Icaro terrestre (un frammento)

 In molte formulazioni trascendenti esiste il pericolo di idealizzare la fuga, nutrendo l’ideale di una redenzione futura, di una purezza a venire nelle molte dimore della casa paterna. I venti del paradiso e le loro promesse di una appartenenza disincarnata nell’ “eterno riposo” trascinano la Storia in una accelerazione apocalittica senza battute di arresto. 

Trovo che l’animismo benjaminiano di Bayo Akomolafe – quell’invito cioè a rallentare che il mondo e l’agentività non solo umana impongono – aiuti a discernere i pericoli di voli ascensionali, non come distanza generativa ma come speranza trascendente di una conferma del nostro eccezionalismo. Queste affascinanti promesse di “riparazione, speranza e giustizia a venire” possono nutrire un comprensibile bisogno di evasione  ma anche una inflazione spirituale normativa che evita di stare nell’intreccio con di Terra E Mondo.    Un passaggio di These Wilds Beyond Our Fences mi aveva particolarmente colpito:

L’ Icaro nell’antichità che tenta di fuggire dal suo imprigionamento materiale a Creta (…) È un enigma psichico che trasuda, trabocca e invade la dimensione sociopolitica E ci parla di una storia di dislocazione e separazione [specialmente se consideriamo la modernità comeil diniego antropocentrico di un più umile posto nel mondo e come ricerca trascendenteSentirsi nel giusto è un ennesimo volo di Icaro che tenta di sfuggire l’intrattabile eccesso sensuale ed etico del mondo materiale.

La dis-locazione che la modernità genera in continuazione è paradossale: nell’immaginare e conquistare un posto centrale nel rapporto con tutte le cose, nella ricerca di una casa e di un luogo sicuro, nell’aspirazione alla governance delle cose tutte, il controllo e il dominio ci allontanano da tutto ciò che è vivente e da noi stessi. L’altra faccia della medaglia lo potremmo chiamare “il complesso di Icaro,”  una sorta di onnipotenza adolescenziale che non sa gestire eredità complesse.

Il giovane Icaro si trova prigioniero a Creta insieme al padre Dedalo che era stato punito dal tiranno Minosse per aver propiziato la fuga di Teseo dal labirinto che lo stesso Dedalo aveva progettato. Qui l’eroe ateniese aveva ucciso un ibrido semiumano, il Minotauro figlio di un accoppiamento illecito della Regina con un toro. Al Minotauro  ogni anno venivano sacrificate le giovani fanciulle che gli ateniesi erano costretti a inviare a Creta. Quanti temi, già si intrecciano in questo mito e ancora ci sollecitano: la purezza, il desiderio e la sua demonizzazione, la creazione del mostruoso, la bestialità patriarcale, la rimozione e trasformazione della divinità preellenica per eccellenza la Signora degli animali  e anche la presunzione di poter sciogliere una volta per tutte queste eredità, “facendo fuori” il problema, tagliando la testa al Toro. I figli nella mitologia e nella tragedia greca non se la cavano tanto bene. Il povero Icaro eredita tutto questo. Ancora una volta è l’ingegnoso padre nella torre in cui sono confinati a scoprire un nido di api e con cera e piume costruisce le ali della fuga. Ma a Icaro a questo punto non basta volar via dalla prigione, l’ascesa dev’essere totale, la soluzione essere finale, l’aspirazione alla liberazione, l’ebbrezza celeste diventa seduzione luciferina e salendo verso il Sole, la cera si scioglie e Icaro precipita nel mare e muore. Quanto questi miti di una eventuale futura definitiva salvezza in un immaginario altrove complicano il nostro rapporto col divenire?

Il genio di Chagall rappresenta la cosa come una catastrofe collettiva, una dissociazione psico-sociale. (notevole del dipinto il contrasto tra le reazioni collettive del popolo in blu e del popolo in rosso). Anche l’insostenibile leggerezza dell’essere ha bisogno di “terra” per uscire dal ritmo maniaco-depressivo della modernità.

Dopo una serie di eventi personali che mi invitavano a prendere posizione, a sciogliere nodi, ad accettare il cambiamento ho fatto recentemente questo breve sogno. Non ho mai fatto sogni con riferimenti alla mitologia greca,  ma avevo  da poco letto di come il mito di Icaro possa essere associato alla nostra modernità ascensionale e vetero-adolescenziale in cerca di soluzioni definitive. 

Ma ecco il sogno:

E’ notte fonda. Vedo Icaro è un  guerriero dietro una barricata. Ha i piedi ben piantati a terra ed è vivo. Non capisco contro chi combatta e non sono del tutto certo che conduca la lotta nel modo giusto, ma vederlo così è qualcosa di sorprendente.

Mi chiedo se ciò non possa essere un indizio di ciò chi diventa santuario e rifugio per il fuggitivo in crepe terrene che sconfermano il trionfo della tracciabilità assoluta, che sfuggono ai paradigmi carcerari senza scegliere l’evasione spirituale o politica dal nostro abitare sempre nel mezzo del cammino. 

Sud

Sud di Gisella Modica, pubblicato nel Lessico della Crisi e del Possibile (SEB27, 2019)

Puglia 1955

Sud: terra del numinoso, del meraviglioso, del sogno, disseminato di Madonne nere, colore della rigenerazione e dell’invisibile; di Sibille che richiamano la cultura sommersa della fiaba; di Sante, porte di accesso casalingo al soprannaturale, figure liminali, metà prefiche metà guaritrici, che assumono su di sé il dolore e facendo spazio all’altro creano possibilità di vita nuova.

Sud: terra del sacro come compresenza dei vivi e dei morti; dilatante esperienza conoscitiva oltre il confine della coscienza originata dal bisogno di sconfinare della mente; dall’intima consapevolezza che c’è qualcosa di essenziale per la propria esistenza che resta nell’ambito del non dicibile e del non visibile.

Sud: soglia tra centro e periferia, isola e continente. Punto “d’intersezione di derive opposte che si mescolano da cui gettare uno sguardo singolare che sottraendosi alla logica della globalizzata omologazione del fare e del pensare, è capace di cogliere punti di contatto tra due estremi”. “Posizione terza dove posso invitare l’altro ad entrare, ma anche l’altro può invitare me a venire fuori”. 

Sud: “pozzo mare” della propria infanzia. Luogo dell’immaginario che ha sede nell’anima o nel sogno. Polo sud del pensiero a cui si approda attraverso i sentieri dell’emozione e dell’esperienza facendo largo fra stereotipi e rimozioni. 

Sud: Condizione permanente di precarietà. “Senza una casa dove stare”. “Luogo dell’assenza e di non ritorno, o del ritorno ogni volta da reinventare” da cui si va e si torna sostituendo al cerchio un moto a spirale.  Fare su e giù. Fare e disfare per non perdere di vista il punto d’origine, geografico e simbolico, senza rimanerne intrappolate.

Sud: “Terra di forte impatto emotivo dove il grigio paludoso delle discariche e l’azzurro del mare si fondono e coabitano con uguale forza aprendo ad un immaginario caratterizzato dal contrasto e dall’ambivalenza. Fa sud sentire forte il contrasto tra la bellezza e l’orrore di una terra violentata, e di violenza così compatta da non fare passare niente. Tra l’amore e lo strazio per il suo degrado che sembra trascinare con sé affetti e cose care, causa di dolore. Vivere il dolore, stare sulla ferita può insegnare a relazionarsi all’altro.  Un approccio che attiva una forma di conoscenza empatica. Un sentire-vedere. Un’arma per incidere sul potere camorristico e mafioso, sulla legge del più forte. 

Il sud dentro di sé fa ruggine, come un meccanismo che s’inceppa costringendo a tornare sempre sullo stesso punto, a ripartire daccapo, dalla contraddizione, a fare continuamente i conti con se stesse. 

A sud l’atto di separazione dal luogo, dall’oggetto d’amore, da sé è necessario, come l’atto del respirare, costringendo a vie di fuga. Alcune le trovano nella scrittura, altre nell’emigrare.

Il sud è “resto” è “rovina” è “rimosso”, e il tipo di immaginario che trascina con sè è legato alla cultura del resto, del rimosso. Imparare dai resti – figure non chiuse, tracce, frammenti, scarti materiali e umani (rifiuti urbani, immigrati, clandestini, precari) – ti invita a lavorare su quello che manca, sulla perdita, sul non finito, sull’ immondo. Insegna a fare attenzione ai dettagli; ai margini; a ciò che muta continuamente e velocemente sotto i nostri occhi: indefinito, irregolare, contingente, asincrono.

Ripartire dai resti insegna a fare dello spaesamento un punto di avvistamento, di ricollocamento in una seconda vita.Insegna a fare della cicatrice, una porta. 

Nota: Le considerazioni sono frutto del convegno della Società Italiana delle Letterate “Terra e Parole: donne riscrivono paesaggi violati” svolto a L’Aquila nel 2013 e del seminario itinerante “Ripartire da sud” organizzato da Nadia Nappo e da me a Napoli e a Rende nel 2015. 

Venezia all’alba

W. Turner Campo Santo Venezia 1874

Oggi ho improvvisamente ricordato il testo teatrale incompiuto di Simone Weil “Venezia salva” – in cui Javier salva la città non per un tornaconto, ma perché, per la prima volta, la vede veramente nella sua bellezza e capisce che, come tutte le cose belle, non va distrutta ma preservata. Alla irrealtà velenosa della “forza” come motore di ogni cosa, che era il mantra nazista, Weil contrappone quella forma di attenzione e percezione delle cose che ha la sua radice nella mortalità. La mortalità come consapevolezza estrema e necessaria ad ogni generatività –che nutre l’attenzione alla bellezza di ciò che esiste nella contemplazione della transitorietà che genera l’amore e la cura. Quello che Weil/Violetta vede al sorgere del sole su Venezia si applica oggi al nostro rapporto con la trama indivisibile del vivente e del pianeta tutto. Oggi più che mai quando la catastrofe ecologica globale si allinea con la possibilità inedita nella storia della possibile distruzione atomica di ogni vita. E forse è proprio la rimozione costante della mortalità che alimenta la “normale malattia” paranoide della condizione umana e chiede un mutamento radicale dello sguardo.

Giorno che sorgi puro, sorridere sospeso sulla città d’un tratto e i suoi mille canali,

Quanto agli umani che accolgono la tua pace vedere il giorno è soave!

Il sonno mai mi aveva colmato
Come stanotte e dissetato il cuore.
Ma il giorno dolce ai miei occhi è venuto, Dolce più del mio sonno!

Ecco, il richiamo del giorno tanto atteso tocca la città tra le acque e la pietra.

Un fremito nell’aria ancora muta
Sorge per ogni dove.

Vieni e vedi, città, la tua gioia ti attende, Sposa dei mari, vedi, lontano e più vicino, tanti flutti rigonfi di sussurri felici

Benedirti al risveglio.

Non trovo il teso nella libreria allora apro a caso un altro testo di Weil: “Non ricominciamo la guerra di Troia” e leggo:

“In ogni ambito sembriamo aver perduto le nozioni essenziali dell’intelletto, quelle di limite, misura, grado, popolazione, relazione, rapporto, condizione, legame necessario, connessione tra mezzi risultati. Per limitarci alle questioni umane, il nostro universo politico è popolato esclusivamente da miti e mostri. Conosciamo solo entità, assoluti, come dimostrano tutti i termini del vocabolario politico e sociale. Nazione, sicurezza, capitalismo, comunismo, fascismo, ordine, autorità, proprietà, democrazie: potremmo citarli tutti, uno dopo l’altro. Non lli inseriamo mai in formule come: “c’è democrazia nella misura in cui…” O “C’è capitalismo a condizione che…”. L’uso di espressioni come “nella misura in cui” va al di là delle nostre facoltà intellettive. Ognuna di queste parole sembra rappresentare una realtà assoluta, indipendente da qualsivoglia condizione, oppure un fine assoluto, indipendente da qualsivoglia modo d’azione, o ancora un male assoluto; E allo stesso tempo sotto ognuna di queste parole noi mettiamo a turno, o anche simultaneamente, qualsiasi cosa. Viviamo in mezzo a realtà cangianti, varie, determinate dal gioco mobile delle necessità esterne, che si trasformano a seconda delle condizioni ed entro certi limiti; ma agiamo, lottiamo, sacrifichiamo noi stessi e gli altri in virtù di astrazioni cristallizzate, isolate, impossibili da mettere in rapporto tra loro o con le cose concrete. La nostra epoca sedicente tecnica non fa che lottare contro i mulini a vento. Basta guardarsi intorno per trovare esempi di assurdità criminali. Il caso più emblematico è quello degli antagonismi tra nazioni. Spesso pensiamo di spiegarli dicendo che nascondono semplicemente degli antagonismi capitalistici; ma dimentichiamo un fatto lampante, ovvero che la rete di rivalità, complessità, di lotte, alleanze capitalistiche esistenti a livello mondiale non corrisponde affatto alla divisione del mondo in nazioni. (…) considerata la circolazione internazionale il capitale, non si capisce richiamo capitalista dovrebbe essere interessato alla protezione del proprio stato più che a quella di uno Stato straniero(…) l’interesse nazionale non può definirsi attraverso l’interesse comune delle grandi imprese industriali, commerciali o bancarie di un paese, poiché quest’interesse comune non esiste, né attraverso la vita, la libertà e il benessere dei cittadini poiché non si fa altro che implorare questi ultimi a sacrificare il loro benessere, la loro libertà e la loro vita per l’interesse nazionale. In fin dei conti, se si esamina la storia moderna, si arriva alla conclusione che per ogni Stato interesse nazionale è la capacità stessa di fare la guerra… (…) ciò che un paese chiama interesse economico vitale non è ciò che consente i suoi cittadini di vivere bensì ciò che permette al paese di fare la guerra; Il petrolio è ben più adatto a innescare conflitti internazionali rispetto al grano. In definitiva si fa la guerra per preservare la crescita dei mezzi per fare la guerra. Tutta la politica internazionale gira intorno a questo circolo vizioso. Il cosiddetto prestigio nazionale consiste nell’agire in modo da dare sempre agli altri paesi impressione di essere sicuri di sconfiggerli, in modo da scoraggiare. La cosiddetta sicurezza nazionale è uno stato di cose illusorio in cui si conserva la possibilità di fare la guerra privandone tutti gli altri paesi. In fondo una nazione che si rispetti è pronta tutto compresa la guerra, pur di non rinunciare a fare la guerra se necessario. Ma perché bisogna poter fare la guerra? Non si sa, non più di quanto i Troiani sapessero perché dovevano tenere prigioniera Elena… Ma quando gli interessi economici politici hanno senso solo in vista della guerra come è possibile conciliarli in maniera pacifica? Bisognerebbe sopprimere il concetto stesso di nazione. O piuttosto l’uso di questo termine, dal momento che la parola nazionale e le espressioni che la contengono sono prive di significato hanno come unico contenuto milioni di cadaveri, orfani, mutilati, disperazione e lacrime.”

La guerra e i suoi fantasmi

Post Apocalyptic Art by Vladimir Manyukhin

(1) Stranamore impenitente

In  Psicoanalisi della guerra Franco Fornari sistematizza una serie di considerazioni che evidenziano come il contributo psicoanalitico offra spunti di comprensione della dialettica affettiva necessaria per far fronte alle reazioni collettive e individuali e alla distruttività anche inconscia in atto nel fenomeno guerra. La psicoanalisi in questo senso ha un contributo da offrire a quanti trovano difficile ignorare il carattere assolutizzante di argomentazioni animate da ragioni incontrovertibili. Esistono infatti difese apparentemente razionali che si intrecciano con profonde angosce psicotiche. Tali sistemi di difesa paranoidi espellono il conflitto interiore e non ammettono dubbi perché devono mettere a tacere le nostre più distruttive pulsioni anche a costo di esternalizzarle concretamente su un nemico in carne ed ossa. Ogni presa di posizione rispetto a un conflitto non è solo razionale ma implica un processo che porti a una forma di discernimento, discernimento  che nasce dalla disponibilità a riconoscere quanto queste istanze inconsce condizionino le nostre “libere” decisioni.  

Prima di ragionare sull’auspicabilità della guerra come soluzione ai torti subiti dalle nazioni, alle colpe dei tiranni e dei loro interessi, bisognerebbe non trascurare fattori irrazionali che potrebbero ostacolare per gli attori (è il caso di dirlo) in gioco un corretto esame di realtà, e in particolare quelle diffuse e trasversali difese da angosce persecutorie che strutturano la guerra come elaborazione paranoica del lutto, che è poi l’intuizione centrale delle scomode tesi di Fornari.

“Quando una realtà distruttiva viene coperta da simboli d’amore esiste la possibilità che ciò costituisca una operazione destinata a coprire profonde angosce depressive o persecutive e che tale occultamento abbia in sé grande probabilità di predisporre colui che lo fa a distorsioni gravi nell’esame di realtà e quindi a non trovarsi nelle condizioni di poter prevedere correttamente le conseguenze possibili dei suoi atti”.

La guerra – che viene più o meno esplicitamente pensata come ineluttabile dispositivo volto a garantire sicurezza – sarebbe allora anche un’istituzione volta ad anestetizzare profonde angosce persecutorie. Una “formazione reattiva” volta a difenderci da un fantasma ancor più Terrificante. Come un iceberg – diceva Fornari – il sistema di sicurezza ha una parte visibile (la difesa dal pericolo di un nemico esterno) e uno invisibile, la difesa da un nemico interno e assoluto volto ad annientarci, un persecutore che a volte prende una forma indefinita nei peggiori incubi e che potrebbe travolgere anche i nostri cari. L’amplificazione paranoide che proietta il Terrificante su un nemico esterno paradossalmente ci difende tacitando – per un tempo – quell’angoscia di morte che la situazione atomica, la crisi ecologica planetaria e la pandemia hanno trasformato angoscia da annientamento assoluto. Qui i confini tra il delirio psichico e la realtà sfumano perché la situazione atomica concretizza fantasmi distruttivi che coincidono almeno in parte la possibilità latente di una sadica e folle onnipotenza.

La fibrillazione aumenta e con essa le difese paranoidi – ci si aggrappa a vecchie certezze e soluzioni, si razionalizza come se tutto fosse assolutamente chiaro ed evidente.

Ma la caratteristica del “nemico” interno è subdola proprio in quanto radicata in una possibile deriva onnipotente, invisibile, che la cultura ci racconta con il volto di Caino che uccide Abele o di Atreo che nutre Tieste cucinandogli i resti dei suoi figli dopo averlo invitato a una supposta conferenza di pace. È la stessa amplificazione persecutoria che rivela la nostra distuttività che se si scatena può portare a uccidere la persona amata (generalmente una donna) nella percezione di un irreparabile torto subito.

Trovare nemici esterni da uccidere, trovare un nemico reale, per quanto ci metta a rischio, ci rassicura per un tempo dalla paura che un delirio di annientamento prenda il sopravvento senza che ci si possa far qualcosa. Soprattutto ci protegge dal timore che ciò abbia a che fare con una distruttività capace di attaccare persino ciò che amiamo. Difendiamo allora la verità del nostro supposto amore a tutti i costi.

Freud chiamava questo processo deflessione all’esterno della pulsione di morte, pulsione che prende forma nella psiche umana in fantasie di onnipotenza sadica distruttiva e che tuttavia le culture tentano di affrontare in modi diversi. Una pulsione che ha probabilmente la sua radice in una specifica consapevolezza di vulnerabilità delle comunità umane tanto più grande quanto più separate dalla percezione di un più ampio metabolismo, dalla biofilia costitutiva dell’esistenza, sostituita da un delirio di eccezionalità.

Non è tuttavia sufficiente descrivere queste dimensioni pulsionali distruttive come parte di una universale esperienza umana. Secoli di modernità coloniale hanno strutturato anche a livello inconscio una separabilità, un desiderio di controllo e dominio che rafforza ogni diniego e allo stesso tempo legittima ogni forza e ogni sopruso in nome dei soprusi subiti. 

da “Il dottor Stranamore” di Stanley Kubrick

Tuttavia non tutti i dispositivi delle culture elaborano allo stesso modo la vulnerabilità che ci accomuna a tutto vivente e che molte tradizioni riconoscono nella radice precisa del dover mangiare (letteralmente) altre vite – sapendo al contempo di essere parimenti a rischio di essere mangiati. In anropologia, Viveiros de Castro, De Scola e altri hanno evidenziato che tale “prospettivismo”  relazionale mentre non nega le pulsioni distruttive resta profondamente eco-sistemico.  Al di là di ogni esotismo romanticizzante, le culture metaboliche che nutrono un sentimento di continuità con il mistero del nostro esistere e passare, che non negano l’aggressività ma non la trasformano in guerra, genocidio, ecocidio sono anche culture in cui si pratica la via dei sogni animati, dell’incanto e della meraviglia, illustrazioni di una Terra Vivente  al di là delle nostre povere immaginazioni. E che riconoscendo la distruttività come intrinseca all’esistenza se ne fanno carico altrimenti.

Da “Come pensano le foreste” di Edouardo Kohn


Lo stesso Fornari lo aveva già intuito quando in Psicoanalisi della situazione atomica (1964) scriveva:

« Uno dei risultati dell’inflazione intellettualistica della società occidentale sembra legato all’oblio da parte dell’uomo cosiddetto civile della capacità che ha invece l’uomo [cosiddetto] primitivo di responsabilizzarsi di fronte al proprio inconscio

Questo oblio oggi viene alimentato ipnoticamente, catturato da una fascinazione collettiva per il riarmo, a un tempo ideologica e post-ideologica, che sembrerebbe avere funzione di difesa maniacale dai lutti profondi che la situazione generale del pianeta impone.  Uno dei sintomi lampanti di questo squilibrio è la demonizzazione del dubbio e della libertà di pensiero. 

La valenza ipnotica della situazione spinge a relativizzare il potenziale distruttivo del conflitto tra visioni geopolitico-economiche dei blocchi egemoni contrapposti. La possibile dimensione atomica del conflitto viene relativizzata anche quando le stesse parti in causa la evocano. Se i regimi totalitari non hanno scrupoli nell’imporre questa logica difensiva le (post)democrazie liberali rivendicano il valore morale (sempre più evanescente) della loro storia attraverso dispositivi retorici che evocano i traumi collettivi del passato. Questo copia e incolla che taglia la testa al toro e ignora i contesti trova in alcuni la forma dell’appello a una scelta inedita e radicale tra libertà e vita.Per alcuni, a sinistra, l’appello al riarmo prende a riferimento la Resistenza. Come se la storia non sia stata abitata da altre forme di conflitto violento che avevano a che fare più che con la liberazione dall’oppressore con le logiche delle sovranità nazionale e imperiale. Mussolini, per esempio, aveva fatto del culto della Grande Guerra, dell’interventismo, del prezzo di sangue pagato dall’Italia, il baluardo della sua retorica nazionalista. E difatti la destra gongola per  l’opportunità ghiotta che questi appelli offrono a un analogio trionfalista spirito guerresco. Appelli che scindono l’unità costitutiva di vita e libertà così come abbiamo scisso l’atomo. Un binarismo insostenibile dato che libertà e la vita abbondante e indeterminata (Zoe) sono strettamente correlate, specialmente oggi che la vita del pianeta tutto viene messa a rischio non solo dalle tentazioni di alzare la posta del coinvolgimento delle potenze atomiche ma anche dalla catastrofe ambientale.  Una situazione fche rischia di svalutare le possibilità di resistenza più profonde dell’umano. Per alcuni la scelta della libertà come massimo valore etico imporrebbe il riarmo anche a costo della distruzione della vita stessa. Vale certamente combattere per ciò che conta e ogni resistenza anche quella dei contadini anarchici che gridavano ben prima del franchismo “viva la muerte” scendendo per i campi contro Napoleone si radicava in un desiderio di buona vita più che nella mera pulsione di morte. Tuttavia, in un conflitto che contrappone l’aspirazione geopolitica di potenze nucleari,  l’appello al riarmo e alla guerra  mi sembra abbia davvero poco a che fare con le lotte dei partigiani.

La situazione atomica e l’intreccio globale dei problemi rendono la vita da salvare innanzi tutto non quella individuale o quella delle nazioni e dei loro interessi geopolitici ma quella del pianeta, condizione di vita, futuro e libertà per tutti. 


Dire che la libertà è un dovere supremo come ha recentemente titolato il direttore di Repubblica mi sembra del resto un doppio messaggio, un ossimoro paralizzante e ipocrita ancor più da quando la pandemia ha consentito ai governi di strutturare le ansie collettive organizzando con politiche sanitarie obbligate la limitazione di movimento e persino per alcuni la libertà di lavorare –  imponendo misure di confinamento e di libertà limitata e differenziale come condizione per poter tornare a “essere liberi”,  cosa che nell’equazione del discorso corrisponde alla supposta normalità dello status quo mentre le cause profonde del dissesto ambientale, ecologico, economico e politico restano occultate. Il senso della libertà viene così ridotto al dovere del consenso. Tutto ciò ha reso impossibile un vero passaggio depressivo, un lutto riuscito che prenda atto del dis-astro che la modernità coloniale ci lascia in eredità. Parlare di un dovere supremo nei confronti del valore  libertà mi sembra allora un artificio retorico che non sconferma la tendenza a una governance post-democratica consensuale che si appoggia anch’essa come nella più evidente razionalità difensiva dei regimi a “formazioni reattive” che gestiscono a modo loro le profonde ansie depressive. Il palliativo rassicurante dell’adesione di massa a un supposto bene comune sembra avere valenze ipnotiche fortissime a destra come a sinistra. 

Il tentativo di utilizzare la guerra per rafforzare il sentire di una identità Europea fortificata e fondata sulla supposta superiorità etica delle sue radici culturali mi sembra faccia parte della medesima deriva anti-storica, nel senso che rifiuta di prendere in carico proprio le eredità non elaborate nella costruzione violenta del progetto della modernità coloniale nel suo rapporto con le risorse e i popoli.

Senza nemmeno parlare delle politiche migratorie a due pesi e due misure, dei milioni di rifugiati siriani confinati nei campi in Turchia , delle migliaia segregati nella foresta tra Bielorussia e Polonia a cui non viene concesso di passare, della profilazione razziale alle frontiere per gli studenti africani che fuggono dall’Ucraina, delle corsie preferenziali che segnalano una visione nazional-identitaria che riduce e inquina ciò che la stessa storia dei conflitti mondiali aveva insegnato sul ruolo cruciale che i rifugiati portano alla comprensione della storia.

Lo ha ribadito benissimo recentemente Didi-Huberman in “Passare a ogni costo”:

Tutti questi movimenti di migrazione hanno un nome generico: la cultura. Non la cultura dei «programmi culturali» o dei «ministeri della cultura», ma la cultura nel senso antropologico del termine, ciò che rende cioè gli umani quegli esseri capaci, non solo di parlare, lavorare e inventare attrezzi, o magari opere d’arte, ma anche di vivere in società, parlarsi, inventarsi, immaginarsi l’un l’altro. Quando una società comincia a confondere il suo vicino con il nemico, o lo straniero con il pericolo, quando inventa istituzioni per mettere in opera questa confusione paranoica, allora possiamo dire, secondo la logica storica – e non da un semplice punto di vista etico – che sta perdendo la propria cultura, la propria capacità di civiltà.”

Chi si schiera per la cultura, intesa in questo senso, pare oggi colpevole di ignavia terrapiattista (ancora Repubblica) o di nascondersi dietro sofismi astratti, ma ragionare, o meglio sentir-pensare, non significa né scegliere la scorciatoia del tifo né mantenere una indifferente equidistanza –– significherebbe piuttosto considerare la necessità di una più ampia prospettiva che faccia i conti con le varie forme di diniego in questo grande dissesto e prendere posizione per il pianeta come condizione primaria per la continuità di un processo che garantisca vita e libertà. Al di là dei proclami e degli imperativi emergentiche impongono di schierarsi un barlume di consapevolezza di questa altra urgenza non è forse estraneo agli uni come agli altri.

Forse chi saprà riconoscere la possibile catastrofica deriva che queste difese inconsce amplificano, senza timore di dis-fatta, si dimostrerà all’altezza del’umiltà necessaria oggi nel momento del pericolo.

Ma sulla lezione di Fornari su psicanalisi e culture di pace sarà bene tornare. (continua)

per Liana Borghi

Bello il convegno del 26 febbraio al Giardino dei Ciliegi dove Clotilde Barbarulli ci ha invitato a ricordare Liana Borghi. A cui era carissima la pratica della “diffrazione” , come campo indeterminato di creazione continua del possibile. Di fronte alle catastrofi del pensare e dell’agire che includono il colonialismo discorsivo ed epistemologico gli interventi hanno evocato le eredità generative di Liana e delle suo sentir-pensare, dalle prospettive “post-queer” su cui rifletteva Marco Pustianaz alla constatazione che nelle sue relazioni poetico-politiche Liana coglieva l’emergere di un “entusiasmo che precede” come ci ha ricordato Gaia Giuliani, cosa che porta diffrazione alle “utopie” mettendo in gioco un tempo profondo e dislocato (“deep time”), un futuro passato che si intreccia con le cose a-venire, riattivando capacità esiliate o menti parallele. Una visionarietà sospettosa di ogni ideologizzazione e di cui oggi c’è più che mai bisogno. Nel ricordare Liana e la passione con cui ha accompagnato anche noi in Clinica della Crisi pubblichiamo di seguito l’intervento che Maria Nadotti ha presentato al convegno.

Disseminare

Maria Nadotti

26 febbraio 2022

Potrebbe essere un’epoca straordinariamente interessante questa nostra. 

Tutto è in mutazione: il lavoro, la didattica, il rapporto stato/cittadin*, lo statuto dei corpi, il nesso salute/mercato, la strumentazione tecnologica, le forme della comunicazione, i linguaggi, le forme associative e la rappresentanza politica, il concetto stesso di vita e le categorie di valore cui essa tradizionalmente si accompagna (libertà, dignità, bene comune), la relazione tra ‘vivente’ e ‘non-vivente’, la percezione dell’altro da sé, persona/albero/animale/virus/lembo di terra che sia. 

Tutto ciò, naturalmente, è in mutazione da tempo. L’elemento di novità è l’accelerazione con cui il cambiamento si sta, grossomodo dagli anni Novanta del secolo scorso, manifestando. Si rischia – alla lettera dall’oggi al domani – di rimanere indietro, di perdere un pezzo, di disorientarsi, di non capirci più niente e, dunque, di delirare, allucinare, scambiare panche per tavoli. Oppure – ed è quello che più umanamente siamo tentati di fare – di rinchiuderci nel nostro particolare, di difenderlo con le unghie e con i denti, di mimetizzarci come fanno i lombrichi quando si acciambellano sotto il terreno, aspettando che passi. 

Il fatto davvero inedito di questa nostra epoca è che, forse, quel che oggi è in corso non passerà, perlomeno non in tempi commisurati al nostro modesto tempo di vita.  E questo, inevitabilmente, ci costringe a pensare ripensandoci, a guardare/ascoltare con maggiore attenzione l’habitat in cui siamo immersi e a riflettere in modo attivo sull’habitus cui in modo più o meno distratto, inerziale, difensivo o inconsapevole facciamo riferimento. Che margini di scelta abbiamo, per esempio? Quali sono le decisioni che possiamo prendere e quali ci sono interdette? Qual è il nostro bene e quale il nostro male? Di chi possiamo fidarci? A chi dobbiamo affidarci? È ancora possibile, verosimilmente, lottare? E, se sì, per cosa, insieme a chi e contro chi? Che scarto c’è, oggi, tra vita e sopravvivenza? È possibile pensare l’una scissa dall’altra o, in altri termini, separare la sopravvivenza del corpo dalla morte dell’anima, dello spirito, della coscienza cui è stata impedita la vita? Cos’è che tiene in vita una vita e la rende degna di essere vissuta? 

In ogni caso, là dove la confusione regna sovrana, dove l’ipotesi vale fino alla sua prossima e prevista smentita, che si obbedisca o si disobbedisca, che si rispetti la legge o ad essa si trasgredisca, fa un’unica differenza: l’obbedienza alimenta il caos, la disobbedienza lo interroga. 

Le foglie, quando d’autunno cadono, agiscono liberamente o è il loro destino di foglie a produrre, a tempo debito, il loro distacco dal ramo? Oppure è il vento che spira da Nord a spezzare il filo che le lega all’albero e a condurle a una nuova vita? Può una foglia disobbedire?

La lingua tedesca ha due termini per indicare il corpo. Körper e Leib: il primo è il corpo che occupa uno spazio ed è un oggetto tra gli altri, il secondo è il corpo proprio, umano e mio, come correlato dell’anima, della coscienza, di un soggetto che sente e percepisce. Oscillare tra la libera scelta e la suggestione altrui non è forse esattamente l’esito di questa dualità intrinseca al corpo, corpo/materia, corpo/cosa di contro al corpo/coscienza, corpo/intelletto. Possono, le due cose, essere scisse senza produrre il disastro?

Ed eccomi a Liana, un’amica molto cara e una delle intelligenze più lucide e inascoltate di questa nostra Italia che si sta inabissando nel non-pensiero e in una sorta di opacità emotiva e affettiva. Liana, di sé, diceva che sentiva/pensando, che la sua testa e il suo cuore lavoravano all’unisono. Chi l’ha conosciuta e ha studiato, esplorato, costruito, organizzato, chiacchierato, mangiato, viaggiato, riso insieme a lei sa che per lei non c’era soluzione di continuità tra il pensiero e il corpo con i suoi piaceri, le sue furie, i suoi dolori, le sue paure, le sue vulnerabilità. 

È da lì che nasce quell’impasto formidabile di idee e di sentimenti che rendono il femminismo di Liana così peculiare nel panorama dei femminismi italiani, così mosso, così recisamente nemico degli approdi ideologici, così in divenire, così aperto e pronto ad accogliere, così critico e autocritico.

Fino all’ultimo, davvero fino alla settimana prima di staccarsi fisicamente da noi, Liana ha voluto indagare con alcune/i di noi quella che le sembrava una delle proposte politiche e teoriche più interessanti nel panorama mondiale, quella che ci è arrivata da Bayo Akomolafe, interprete amoroso delle analisi femministe neomaterialiste e de-generi di Karen Barad.

Mentre i femminismi italiani continuano, se pur variamente, a parlare di identità di genere, della loro moltiplicazione come fenomeno emancipatorio, atto trasgressivo di indisciplina rispetto a un canone duro, o potenziale e nefasta cancellazione del ‘femminile’, Liana proponeva la via accidentata della disidentificazione, dello sganciamento progressivo dal bisogno di definirsi, di stare dentro o fuori da un riconoscibile e roccioso ‘io sono questo’. 

La sua instancabile ricerca non del nuovo, ma dell’a venire e dei segni che già lo annunciano, scompigliando e problematizzando le quiete acque dell’attivismo femminista contemporaneo, prendeva forma in un vero e proprio metodo di lavoro: 

Liana faceva e si faceva domande, e poi si metteva in ascolto, alla lettera ascoltava le risposte e tentava di darsene, creando un vortice collettivo di voci e raccogliendo l’ansia, lo smarrimento, la paura che ad esse si accompagnavano e mitigandoli proprio attraverso quell’amorevole lavoro di tessitura che ha caratterizzato la sua pratica femminista. Accogliere, tenere e mettere insieme.

Si situa qui la sua formidabile opera di ‘importazione’, ‘traduzione’ e ‘disseminazione’ di pensieri, scritti, pratiche provenienti da geografie, culture, lingue lontane da noi. Non per convincere o sedurre, ma per discutere e differenziare. Esplicitare la diversità per tenere davvero insieme, esplorando la potenziale ricchezza insita nel difforme e cercando quegli elementi che creano amicizia politica e comunanza anche là dove le idee sembrano divergere.

Un femminismo affettivo quello di Liana, capace – soprattutto  in questi ultimi anni – di  assumere la dissodisfazione, l’harawayano ‘staying in truble’, la nostra comune e inevitabile mortalità come miccia al pensiero e all’azione, come antidoto tanto alla rassegnata meditazione quanto al generoso ma cieco attivismo.

Segnalo in particolare la fermezza con cui Liana ha messo a tema la necessità di interrogarsi sulle parole, le silenziosità, le disfunzionalità, il senso di disagio che segnano noi e i nostri corpi. Come chiamare, per esempio, il corpo, oggi, qui, tra pandemia, guerre, metaverso e deliri di onnipotenza? Come rientra il ‘femminile’ o il ‘maschile’ in questa desolata terra di nessuno, che fa del corpo (di chi? di quant*?) l’assoluto a perdere e l’assoluto a conservare? Come cercare modi alternativi di capire le cose e come condividere tra di noi forme che ci sembrano funzionare? Come allineare il corpo con il mondo attuale? Come dare voce alla nostra rabbia senza esserne soffocate? Come riconoscere l’inadeguatezza dell’attivismo tradizionale senza precipitare nella passività, nella depressione, nella rassegnazione o nel cinismo? Come fare attivamente comunità in un mondo che sta costruendo la distanza e la separazione come nuova sfera pubblica?

Concludo con un pensiero ‘fantascientifico’ di Liana: se il mondo viene ‘fatto’ nominandolo, urge inventare parole/concetto inedite, spiazzanti, eversive, che non si limitino a rispondere alle parole dell’altro nella lingua dell’altro. Proviamo ad abbandonare il già noto e quel sottile, rassicurante velo di nostalgia che lo accompagna. Proviamo a muoverci al buio, mettendo al lavoro altri sensi e altri sentimenti. Per esempio, oggi, non la solita retorica femminista da cane di Pavlov contro la guerra  in Ucraina (con i suoi slogan aberranti, tipo “Fuori la guerra dall’Europa”), ma la dura interrogazione su dove sia la pace oggi nel mondo e su come possa esprimersi, nei fatti e nelle parole, il pacifismo dei femminismi contemporanei.