che accomunando, nell’esperienza della vita (genitivo soggettivo – è la vita che esperisce) diventa anche intimamente proprio.»