Per una cartografia decoloniale

Postattivismo creativo

art by Curiot

Riprendendo i nostri dialoghi vorrei poter inaugurare una serie di discussioni su come si possa intendere il “postattivismo”:  non come una sorta di superamento dell’attivismo, ma come una via verso una  maggior efficacia e respons-abilità in una nascente ecologia della cura e della riparazione. L’epistemologia critica è importante ma non basta e nessun “soluzionismo”  esce in fondo dalla logica coloniale della pretesa efficienza della modernità. Una architettura in cui abitano persino i privilegi “etici” delle migliori ragioni e che alimenta negli stessi movimenti il narcisismo delle piccole (o grandi) differenze.

Anche se siamo ancora incapaci di fermarci davanti allo sfacelo –  come l’angelo della storia di Benjamin catturato dal moto perpetuo dei più alti ideali –  forse cominciamo a intravedere quanto l’intreccio costitutivo e relazionale della realtà ci inviti ad abitare e trasformare  diversamente le rovine. Specialmente quando il confine tra simbolico e reale si assottiglia: quando i satelliti iniziano a cadere “La caduta del cielo” – la profezia sciamanica di Davi Kopenawa – non è più solo un affascinante viaggio dislocante verso esotiche prospettive.

Qui condivido non una sintesi ma tre  brani che assemblo perché li ho appena letti e ascoltati – contributi di di Bayo Akomolafe, l’autore che in questo momento mi sollecita più di altri a pensare ed esplorare il potenziale del pensiero decoloniale “fuggitivo” e diasporico: la costellazione della crisi,  il post-umanesimo, il neo-materialismo, le alleanze in fieri degli undercommons, il rovesciamento delle prospettive generato da un animismo relazionale ecosistemico intrecciato con le scienze della complessità… 

Forse la sfida si pone a un crocevia: andando di là si resterà intrappolati nei ricordi di passate militanze – che è anch’esso una sorta di imprinting identitario – nell’altra direzione invece rischiamo di rimuovere le eredità che ci costituiscono – non resta che riconoscere e rendere creativa l’impasse imparando a intra-agire  con quelle urgenze immanenti in cui il passato è strettamente intrecciato con questo presente…

C’è forse una terza via tra il militantismo risentito del conflitto permanente e la resa alla dipendenza atomizzante agli algoritmi dominanti. Una via che prende forme provvisorie a partire dalla consapevolezza emergente che ciò che agisce non può essere che affettivo, intra e inter-relazionale.

L’attivismo militante, le lotte per il respiro negato, per i diritti, lo stesso slancio critico, sono stati e restano imperativi necessari  oltre che storicamente cruciali,  come lo sono gli imperativi locali del presente. Il postattivismo mi sembra tuttavia un tentativo “clinico” di esplorazione collettiva di forme di  cura, riparazione e creazione collettiva in un tessuto relazionale (e percettivo) profondamente ferito, un tentativo che tenta di ripensare le alleanze necessarie a farlo nel contesto di in una più ampia e inclusiva costellazione o cartografia spazio-temporale.

Mi piace in particolare il modo in cui Bayo decostruisce le identificazioni razziali rideclinandole in termini storico-simbolici: la bianchezza come eredità escludente, culto della purezza e del controllo all’interno di un’architettura modernista e come dice Mbembe “brutalista” capace di accomodare nei suoi dispositivi giuridici la costruzione di moltitudini di “corpi-frontiera”. E la nerezza come decostruzione forzata del rapporto con “terra e sangue”, ma anche opportunità diasporica animata dalle radici di un rapporto permanente con la complessità visibile e invisibile e con l’idea di cura come trasformazione…

Da questo punto di vista le considerazioni di Bayo offrono una diversa cornice di riferimento per l’idea di riparazione che anche in questo caso fanno eco a quelle di Mbembe e degli autori di Undercommons. Se la riparazione delle ferite coloniali e patriarcali tocca il tema di fratture profonde nella relazione col vivente essa rappresenta qualcosa di altrettanto irriducibile, qualcosa che ha la forza di un evento e che trascende sia le supposte virtù giuridiche della modernità che il concretismo di un risarcimento impossibile. E tuttavia dalla stessa frattura diasporica nuove fonti di pensiero e performatività aprono inedite possibilità di cura.

Mi rendo conto mentre assemblo che i frammenti arbitrariamente condivisi non fanno giustizia alla ricchezza degli argomenti che una lettura più organica del lavoro di Bayo Akomolafe può offrire – ma forse possono servire come pratica di compostaggio se fecondati dallo slancio immaginativo di chi legge. 

A presto,

fab

art by Curiot

Qualche brano da una conversazione in podcast che potete ascoltare per intero in inglese qui https://newrepublicoftheheart.org/podcast/064-bayo-akomolafe-getting-lost-meeting-the-more-than-human-vibrancy-of-the-world/?fbclid=IwAR2fCsQTIA_6bxQxiFUUVvhY4P-tU-cpFmzEe3LdB6j6ruyUg4aDnOY6_VE

«Come creiamo qualcosa di nuovo? Come facciamo qualcosa di diverso dal parlare nello stesso modo, scrivere nello stesso modo, ritrovarci nello stesso modo? Come faccio o come facciamo noi – e dico “noi” perché c’è una complessità irriducibile e perché l’io è già accompagnato da quegli “altri” che cerca di ignorare mentre sforza di nominare sé stesso così assiduamente… 

Come facciamo, a partire da questo denso noi, a uscire dai confini di ciò che ci è famigliare, per entrare in ciò che è portentoso e  impensato,  per intrecciarci con altre modalità del pensare e del conoscere? 

Le cose che cerco di esplorare nel campo dell’invenzione  e della sperimentazione, nei margini liminali delle cose e che a volte definisco nel linguaggio della “fuggitività”, delle “piantagioni”,  della fratture , delle nascite messianiche e delle notizie sperimentali, mi rendono sospettoso nei confronti del “soluzionismo”, mi rendono guardingo nei confronti di chi dice: “ho la soluzione”.  Sto cercando una dimensione di “incapacità generativa”, un posto per il compostaggio che possa rendermi capace di cose nuove e ovviamente il compostaggio non dipenderà dalle mie azioni, perché un nodo nel filo non può sciogliersi da solo, ha bisogno della compagnia di altri per farlo, così in un certo senso la mia ricerca ha come focus gli altri, tutti quelli che la modernità ha escluso, altri alieni, microbiomi-altri, tutti quelli che non abbiamo pensato come particolari o cruciali per ciò che succede sulla terra, perché pensiamo sempre nei termini di ciò che conta per gli umani, ci poniamo sempre come esseri senzienti al centro, mentre il mio desiderio va verso  i mostri, le fate, gli outsider, le cose che escludiamo, e io confido in un coro di esseri che generi alleanze più ampie, per trovare nuovi modi di stare insieme. Queste sono le mie priorità e il modo in cui procedo su questo piano, per esempio, è quello di incontrare i miei bambini ogni volta come se fosse la prima. Ci sono faglie creative nel tessuto della realtà (…)

[Domanda: “dopo George Floyd e di fronte ai suprematisti bianchi qui in America non c’è più modo si sentirsi “virtuosi” ci sembra di ereditare tutti un crimine  e quando entriamo in dialogo con qualcuno dal Sud Globale, con qualcuno nero, vorremmo in fondo non essere associati ai colpevoli, vorremmo poter riconquistare una virtù impossibile e vorrei nominare queste cose in uno spirito di apertura e vulnerabilità…”]

Se tu andassi a trovare uno sciamano Yoruba – in realtà non si definiscono sciamani, ma guaritori, il termine è babalayo,  un “medicine man” che è una sorta di avvocato cosmico, che non si limita a guarire ma che negozia la guarigione, il benessere e la prosperità con con la miriade di agencies multiple che popolano il mondo e che noi riassumiamo con nome ayé,  termine che con una sana dose di povertà viene tradotta con il termine “vita”, ma è qualcosa di più ampio, c’è quasi un sapore di cospirazione nel termine ayé…., comunque il babalayo incontra tutte le forze o il maggior numero possibile di forze che sono rizomaticamente connesse con la tua situazione per intercedere a tuo favore, con una capra o dell’igname (yam), ma un guaritore o babalayo non smette di essere gentile quando si avvicina con un coltello…c’è qualcosa che può apparire brutale nell’approccio, non credo che loro ne parlerebbero esattamente in questi termini ma su un certo piano si può dire così: “la guarigione può essere un rischio”… se la guarigione si china su una forma particolare con cui ci identifichiamo allora fa correre dei pericoli. Abbiamo questo desiderio di salvezza e redenzione. Ma salvezza e redenzione si declinano a partire da una ontologia specifica che stabilizza determinate modalità di “essere” e questo è il motivo per cui spesso dico che la “giustizia” che è un ideale immenso, no?, potrebbe anche ostacolare alcuni processi di trasformazione… e il lavoro del babalayo è la trasformazione.

Sa che il tuo problema non consiste nel maggiore o minor benessere, ma nell’aver assunto un determinato stato corporeo…uno stato corporeo che ti permette di sperimentare quello che stai sperimentando…. Così viene verso di te con un coltello per ferirti, per ferirti di più, non per ucciderti ovviamente, ma per incidere cicatrici nel tuo corpo, e da dove vengo io questo ha generato la tradizione delle scarificazioni, l’apertura della carne corrisponde al desiderio della carne di altre modalità di essere nel mondo e la spietatezza di quello che dico deriva da questo, che se parlo a partire dal paradigma all’interno del quale nasce la domanda allora divento parte del problema, imbrigliato nelle dinamiche del problema (…) ho cominciato a pensare “cosa potrebbe funzionare meglio di una risposta a un problema?” e sento che la risposta a questa domanda è “una sorta di stupore meravigliato e sbigottito” (bewilderement)… perché lo stupore ci fa uscire dalle economie relazionali dove le domande e le risposte si contaminano a vicenda… ti trasporta in una diversa economia relazionale, in una prospettiva del tutto diversa…da mio punto di vista può essere più efficace di una risposta. Così quando mi fai una domanda sulle dinamiche Floydiane della nostra epoca, la domanda centrale che emerge dalla modernità è “ come reagiamo, come affrontiamo il senso di colpa che questa situazione genera?”  E non ho una risposta definitiva, ma anch’io mi pongo una serie di domande:   mi chiedo anche se il modo con cui formuliamo queste domande non facciano parte del problema… facciano parte della crisi…. E se l’enfasi sulla colpa – e non è che voglia svalutare l’importanza della colpa, il senso di colpa può avere una funzione, ma il dubbio è che l’enfasi sulla colpa non faccia altro che consolidare la centralità bianca che vorremmo decostruire o dalla quale vorremmo allontanarci…e che anche il paradigma dei soggetti che cercano riconoscimento da parte dello Stato faccia parte del problema…

Così quando una persona bianca si presenta e chiede “ma noi ora che facciamo di questa situazione?” io sento che la domanda stessa risuona con il paradigma dominante che tenta di arruolare quei corpi come attori nel consolidamento della modernità…e non credo che abbiamo risposte …a queste domande su quello che possano fare i bianchi… credo che questo sia un momento in cui sia cruciale ascoltare insieme, potresti chiedermi “ma ascoltare cosa?” – credo che il mondo più-che-umano ci stia invitando a una posizione di ricerca e questo luogo di ricerca è razziale, spirituale, psicologico, economico, gastronomico, batterico, microbiotico è contemporaneamente tutte queste cose…ed è qui che penso che sperimentare nuove modalità di essere sia necessario, per andare da una politica che mette al centro queste ansietà, perché le ansietà sono il prodotto delle forme cha abbiamo assunto…e abbiamo bisogno di nuove storie e nuove cornici di riferimento ontologiche con cui pensare o ripensare le nostre identità, ripensare cosa significhi essere nera, che è un concetto diasporico, ripensare che significhi essere bianca, che è una moderna imposizione identitaria e trovare altri modi di essere nel mondo…

Non va assolutamente ignorato il grido urgente, la domanda di salvezza e attenzione… faccio parte di quel grido, ma so che la critica mi può portare solo fino a un certo punto…la critica mi colloca in piena modernità e ho bisogno di qualcosa che mi porti più in là [Bayo qui racconta la storia degli schiavi Igbo che ho pubblicato in Ballando con lo spirito dell’acqua)… quella idea di una nerezza più-che-umana mi interessa perché non voglio essere salvato da corpi bianchi, non voglio essere l’oggetto di compassione moderna, voglio altri spazi di potere.

[Domanda sintetizzata: “abbiamo ereditato una narrazione di progresso… e l’abbiamo poi intrecciata con un’idea spirituale, perché non possiamo considerare la vita solo come una storia catastrofica, la vita è miracolosa non stiamo forse andando verso la vitalità vibrante di un mondo consapevole e meraviglioso?”]  

Sono di solito molto riluttante nel descrivere il mondo come IL mondo. Credo che Marcus Gabriel nel suo libro “perché il mondo non esiste” abbia lavorato per decostruire l’idea che il mondo sia un tutto coerente… non è che neghi l’evidenza empirica sta solo dicendo che il linguaggio non può nominare ogni cosa in una qualche forma totalizzante, non vi è un termine che copra tutto, la “cosapevolezza” non basta, l’Universo neppure, perché persino l’immaginazione è reale, ha veri e propri effetti non è necessario che abbia validità empirica per avere effetti. Non è che vi sia UN mondo e nemmeno mondi MULTIPLI, il mondo è resiliente nella sua indeterminatezza e navigandolo noi operiamo dei tagli operativi in un punto o nell’altro, lo definiamo e chiediamo che ci definisca…. Non siamo solo degli utlizzatori e il mondo non è solo uno strumento – di nuovo il linguaggio mi tradisce – noi non siamo utilizzatori e Un Mondo o Mondi Multipli o il Mondo a Venire siano uno strumento, piuttosto capiamo che  i ruoli vengono costantemente capovolti. E questo mi porta a discutere l’idea di “che cosa ci aspetta” e sono acnora più riluttante a parlarne – qualche volta mi chiedono: “cosa pensi che accadrà nel 2050? Entreremo in un Età della compassione?” O qualcosa del genere. E davvero non so come rispondere a questo tipo di domande…Vengo da un popolo che non poteva vedere cosa sarebbe accaduto la settimana dopo perché non ne avevano la possibilità… quando leggo della scarsa visibilità in California per via degli incendi, sento compassione ma sento anche “certo, questa cosa la conosco, l’ho vista, l’ho vissuta…” il fatto di non sapere cosa succederà dopo… l’urgenza, l’immediatezza del mondo è ciò che cattura la mia attenzione – e so che rischio di lasciar fuori un universo di considerazioni – ma c’è lavoro da fare nella immediatezza immanente del mondo, a partire da come viviamo nella densità del presente…e al di là delle categorie con cui proiettiamo il presente nel futuro. Preferirei mettere a fuoco il passato. Per esempio, c’è un proverbio indigeno che dice che il lavoro serio lo fanno quelli che guardano il passato. Non considero il passato come qualcosa di concluso, perché mi interessa un diverso paradigma temporale, “il passato deve ancora accadere”, posso guardare in avanti, per così dire, e guardare il passato. Se pensi al tempo in termini circolari allora il passato non è solo ciò che è passato, il passato è ciò che sta ancora accadendo, l’eco di voci nelle pieghe della modernità, gli archetipi di cui parlava Hillman per cui gli dei che non sono mai svaniti, sono diventati parte dei nostri apparati, dei nostri pixel e delle nostre tecnologie…L’idea che il passato sia presente che dobbiamo le nostre vite e i nostri corpi al cosiddetto passato, e che lo elaboriamo continuamente in una qualche forma transcorporea quando per esempio ci chiediamo: “che significa avere un corpo? Che significa essere vivi in questo tempo?” questo è un tema che mi appassiona, tanto che non riesco a pensare a quale forma il mondo potrebbe avere in un tempo futuro – non so se posso avere fiducia – e forse questa è una prospettiva postmoderna – non so se posso avere fiducia in queste grandi metanarrative – l’ ”Età della Ragione”, l’ “Età dell’Acquario”…o qualcosa del genere (ride) certamente non c’è stato niente del genere per persone come me…sono molto sospettoso rispetto a quel modo di nominare le cose anche per restare umili rispetto a cosa potrebbe accadere – non è per negare la creatività con cui nominiamo le cose, ma dobbiamo resistere all’urgenza di farlo da soli…»

Da un altro post sulla pagina fb bayoakomolafe

«La modernità non ha eliminato il sacro. Lo ha riposizionato nel confine delle coordinate umane – in primis nel corpo bianco, il suo principale avatar. Qui nei vortici del rifiuto post/moderno di ogni autorialità non umana, nello stesso progetto antropologico, si nasconde un tempio dedicato alla venerazione delle quando riusciamo a criticare queste forme di devozione religiosa –  siamo tutti arruolati al servizio di questa configurazione: puliamo panche, passiamo il cestino delle donazioni, ammiriamo i preti nel sanctum sanctorum. Ma il sacro non si fa ingabbiare. Oggi, se ascoltate, potreste sentire che la presa contratta dell’umano comincia ad allentarsi, mentre la nostra pretesa centralità non regge il confronto con argomenti non umani assai convincenti. Se ascoltate un po’ più a lungo, potreste persino iniziare a discernere i passi caotici del sacro che migra dal suo precedente confine, fischiettando mentre saltabalzella con determinazione  sulle rovine asfaltate del nostro mancato arrivo…»

carnevale a Haiti

 

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«Insieme a Bruno Latour, in una “perversa” deformazione del suo aforisma ma che credo egli approverebbe possiamo dire: “Non siamo mai stati umani”. In un sorprendente rovesciamento del copione non siamo né gli eroi né l’unico focus affascinante di un pluriverso eccedente. Il sapere strumentale umano capace di concepire l’uso di strumenti e attrezzi è diventato (o è sempre stato) strumentalizzato. La dimensione [evolutiva] ultima, definitiva è diventata  penultima (…) il mondo è vivo e performativo – suffuso di elementi di agentività relazionale, quelli che attribuiamo senza pensarci a noi stessi.

art by Curiot

In breve l’Antropocene richiede una ontologia radicalmente nuova e smantella quella aristotelica-cartesiana che la maggior parte degli abitanti della modernità hanno dato per scontato. Aspetti di questa performatività materiale che prende atto di processi “molecolari” (nel senso attribuito alla parola da Deleuze) sono i corpi transcorporei, le specie amiche, il tempo queer e l’agentività non umana. Questo vibrante mondo ecologico emergente, de-sacralizza l’attività umana, inserendola in una rete di altri effetti efficaci che scorrono da un mondo incalcolabilmente perverso e rizomatico. Un mondo processuale di azioni performative in divenire.

(…)

Invece di considerare solo i soggetti indipendenti nel loro agire – cioè l’unità  privilegiata di analisi del cambiamento sociale, e le cui intenzioni, motivazioni ed esaurimenti costituirebbero la fucina del cambiamento mondiale  – prestiamo lttenzione all’attrezzatura che circonda il soggetto intento ad agire,   considerando l’assemblaggio complessivo,  tentando ci capire cosa e come stia operando questa concatenazione di corpi. 

L’attivista non è più l’umano separato dal dispositivo necessario al suo attivismo, ma è l’ ”umano” e i suoi attrezzi: gli schermi dei computer, i concetti, le classificazioni, le categorie di pensiero, e la città nei suoi effetti di soggettivazione.

In quanto tale il “Sé” classico viene così decentrato come focus dell’attenzione e delle suppliche; il cambiamento sociale non dipende da mosse unilaterali del sé umano, ma dalle concatenazioni emergenti che attraversano altre concatenazioni (deterritorializzioni e riterritorializzazioni).

Come definire una ricerca postattivista? Quali questioni potrebbero emergere? Non c’è spazio qui per esplorare le metodologie di un impegno postattivista, ma qualunque esse siano, tale vocazione è promettente  – specialmente in tempi di sconforto, quando l’approccio alle questioni da veterani dell’attivismo non appare generativo. 

Come figlio del cosiddetto Sud Globale, il mio popolo è stato per molto tempo beneficiario della “benevolenza” occidentale. Le Ong sono altrettanto numerose delle chiese predatorie ad ogni angolo di strada. Molti [subalterni] si  ribattezzano “attivisti”  per  mettere la bocca sotto il rubinetto  del “foreign aid” e della filantropia Euro-Americana. Tuttavia non ci sono grandi cambiamenti. L’attivismo si traduce sovente nel fatto che scafati ragazzi di strada siano pronti ad ingannare un altro straniero in cerca di virtù. Per i volonterosi ed ingenui neo attivisti le lezioni sono dure e presto imparate: non importa quali siano la tua giusta causa, o le tue nobili intenzioni, per sopravvivere devi portare avanti il programma.

Il possible invito del postattivismo è di restare con i vari elementi dell’arredamento che compongono l’assemblaggio attivista. Invece di mettere a fuoco solo l’umano, veniamo invitati a prendere nota dei dispositivi, di  cosa essi stabilizzino, di che cosa riproducano, di che cosa escludano. 

Per esempio – prendendo sul serio l’invito postattivista di de-privilegiare l’ “attore” umano – potremmo scoprire che i nostri problemi fanno spesso parte del problema: che le nostre soluzioni, pensieri, contributi e idee sono secrezioni delle concatenazioni con cui intra-agiamo. E che come tali – e questa è un’ulteriore importante considerazione post-attivista – spesso rafforzeranno le situazioni problematiche che vorremmo evitare: le nostre “soluzioni” sovente si riveleranno come un aspetto della crisi che si ripiega e moltiplica, magari in modo più intelligente e con più sfumature.

La cosa più importatnte è che la ricerca postattivista potrebbe aiutarci a ritrovare un sentimento di meraviglia e re-incanto indicandoci “altri luoghi di potere”. Forse questo è il suo dono più grande: scombinare gli schemi percettivi e le forme di impegno per riorientare l’attenzione su altre bolle di potenzialità che emergono dai paesaggi chimici dell’Antropocene.

***

In ultima analisi, il più grande sacrificio dell’attivista è la sua identità, la sua verginale separatezza. Con la sua dipartita disperde i suoi resti impollinando ogni banale superficie con agentività e promessa. Ed è lì che dobbiamo andare, nella distanza performativa in cui vortica l’altrimenti.»

street art stencil a Betlemme

Lavorio del lutto e Ethos della Terra

Una paziente che si sta iscrivendo a un master in death studies mi racconta un sogno (e mi accorda il permesso di raccontarlo)-

“sto andando a iscrivermi al primo anno di università…il luogo è immenso come se connettesse due atenei diversi… mi accolgono delle bidelle vestite di blu molto gentili… nessun accademico in vista – una delle bidelle mi accompagna – c’è un lunghissimo corridoio e una sorta di situazione notturna circense-punk un po’ dark nelle varie aule che si aprono – poi  è di nuovo giorno e la bidella vuole che mi metta una tuta per l’esercitazione introduttiva nel prato –  solo in questo momento mi rendo conto che in realtà nel sogno mi sto iscrivendo al mio corso in death studies. L’esercitazione consiste nel tagliare l’erba e mi chiedo se sia l’erba di un camposanto….

Poi il sogno passa all’esercitazione successiva che va fatta con i delfini (associazione – quando muore un piccolo delfino le madri li spingono verso la superficie – non si è ancora capito se per tentare di rianimarli o come forma già rituale di lutto). Nel sogno i delfini prendono dei bambini piccoli (di 14 mesi) e prima li impastano di argilla lasciando fuori solo bocca e occhi – perché seccando grazie all’argilla che ingrigisce i bambini assumono l’aspetto di piccoli delfini –  Dopo averli buttati in acqua i delfini li spingono verso l’alto forse in una simulazione del lutto).”

Non aggiungo molto e lascio a ognuno le sue risonanze. Mi limito a sottolineare l’intreccio nel viaggio di formazione che include le subalternità amiche (le bidelle), lo show queer notturno, il taglio del prato e soprattutto la scena finale. Il tutto nel contesto di un tema che tocca il lutto ma anche la continuità e l’intreccio di vitamorte in una dimensione che mi sembra emerga da un inconscio quasi “prospettivista”

Di questa ultima scena sottolineo solo quanto significativa sia la prospettiva dei delfini, l’idea di un loro punto di vista e di una loro performatività, così come l’inconscio della sognatrice lo propone – il loro accomunare rivestendo di argilla i cuccioli d’uomo per sottolineare l’analogia con i cuccioli di delfino nel rituale del lutto. Entrambi terreni, con un’argilla che accomuna. In ebraico il primo uomo Adam, l’umano, creato dalla terra “a immagine e somioglianza del divino”(!) deriva dalla parola femminile “Adamah” che significa argilla rossa o argilla di sangue…

A me sembra molto significativo che in un corso onirico sulla morte e quindi sul lutto l’accento si sposti sull’insieme del vivente, sulla sua comune origine terricola, chtulucenica – come se l’ethos oggi emergente, la sensibilità affettiva condivisa che porta all’azione, co-generasse l’ethos della terra, dentro e a prescindere dalle differenze nelle prospettive e nelle lotte per il riconoscimento e l’identità…

Ho sentito recentemente parti di un webinar con Rosi Braidotti – che ora è stato tolto dall’etere (e anche questa mi sembra una scelta interessante – che sottolinea, in un’epoca di riciclo continuo di immagini pixellate, l’importanza e la possibilità della presenza anche di quella virtuale). Braidotti citava Viveiros de Castro e De Scola sottolineando che pur non essendo nelle sue corde anche la prospettiva post-secolare  emergente – specialmente nelle culture della resistenza indigena e nell’intreccio vitale dell’entanglement animista – è un aspetto che va ascoltato nella costruzione di una prospettiva di alleanza radicale includent, decoloniale e senza pretesa di “sintesi”.  

Parlando di etica affermativa aggiungeva che una delle parole in voga che iniziano ad andar strette è “vulnerabilità”, una parola che può facilmente diventare materia retorica per quelle tante “fragilità” che alimentano i discorsi populisti,  razzisti e sessisti.  Si tratta invece di fermarsi di ascoltare e imparare dal dolore e dal lutto, di coglierne la portata e il potenziale trasformativo e relazionale.

questo proposito segnalo un link a un articolo molto interessante https://atmos.earth/rest-resistance-colonization-black-liberation/?mc_cid=305a498737&mc_eid=b40fae9603&fbclid=IwAR3C_V2zja6ruWWYriMypTdDjmdFH_9JGQl3dBgVGagwe4KrFsndkDyBma8

L’articolo in questione segnala come le dinamiche performative del capitalismo tolgano insieme al riposo uno spazio onirico e immaginativo cruciale per i processi di decolonizzazione

Aggiungo che una psicologia decente ha imparato a diffidare dall’estrattivismo, anche da quello psicologico. Ciò che agisce lo fa nell’intreccio delle relazioni e delle prospettive. La psiche non è “dentro” e non è “dentro” che va curata ma “tra”…

Se la capacità di attraversare consapevolmente i lutti  è la premessa per acquisire questa qualità relazionale, forse solo da un lutto post-umanista può nascere un ethos della terra… e per post umanista non si intende la negazione dell’umano ma la ridefinizione di un concetto del tutto insufficiente nella sua declinazione storica.

Oggi ho visto Nomadland e a me è sembrato il riconoscimento emergente – persino nel mainstream cinematografico – che la comprensione di ciò che accade nel mondo non possa che nascere dalle crepe, dalle fratture, dalla vita ai margini, dentro e malgrado le rovine del capitalismo. Sarà che ho sempre pensato (e sperimentato) che “per un’anima affamata anche un’erba amara è dolce”, e che l’immaginazione affettiva trova di che nutrirsi,  anche se il capitalismo poi tenta di “sussumere”, di trasformare tutto in merce, ethos della Terra, nomadlanyd, prospettivismoallo stesso tempo la sua logica intrinseca non fa che moltiplicare le crepe. Dentro e fuori.  E non c’è algoritmo che tenga….

Ballando con lo spirito dell’acqua

Ballando con lo spirito dell’acqua – la nerezza come sfaldarsi decoloniale dell’Anthropos

trascrizione/traduzione di un webinar con Bayo Akomolafe a cura di Clinica della Crisi –

Il seminario tenuto da Bayo faceva parte di una “Awareness Conference” – un convegno webinar di ben tre giorni con molte presentazioni principalmente orientate sulle discipline del benessere e della consapevolezza interiore (mindfulness, yoga, meditazione, spiritualità varie). Trovo coraggiosa lucida e insolitamente efficace la capacità di Bayo di decostruire quel genere di “consapevolezza”, adattiva e collusiva – come sostiene – con la “spiritualità capitalista” e spostarla – la consapevolezza – sul piano del “perdersi”, del naufragio, del lutto, della fuga, del marronage e della trasformazione dell’estrattivismo individualista della modernità riprendendo dall’ecofemminismo le idee di intra-relazione e trans-corporeità.

L’altro tema tema cruciale del suo intervento riguarda proprio le politiche dell’identità. Bayo considera bianchezza e nerezza come dimensioni psico-geo-politiche che trascendono sia il posizionamento individuale che il colore della pelle. Non vi è ovviamente nulla di essenziale nel colore della pelle, è il dispositivo razziale che costruisce essenzialismi, a partire dall’eredità sistemica di un sistema di controllo radicato nel pensiero coloniale e razziale “che produce corpi e li dispone gerarchicamente”, da un ethos della modernità “modernità”, che ha radici anche più antiche, e che sembra aver “mangiato” il mondo. Parlarne in questi termini mi ricorda la posizione di Achille Mbembe quando parla del “divenir ne*ro del mondo”.

Bayo del resto tracciacon particolare chiarezza la connessione tra razzializzazione coloniale e crisi ambientale antropocentrica.

Consiglio di leggere la trascrizione ascoltando la voce di Bayo nel video originale in inglese. Troverete il link alla fine del testo.

«Comincio sempre dicendo questo: “i tempi sono urgenti – rallentiamo! “La prima volta che l’ho detto davanti a un pubblico è stato a Johannesburg nel 2014. E ricordo che alcuni dei mie amici tedeschi si erano entusiasmati all’idea di rallentare nell’urgenza dei tempi. Così uno di loro poi torna a lavorare a Bruxelles e mi scrive un lungo messaggio e dice: “Bayo questa storia di rallentare non funziona, sono tornato al lavoro e ho provato a scrivere i memo lentamente, a fare tutto lentamente, e ho rischiato di farmi licenziare. Qual è allora l’utilità, il vantaggio di rallentare?” Gli ho risposto che rallentare non è una funzione della velocità ma di una maggiore consapevolezza… se guidi in autostrada puoi rallentare ma asenza mai uscire dall’autostrada. Quando parlo di rallentare evoco e invoco la cosmologia Yoruba dei crocevia. I crocevia sono eventi cosmici, là dove qualcosa intercetta la linearità del progresso, quando qualcosa si mette di mezzo, quando le situazioni diventano fluide e liminali e trasversali, quando la progressione del movimento non è più possibile. Per altri questo può significare “crisi” ma per gli Yoruba significava opportunità. Così rallentare non significa ridurre la velocità sullo stesso binario su cui siamo costretti a procedere, ma lasciarsi cadere dagli algoritmi del progresso, uscire dall’autostrada e proseguire su altri percorsi… Non si tratta di scrivere più lentamente i memo, o di “saper staccare”, o di praticare yoga con più serietà. Ma di fare qualcosa di completamente diverso. Di questo vi voglio parlare oggi…

Vi parlerò della differenza tra consapevolezza e mindfulness, voglio parlarvi della modernità bianca e di quella che chiamo “interiorità dorata”, del fenomeno di un “dentro” indorato…

Chi mi ha invitato a parlare sa che mi piace decostruire – può diventare un po’ scomodo – quindi allacciatevi le cinture di sicurezza, anzi meglio di no, lasciate stare e vediamo dove andiamo a finire…

Parlerò di capacità di risposta in tempi di crisi e nell’Antropocene – 

Parlerò dell’emancipazione dall’Anthropos – l’umano – e l’umano non è solo questa figura bipede, l’umano è un vasto panorama ecologico, un terreno di eventi che creano mondi, un terreno che contiene e caratterizza il modo  con cui parliamo del tempo, dei corpi, delle identità, del sé… l’umano è più vasto delle unità biologiche con cui generalmente lo identifichiamo…parlo dell’Anthropos.

Parlerò anche della nerezza come esilio in fuga, e concluderò con una storia che è l’invito e il titorlo di questa conversazione. La storia dell’arrivo degli [schiavi]  Igbo nel 1803 – forse ne avete sentito parlare – ma è un resoconto storico affascinante di un miracolo accaduto lungo le coste della Giorgia. E spero che questo ci conduca a un diverso modo di considerare la consapevolezza….come qualcosa di mai completato, sempre in divenire… spero che riusciate ad annusare un odore diverso… e che alla fine di questo incontro le cose vi sembrino più strane di quanto non sembrino e che impariate a perdere la strada per trovarne di nuove.

Voglio iniziare con una storiella che ho sentito da ragazzo. Sono cresciuto in Nigeria, sono cresciuto nel sud cristiano della Nigeria, e andavo in chiesa ogni domenica, mercoledì giovedì e venerdì, e qualche volta anche di sabato  – ci voleva la Bibbia per cacciare il diavolo per tutta la settimana! – e c’è un’altra storia epica a a questo proposito di cui ho parlato nel mio libro e che non condividerò qui – ma quando vivi in quella subcultura impari un sacco di storie ‘cristiane’ –  e la storia che racconto qui è quella di un topolino che voleva sentirsi importante…

Il topolino voleva sentirsi forte e così attraversava ogni giorno un ponte, senza scopo, solo per andare avanti e indietro… un giorno il topo decise di farsi dare un passaggio da un elefante pensando “potrei farmi dare un passaggio intrecciando il mio corpo con quello dell’elefante” e l’elefante attraversa quel precario ponte tibetano e a causa del suo peso il ponte ondeggia da un lato all’altro, e quando arrivano dall’altra parte il topo esclama “ragazzi, l’abbiamo ben scosso quel ponte noi due, eh!”. Fine della storia. Il topo che si congratula con sé stesso e con l’elefante dicendo, “l’abbiamo fatto dondolare ben forte quel ponte….l’abbiamo fatto insieme, io e te!” Ho immaginato un sequel come mi piace fare, un seguito in cui accade qualcosa di tragico: e cioè che il topo, avendo attraversato così tante volte in questo modo  il ponte, si dimentichi del tutto dell’elefante, e pensi di essere lui l’elefante o di essere lui a fare ondeggiare il ponte tibetano con la propria “agentività”. E non so come finisca questo sequel… mi sono fermato su questo sviluppo tragico della perdita di memoria. Ed è forse qui che voglio introdurre un’altra storia che ci porterà a ragionare su quel fenomeno che sto cercando di descrivere e che chiamo ”interiorità dorata”.

Proviamo a pensare che il topo sia un’incarnazione di questa interiorità – e proviamo a immaginare che cosa non funzioni. In un universo relazionale gli Yoruba nutrono una cosmologia che è radicalmente diversa da quella delle tradizioni europee, dalle idee cartesiane o newtoniane, sui corpi come oggetti discreti e isolabili. Nel nostro racconto relazionale del mondo le cose non precedono le relazioni, sono le relazioni che precedono le cose…

È solo nel contesto di una relazione che Lauren e Ted [due partecipanti al seminario] si definiscono.Non hanno una identità pre-relazionale proprio come io e mia moglie emergiamo solo nel contesto della nostra relazione. Proprio come se osservi una particella a partire da un dispositivo che la misura, avrai una particella, ma se alteri un po’ il dispositivo misurerai un’onda invece che una particella. Così dipende sempre, ci sono sempre condizioni. La relazione è l’unità di misura della creazione.

E’ la relazione a essere l’unità di misura dell’universo. Non le cose. Le cose vengono costantemente s-cosate: ed è questa l’idea di un universo relazionale, che i corpi non sono completamente statici, che corpi, identità e sé sono pratiche in divenire.

Christine che ci guarda è in divenire. In questo momento è Christine con una sedia, una citazione in divenire. Non sei solo Christine seduta su una sedia, perché ci sono effetti muti e nascosti a partire da come Christine si mostra nel mondo in questo momento. Una “ontologia” relazionale significa che siamo sempre intrecciati (“entangled”) con il mondo intorno a noi.

In questo senso, nel senso della relazionalità, usiamo i corpi, usiamo costantemente corpi intorno a noi, Pensate a quello che alcuni psicologi chiamano “la mente estesa” o all’idea che la cognizione non si limiti al cervello. Pensate a quante volte avete fatto delle liste della spesa, per non dipendere dalla memoria, esprimendo così il bisogno che la mente si esternalizzati per così dire. In questo senso il mondo è esterno, non è solo interno, non è tutto inscatolato qui [indica la testa] stiamo costantemente mobilitando e arruolando corpi intorno a noi – in questo momento so utilizzando – anche se non sempre esprimo gratitudine per questo – sto adoperando questa sedia meravigliosa che scricchiola in continuazione – mi ha accompagnato attraverso incontri problematici e presentazioni entusiasmanti, ed è sempre con me quando ne ho bisogno.

In questo momento ci vediamo attraverso lo schermo, attraverso i pixel, attraverso le politiche aziendali, attraverso Microsoft, attraverso Apple, attaraverso zoom, attraverso dispositivi giuridici, attraverso la Casa Bianca, Tutte queste cose si intrecciano e creano il fenomeno che stiamo sperimentando in questo momento… dunque usiamo i corpi, non siamo esseri unitari, costituiamo ecologie complesse, è quello che Lynn Margulis chiama l’holobionte – un concetto biologico – per esempio se vi chiedo “le mucche producono metano?” Potreste rispondere “sì quando scoreggiano producono metano” ma questo non è del tutto vero, quel che fanno le mucche è di mangiare l’erba e l’erba va nelle loro budella e poi altre microbiocreature batteriche banchettano sul cibo nella mucca e creano il metano – dunque la mucca non è solo una mucca. La mucca è un’ecosistema, un assemblaggio di altri corpi, siamo corpi impastati in altri corpi, impastati in altri corpi  da cima a fondo. E’ un concetto molto scandaloso.

Ed è qui che la modernità entra in gioco. La modernità è il topo. Le sue sono pratiche di occlusione, diniego, oblio del contributo dell’elefante. Non riesce a riconoscere la presenza dell’elefante nella stanza, o sul ponte. Distoglie lo sguardo. E questa non è una cosa “cattiva”, non voglio caratterizzarla come “malvagia”. Ma distoglie lo sguardo e dà priorità dell’attenzione a ciò che è individuale, e di questo poi proverò a ragionare. Dà priorità all’atomizzazione, a ciò che è “discreto” [nel senso di distinto] a ciò che si può isolare, che è stabile, finito. Deve farlo per creare la percezione di una “casa”. La modernità nasce – so che non è l’unica caratterizzazione storica che possiamo darne – dall’Illuminismo del 18 secolo e dal Rinascimento dei secoli precedenti e si potrebbe persino alludere al [rinnovamento culturale] del 14 secolo… la modernità è un evento che organizza la terra, che dà forma al mondo, che vuol appiattire il mondo  per renderci più facile il camminare. La modernità vuole razionalizzare lo spazio, spinger fuori le cose selvagge, di modo che sia più facile navigare la confusione del mondo materiale. Questa è la linea guida operativa della modenità. Nella slide scrivo che è una pratica di costruzione del mondo che coincide con l’Età della Ragione e del soggetto liberale umanista, ma queste sono figurazioni che implicano altre amplificazioni, quindi non aggiungerò molto oggi, ma l’idea di un soggetto liberale umanista corrisponde all’idea di un soggetto isolato e di una separazione costitutiva.

È a questo punto che le cose diventano interessanti. La modernità coincide con la “bianchezza”.

Ma cos’è la bianchezza? Non è una qualità o proprietà personale, così come le nostre politiche tentano di di definirla, la bianchezza è un sistema,  un sistema razzializzato che produce corpi e li colloca gerarchicamente, mi piace dire che i corpi bianchi sono diventati bianchi per via della “bianchezza”. Non  è che i corpi nascano bianchi o neri o marroni, ma che quelle identità sono costruite a partire da una metrica politica che distribuisce “proprietà”.

Se ricordate dicevo che le cose non appaiono nel mondo senza relazioni, beh il mio corpo e i vostri corpi emergono a partire da questa metrica politica e veniamo introdotti in un mondo che ci dice che Lauren e Ted…..  non è che voi siate bianchi ma piuttosto che la “bianchezza” arruola i vostri corpi, usa i vostri corpi e usa anche il mio e lo colloca all’interno dello schema di ciò che conta “tu sei nero, tu sei bianco, tu sei caucasico” e così via….

La slide dice che la bianchezza è un sistema geo-socio-culturale razzializzato che produce corpi e li colloca all’interno di una gerarchia di privilegi o possibilità di accesso alle produzioni di stabilità della modernità. Quello che stiamo dicendo è che la “bianchezza” eccede l’individualità umana. Anche la bianchezza chiama in causa le ecologie, la bianchezza ha a che fare con sistemi più-che-umani, ma per parlare di questo ci vorrebbe un altro seminario. La bianchezza non dipende da una proprietà ereditata da un singolo corpo, o da singoli corpi, è un sistema, un’organizzazione.

Non è che qui voglia mettere l’accento sulla bianchezza, la maggior parte delle cose di cui parlo sono piuttosto dense e cariche di sfumature, ma per iniziare a cogliere le tracce [culturali] della bianchezza potrebbe esservi d’aiuto questa storia, questo archetipo di Baldur, il mito nordico di Baldur, per aiutarvi a capire come agisce e cosa genera la bianchezza, per poi arrivare a questa idea di modernità bianca che è cruciale per l’idea che sto cercando di proporvi qui di un “interiorità dorata”. Seguitemi ancora un po’, attraverseremo molti luoghi d’arrivo nella nostra “fuga”…

La storia di Baldur deriva dal mito di un dio nobile e bellissimo, figlio di Freya e di Odino. Un giorno una profezia arriva alle orecchie di Freya e di tutti quanti, di fatto annunciando la morte di Baldur. Tutti hanno paura, specialmente la madre, Freya, così fa quello che farebbe, credo, in quelle circostanze ogni madre che avesse quella sorta di potere divino, viaggia in lungo e in largo per tutti i Sette Regni, va da ogni cosa umana e non umana supplicando ognuna e ognuno di non fare del male a suo figlio, di non ferire Baldur. Va da tavoli e aquile e dalla luce del sole e da montagne e leoni e da ogni singola cosa che ha un nome, e anche da quelle che un nome non ce l’hanno ancora. Ma ne dimentica una, dimentica di visitare il vischio, Dunque, Loki viene a far parte di questo intreccio [entanglement] e inizia a cercare di uccidere Baldur. E quando scopre che il vischio è stato trascurato da questo dispositivo, lo prende e ci costruisce un’arma e la punta contro il calcagno di Baldur, e lo uccide. E poi la storia da lì continua con la discesa agli inferi di Baldur e tutto il resto. Ma a me interessa per come ci può aiutare a capire come agisce la bianchezza. Spero che capiate e non posso sottolinearlo a sufficienza – la bianchezza non è semplicemente un’identità…la bianchezza è un  progetto di formazione della terra, un progetto di gerarchizzazione. Un progetto che colloca i corpi, compresi quei corpi che vengono “identificati” come bianchi in un dispositivo coloniale che non sta più funzionando per nessuno, neri, o bianchi o marrone. Così la bianchezza non equivale semplicemente ai corpi bianchi, la bianchezza è una configurazione del potere sulla terra che ci ha messo seriamente nei guai, e dobbiamo parlarne.

La storia di Baldur  ha a che fare con il desiderio di trascendenza. Baldur ha cercato di sfuggire alla finitudine della morte, e la madre ha cercato di proteggere il corpo del figlio dalla materialità della morte, della perdita, della sub-scendenza, del declino e della discesa nella terra. È una ricerca di purezza, è quello che aveva notato Hillman – un grande psicologo – quando aveva definito la bianchezza un “culto della purezza”, è l’aspirazione alla supremazia, una forma di fuga, una figura dell’universalismo, un desiderio di “libertà”, un’idea di indipendenza e salvezza, l’idea di poter risolvere tutti i problemi se solo incontro ogni cosa e nomino ogni cosa. E tutto questo dipende dall’idea che si tratti di creare l’umano come  un’unità discreta di privacy. Se posso tagliar fuori tutto il resto , tutto quello che c’è nel mondo, allora posso crearmi una sovranità privata ed interiore. È per questo che la modernità fa tanta fatica a pensare alle cose come a qualcosa di vivo, non può pensare che il mondo sia vivo. È necessario che il mondo sia morto, ha bisogno che il mondo sia una “risorsa naturale”. Per poter proteggere Baldur deve fare che questo accada a tutti costi, è questa la pulsazione archetipica della modernità e della bianchezza.

Questa è dunque l’idea di una modernità bianca. E’ in questo modo che la bianchezza è connessa alla storia euro-americana, e agli arrivi sui continenti americani. E’ qui che tutto ciò si intreccia con la rivoluzione industriale, con il diniego di altre “agentività” terrene… è qui che la narrativa dell’espansione incontra la metanarrativa del progresso. La modernità nasce da un desiderio di evitamento. Ed è connessa a un campo traumatico.

L’Antropocene rappresenta  la sua struttura temporale geologica, un’era in cui l’umanità ha acquisito una tale superiorità da esser diventata la specie dominante sul pianeta, a tal punto che converte il mondo a sua immagine e somiglianza. Quando i geologi dicono che dall’Olocene siamo passati all’Antropocene chiamano questa era con il nostro nome, per ricordarci degli svantaggi deleteri che imponiamo al mondo. Un’era caratterizzata dal caos climatico, dalla disuguaglianza razziale, dalla morte e dalla sofferenza. La modernità bianca è inoltre caratterizzata dalle superfici cicatrizzate del capitalismo estrattivista.

Queste non sono solo nobili proposizioni teoriche, queste sono le terre da cui vengo, le terre che ricevono il lato oscuro, e le ombre della rettitudine morale dell’occidente. Racconto spesso ai miei amici quando viaggio negli Stati uniti o in Europa, e vedo quanti, con molta diligenza, si affannano a differenziare la spazzatura, ciò che non viene raccontato a queste care persone che solo il 7 per cento di ciò che si suppone venga riciclato, viene davvero riciclato. Il resto, il 93 per cento viene spedito nei miei paesi: in Ghana, in Nigeria, e diventa il nostro parco giochi. Ho giocato sulle discariche di rifiuti dell’occidente. Le narrazioni che mancano a quei cittadini che fanno del loro meglio per fare la cosa giusta è che ci sono mondi nascosti, mondi sottili, mondi insorgenti, che sono stati i destinatari di queste pratiche moralistiche da moltissimo tempo. E anche questo è capitalismo estrattivista, Ed è il modo in cui i cittadini vegono illusi rispetto ai veri costi del lusso in cui vivono, rispetto ai costi di ciò che considerano “ordinario”. La modernità è costellata dai corpi perseguitati degli africani schiavizzati e trasportati attraverso l’Atlantico ed è anche associata al caos climatico. Non è solo il riscaldamento globale del carbonio è il riscaldamento globale della disperazione. Se giuardate alle statistiche aumenta sempe più la perdita di fiducia nell’autorità costituita, la perdita di fiducia nello stato-nazione, la perdita di fiducia nella democrazia, perdiamo fiducia nelle cose che sono state il fondamento della civiltà moderna. Questa è anche un opportunità credo, ma allo stesso tempo causa di allarme, perché tutto sta andando a a pezzi.

Quello che voglio sottolineare  è che la modernità è un vero e proprio “progetto immobiliare”,  per dirla con le parole di W.E. DuBois, il sociologo del XIX secolo. È qualcosa di più di uno stato di “cattura”, che si prende corpi neri e marrone, ma ha a che fare con la conversione del mondo in un’immagine pietrificata,  si diffonde a macchia d’olio, al di là della piantagione, si apre e sanguina in  concetti come la giustizia, l’individuo, il cittadino…

Come scrivo in questa slide “Anche quando i fuggiaschi hanno trovato libertà, hanno rapidamente scoperto che la libertà non poteva essere concepita al di fuori di un’architettura bianca e al di fuori delle strutture concettuali che la nutrivano. Persino la libertà era prigione”.

Perché quando il fuggiasco se ne andava e rivendicava la libertà, doveva rivendicare la cittadinanza che è un’altra forma di modernità bianca. Non voglio parlare dell’Indian Removal Act, o di innumerevoli azioni compiute per creare un mondo che fosse stabile, razionalizzato. E non voglio parlare in termini di “male” ma certamente in termini di strategie coloniali che ebbero effetti devastanti a partire dalle appropriazioni territoriali e dai relatividispositivi giuridici ma per ora mi fermo qui: all’individuo, al soggetto “cittadino”.

Abbiamo tracciato in dieci mimnuti una sorta di brevissima storia  della modernità bianca fino al punto in cui abbiamo il “soggetto”, l’individuo, il feticcio della modernità. Ciò che la modernità ama al di sopra di ogni altra cosa è l’idea dell’individuo, rimosso dal mondo, l’idea di “sanità”, l’individuo sano  rimosso dalle terre selvagge che stanno al di là degli steccati. E’ a questo punto che accadono altri meravigliosi intrecci che potrebbero aiutarci a capire cosa accade con il fenomeno dell’interiorità dorata che sto cercando di presentare qui. 

Il movimento della mindfulness viene dall’oriente, dalle tradizioni spirituali orientali. E non ho bisogno di ripetere qui da dove venga l’idea di mindfulness, nella lingua Pali “sati” viene tradotto con “consapevolezza” “attenzione”. La domanda che pongo qui per come  mi confronto con il concetto di mindfulness è “perché mai sta diventando sempre più mainstream?, perché mai è sempre più popolare?”

Credo che stia diventando popolare perché quelle tradizioni spirituali orientali stanno intra-agendo in una intersezione con la modernità bianca in un modo che è sorprendente e genera effetti molto interessanti. Che accade – mi chiedo – quando queste influenze interagiscono con il Calvinismo protestante, con l’idea che dobbiamo lavorare sodo per la nostra salvezza individuale. Che dobbiamo presentarci “puri” al cospetto della trascendenza. Che accade quando quell’influenza intra-agisce con la tradizione umanistica che colloca la consapevolezza nel Sé, non nell’ Anima Mundi, non in foglie e alberi e fiumi e montagne e antenati e ossa ma la colloca nel sé individuale?

La consapevolezza è dunque pensata come interna, e che ogni volta che vengo invitato ad aver consapevolezza mi sembra di dover andare andare sempre più “dentro” nel profondo. Da dove viene questa spinta linguistica all’interiorità? E cosa significa esattamente, specialmente di questi tempi, i tempi di una modernità che ha tutta questa fatica di vivere. Cosa accade quando queste spiritualità interagiscono con la spiritualità capitalista che di nuovo riduce il benessere alla dimensione individuale e poi enfatizza l’idea di ritirarsi nel sé come un meccanismo di adattamento che permetta di accettare l’Antropocene? Che succede? Queste sono domande a cui non voglio dare una risposta, ma solo condividerle con voi di modo da turbare almeno un poco queste acque…

Tutte queste cose colludono nel creare l’idea di un’ interiorità dorata, Lasciate allora che vi lasci una definizione provvisoria di questo mio concetto di interiorità dorata 

L’interiorità dorata è una risposta “etica” alla crisi che si manifesta con un ritiro in sé stessi come risposta alla confusione e alla complessità del mondo. Ha a che fare con strategie di risposta che emergono dall’intersezione della modernità bianca e delle tradizioni orientali di fronte a eventi critici. Perché la chiamo “dorata”? [“gilded” in inglese rappresenta sovente la doratura come in ‘gilded cage’ – gabbia dorata – come una decorazione superficiale e inutile NdT] – La chiamo così perché i confini difensivi e ideali che si vorrebbero costituire sono più porosi, permeabili e dinamici di quanto non appaia. Lasciate che ve lo spieghi in modo delicato:

L’interiorità dorata significa cercare rifugio “dentro” 

Certamente ci sono più modi di rappresentare questa cosa – ma io intendo riferirmi a quelle pratiche che chiudon fuori il mondo che tentano la fuga verso un sentimento di pace che è una sorta di pratica del diniego delle influenze, delle urgenze materiali, proprio nella misura in cui viviamo in un mondo che non è mai stabile o fermo.

E io stesso mi sono ritrovato nella posizione di chi subisce, di chi è oggetto di questo diniego per troppo tempo.  Così mi presento a voi con questo senso di vulnerabilità. Perché non mi posso permettere il lusso dell’interiorità…se l’interiorità è una figura dell’universalità… io e il mio popolo, e le persone che mi assomigliano non possono concedersi proprio come me il lusso di adottare una spiritualità che dica: “chiudi fuori tutto il resto, e corri dentro!” E perché non posso permettermi quel lusso? Perché “andar dentro” è un gesto che presume una padronanza, una supremazia, un gesto che rafforza la dissociazione, è un segno di distanza, e ha un’etichetta con questo prezzo – quella continuità della sofferenza ovunque che è l’Antropocene.

Ma credo che stia diventando sempre più difficile, e mi avvio a concludere, che stia diventando sempre più difficile farlo. Perché l’interiorità stessa sta cambiando – che sorpresa! Persino ciò che è interno è esposto quanto ciò che è esterno, l’interiorità non si comporta più come interiorità. Diventa sempre più dificile ignorare l’elefante sul ponte. Scrivo qui che l’interiorità ‘sanguina’ , è esposta, è popolata, è infestata, non è così “pura” come immaginiamo che sia, lo stesso  “sé” è dislocato, come se Dio stesso fosse caduto dal suo trono, come se lo spazio-tempo si fosse incrinato e ora dobbiamo raccogliere i frammenti scartati dell’immagine a cui un tempo pensavamo di dover aderire e ci tocchi vivere nella Caduta, entro le crepe di un mondo che fa delle richieste ai nostri corpi e alle nostre menti. Perfino gli psicologi iniziano a riconsiderare e rivedere l’idea che la mente sia “dentro” e notare che la mente potrebbe invece essere nel “tra” – non dentro o fuori ma “tra” in costante fluire, sempre in fuga. Scrivo qui che nell’Anthropos iniziano a comparire delle crepe, nell’Antropocene, come progetto di modernità bianca, che le crepe iniziano a comparire dappertutto. Che la “consapevolezza”  si sta trasformando in un campo ecologico, miceliare, più-che-umano. Non parliamo più semplicemente di coscienza ma della necessità di tracciare reti, algoritmi, attivismi là dove un tempo pensavamo fosse di casa la “purezza”…

Farò un solo esempio di come stia accadendo tutto questo. Non so se abbiate preso nota di questo ma faccio riferimento al documentario sui Social Network di Netflix che dimostra come queste corporazioni giganti utilizzino algoritmi che ci usano. Come soggetto davanti a uno schermo puoi pensare che sei indipendente nelle scelte che fai (…) senza renderti conto che codice su codice su codice viene elaborato per istigare determinati comportamenti, che ci conducono  su sentieri e algoritmi stereotipati – pensi di agire a partire dal tuo libero arbitrio, ma forse potremmo renderci conto che la persona che potresti finire per sposare potrebbe essere determinata da un algoritmo elaborato per una app di appuntamenti….

Potresti pensare che hai deciso liberamente di metterti un vestito di quel colore oggi, ma se imparassimo che il cibo che hai mangiato ieri sera – proprio come la mucca mangia l’erba che sotiene il microbioma batterico che crea metano – se vi dicessi che i batteri delle vostre viscere potrebbero contibuire a generare determinati desideri? che potrebbero avere come conseguenza la scelta di quel colore oggi…. (ride)

E se vi dicessi che tali reti di sorveglianza vivono già dentro di noi, che non esiste alcuno spazio “puro” di totale immunità, di totale dissociazione, che siamo connessi con il mondo che vorremmo cambiare? E che non c’è nessun posizionamento più decoloniale di quello che prende atto dell’umiltà nei nostri corpi in compostaggio, capendo che non siamo affatto “separati” quanto pensiamo di esserlo.

E se cominciassimo a imparare che non siamo assemblati con la linearità che immaginiamo? Anche quando parliamo di salute, e diciamo che il dottore ci ha dichiarati in “buona salute”, adottiamo un concetto coloniale, perché come faccio a stare bene se Lauren non sta bene…. Se Lauren e io siamo intrecciati come faccio a trovare la “pace”…. Vale a dire che la pace è sempre indeterminata, la pace è sempre posticipata, sempre a venire, non è qualcosa che posso afferrare e dire “finalmente sono arrivato alle meta, finalmente ho trovato la pace!” – non vi è nulla di più coloniale, di più imperialista! Invece, restare con i problemi della relazione vuol dire notare che se Ted non sta bene oggi egli ha mandato delle onde d’urto nello spazio-tempo e anche se in misura magari infinitesimale mi sono ammalato anch’io…perché Ted stamattina non è in forma. E se Melanie non sta tanto bene stamattina io lo sento in qualche misura ed è per questo che gli psicologi parlano di “campi transaffettivi”, perché i sentimenti non sono “dentro” i sentimenti sono atmosferici – questo è l’argomento di un altro seminario – ma quello che cerco di dirvi qui è che l’interiorità non è così dorata come pensiamo che sia….non è così discreta o privata: il lutto è una faccenda pubblica, non privata. I sentimenti sono una questione ecologica non soggettiva, l’interiorità e i “sé” sono un “tra” – voi volate, cercate, fuggite non siete isolati e in quarantena quanto pensate di essere, non siete in lockdown…state viaggiando.

Il punto che sto cercando di fare è che abbiamo bisogno di nuove pratiche per incontrare queste consapevolezze selvagge a partire dalla presa d’atto del fenomeno dell’interiorità dorata e iniziare ad ascoltare, a capire come esso possa colludere e sostenere l’Antropocene. Che fare? Dobbiamo iniziare a  imparare come disimparare la pretesa di controllo, dobbiamo iniziare a incontrare le cose selvagge oltre gli steccati, dobbiamo imparare come introdurre o riconcettualizzare le nostre idee di consapevolezza, non come qualcosa che ho dentro la testa, non come una neuroconnessione, ma come qualcosa che è una ampia attività ecologica e terrestre che include antenati, alberi, microbi, creaturine, virus, pandemie, persino dispositivi capitalistici, e che siamo molto incasinati e forse questa può essere fonte di speranza per un giorno migliore.


Ed è qui che arriviamo alla storia con cui voglio concludere – perché non è che non ci siano precedenti su come disimparare il controllo, su come incontrare la dimensione selvaggia al di là degli steccati… non è una cosa nuova, è successa moltissime volte… quando la gente mi dice “è la fine del mondo, la pandemia ha messo fine a tutto, ahimè…” rispondo che il mondo è già finito molte volte, che non è la prima fine del mondo. E’ certamente finito per gli Igbo che nel mese di maggio del 1803furono rapiti dal bacino del Benin, che oggi si trova in  Nigeria. Centinaia di corpi trasportati nel viaggio Atlantico incatenati in minuscole cabine in una nave chiamata “The Wanderer” [“il Girovago”]. Di solito rido quando sento il nome di quelle navi schiaviste: la prima che approdò in Africa si chiamava “il Gesù di Lubecca” –  paradossale, il Gesù di Lubecca – beh questa si chiamava Il Girovago e dopo aver attraversato l’Atalantico attraccò a Savannah in Giorgia. E alcuni di quegli Igbo – gli Igbo sono una tribù forte – mia moglie è per metà igbo e per metà indiana… – i miei figli sono un’altra cosa, ancor più mescolati, una storia di intrecci ancor più complicata e dunque non so ancora come nominarli – ma alcuni di quei corpi portati a Savannah furono venduti a due signori, Spalding e Cooper, che comprarono settantacinque di quei corpi a cento dollari l’uno e li misero su una goletta che si chiamava York o The York, diretta all’isola di Saint Simon un po’ più a nord. A metà strada c’è una tempesta, succede qualcosa e si devono fermare a Dumbar Creek…lì a Dumbar Creek gli uomini, le donne e i bambini Igbo intonano una canzone, e inziano a cantare rivolti agli spiriti dell’Acqua, al dio il cui nome è Chukwu, con voci ancestrali chiamano “gli dei e gli spiriti e Chukwu che ci ha portati qui e ci riporterà a casa” e cantano in unisono e riescono a cacciare per qualche tempogli schiavisti, che dopo essere fuggiti all’interno tornano in forze. Ma piuttosto che sottomettersi ed essere portati in una piantagione quelle donne uomini e bambini Igbo entrano in mare cantando la canzone ancestrale: “gli spiriti dell’acqua che ci hanno fatto attraversare l’oceano ci riporteranno a casa” e entrano tutti in acqua.

Che cosa pensate sia successo?

Ci sono due resoconti. Uno è quello di un patriarca di una famiglia di schiavisti che si chiamava Rosewell King – c’è ancora una città in Giorgia che si chiama Rosewell – e Rosewell commenta con molta freddezza l’accaduto e dice “han scelto la palude” – si sono suicidati – fine della storia. Questo è il taglio moderno, coloniale nel ricamo, nel tessuto di quella storia “si sono suicidati, non c’è niente da aggiungere, è tragico ma è così”. Ma c’è un altro resconto di cosa accadde e voglio concludere così. E’ un resoconto “eccesivo” – uno degli schiavi o figli di schiavi interpellati riferisce di aver sentito raccontare il resoconto dell’arrivo degli Igbo in questo modoì: “non si incamminarono semplicemente nell’acqua verso il largo, ma marciarono nell’acqua cantando la canzone ancestrale, e accadde qualcosa in cielo e furono trasformati in uccelli e sono tornati volando in Africa.”


Allora quale delle due storie è quella vera?

Hanno commesso suicidio? Hanno semplicemente scelto la palude? O c’è qualcosa di più da dire?

Voglio condividere qualcosa che ha a che fare con l’eccedenza, perché credo che il mondo sia più reale nella sua densità per essere ridotto a ciò che è letterale. Il mondo è archetipico, mitologico, il mondo è fantastico, il mondo è immaginale, il mondo è ancora a venire. La modernità cerca di ridurlo a ciò che va preso alla lettera. Ed è lì che ci areniamo. “Scelsero la palude” può essere una interpretazione letterale di ciò che accadde, L’altra storia è una storia carica di eccedenza, parla di qualcosa che accade al di là dei nostri algoritmi, qualcosa accade al di là degli stereotipi, e questa eccedenza è ciò che io chiamo “nerezza” . La nerezza per me non è un’identità. Le identità sono piccole bolle. Non che non ne abbiamo bisogno delle identità, abbiamo bisogno di progetti identitari. Ma la nerezza è qualcosa che li eccede. La nerezza per me è l’invito a perdersi. L’invito a entrare nelle acque, l’invito ad andare fuori strada. Ho iniziato parlando del rallentare, parlavo della nerezza, la nerezza è l’invito a smarrirsi. I miei “anziani” dicono: “se vuoi trovare la tua strada devi essere disposto a perderla.” La nerezza è l’invito a non stare poi così bene, a non essere così pacificati, a non essere del tutto sul pezzo. C’è una dea nella cosmologia indiana che si chiama Akilandeshwari, il cui nome tradotto sta per “Colei che non è mai non spezzata ” e mi piace l’idea di non essere mai completamente integri, costantemente spezzati, aperti a un mondo che è adolescente, sempre emergente, mai così statico da poter dire di essere finalmente “arrivato”

Questo è l’invito della nerezza, non come progetto identitario, pietrificato nella modernità bianca, ma come invito a essere “in fuga” trovando modi di perderci insieme, scendendo in ciò che si suppone “abietto”, trovando modo di mettere in scena il dolore in un rituale comunitario, restando con la ricchezza e abbondanza del nostro esser tutti spezzati, e forse… forse fare questo potrebbe essere la discesa, la libertà ed emancipazione decoloniale che anche la modernità bianca cerca disperatamente, forse potremmo anche aver cura delle umili lacrime di Freya, prendendo atto che c’è qualcosa di più che desidera accadere, qualcosa di più grande di questo piccolo spazio e dei suoi progetti di giustizia.


Lasciatemi concludere dicendo – so di aver promesso di concludere più volte, ma ho anche promesso di arrivare puntuale e non l’ho fatto – dicendo che “i tempi sono urgenti rallentiamo” – e questo è il cuore del mio invito, di continuare a viaggiare, di non stare così bene e di non farsene un problema, di mettere in pratica l’arte di perdere la strada, per trovarla in un altro modo. Forse facendolo possiamo scoprire altri modi di stare al mondo, potremmo scoprire altre modalità di potere. Quale forma questo possa prendere è una storia completamente diversa. Ma per ora vi do appuntamento a Dunbar Creek dove siamo tutti chiamati a trasformarci in uccelli e a tornare in volo in Africa. E qui finisco, Grazie.»

Questo è il link per seguire il seminario di Bayo in inglese:

https://drive.google.com/file/d/1a6Ll7JaOLfXSWkVnqmVMNVi0vJrjdzYf/view?usp=sharing

Ancora su ethos

art by Curiot

Condivido un breve frammento autobiografico che idealmente dà conto del mio interesse per le questioni poste dall’articolo su Ethos e Ethnos pubblicato su Jacobin.

«Ho capito l’importanza dell’ethos ripensando agli otto anni trascorsi in Turchia all’uscita dall’adolescenza, tra gli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, nel corso della prima età adulta, in quell’età della vita in cui si va inconsciamente alla ricerca della propria linea d’ombra. Le energie idealiste che mi animavano trovavano risonanza nella bellezza dei luoghi, nel respiro di una umanità solidale e desiderante in condizioni di vita che l’occidente non avrebbe trovato accettabile, in forme di ospitalità del tutto nuove. Ma intravedevo la linea d’ombra nella pesantezza dell’istituzione militare, nel gigantismo architettonico del mausoleo ad Atatürk, nelle condizioni di povertà estrema di molti, nell’intreccio di autenticità e inautenticità di attaccamenti affettivi estremi, in una sorta di follia sacrificale rivoluzionaria in chi osava ribellarsi allo status quo, nella violenza dello stato, nella dispersione dell’umano negli ospedali e nelle prigioni, nel buio assoluto di certi lutti, in un fatalismo disperato e cieco. 

All’epoca la dimensione totalizzante prevaleva nelle ideologie politiche più che in quelle religiose. Il partito islamista raccoglieva circa il 3 per cento dei voti. Una sera mentre tornavo a casa fui fermato da due signori che tirando fuori una pistola mi interpellarono sul perché portassi così i baffi. All’epoca, in Turchia, i baffi erano importanti: in giù di sinistra, in su di destra? o viceversa, non ricordo, e anche allora la cosa mi sfuggiva. Quando dissi che ero italiano e dunque estraneo alla loro moda dei baffi mi chiesero cosa però pensassi di Mussolini. Mi finsi un po’ tonto e mi lasciarono andare. 

In generale però nelle relazioni umane prevaleva un sentimento che coniugava la protezione del proprio spazio privato e familiare, delle proprie appartenenze, con l’apertura allo straniero e l’orgoglio ideale di un’inclusione sempre possibile (a prescindere dalle impossibilità burocratiche).  Qualcosa, comunque, a lungo mi aveva fatto sentire “a casa”.

 Per un tempo sono sopravvissuto suonando la chitarra nei caffè e nei ristoranti delle grandi città. I turchi quasi sempre generosissimi, mi dicevano che ricordavamo loro gli ozanlar, i cantastorie itineranti della tradizione sufi. Ho girato l’Anatolia in autobus e autostop. Dormito dove non arrivava l’elettricità e la sera si accadevano ancora le lampade a gas. Allora non lo sapevo ma ogni cosa per me era esperienza dell’ethos: non solo il cibo, l’appello del muezzin, gli odori, le case di legno nella vecchia Istanbul lungo un Bosforo che appariva sognante e ricco di memorie. Ogni cosa pareva mediazione tra la sfera onirica e la realtà: nelle più diverse situazioni venivo accolto con il valore istintivo dell’ospitalità mescolato all’orgoglio di esibire il meglio delle proprie radici: dal venditore di strada con cui facendo la spesa mi fermavo a chiacchierare, al barbiere che mi avvolgeva la faccia di salviette caldissime dopo avermi passato un rasoio affilato sulla gola, o partecipando in un’atmosfera di festa e di benvolere alla fine del Ramadan. Come in una storia delle Mille e una notte un facchino con cui avevo fatto amicizia una sera spese lo stipendio di un mese per invitarmi in un night ad ascoltare una sorta di melopea arabeggiante che mi ricordava, a me che ero cresciuto a Jimi Hendrix e Doors, gli accenti emotivi della musica melodica napoletana.

Ho persino lavorato per un anno in un asilo privato per i bambini delle buone famiglie borghesi di Ankara. Insegnavo un po’ di inglese ai bimbi di cinque anni, li facevo disegnare. Giocavamo. Mi sono divertito molto e ho imparato molto… Çiçek era la donna delle pulizie, portava il foulard e i pantaloni larghi a fiori, gli shalvar. Era molto alta con un volto irregolare, espressivo, sempre un po’ triste. Assomigliava straordinariamente alla protagonista di Ethos. Aveva un bambino di cinque anni che di solito teneva con sé in cucina. La signora N., la padrona dell’asilo, mi aveva permesso di includerlo nel gruppo. Quando sono partito Çiçek mi ha fatto due regali, una cravatta e un portachiavi a forma di “scimitarra dell’Islam”. Ho spesso ripensato a quei regali e al loro valore simbolico che ibridavano l’identità europea (la cravatta) e le radici di un’altra appartenenza (la scimitarra). Anche se si trattava di due emblemi virili, il dono era già un ponte al di là dei binarismi perché questa donna ci teneva a dirmi che apprezzava il fatto che mi occupassi di suo figlio, che la cura non spetta solo alle puericultrici, che l’uomo può fare la propria parte e che questo non lo sminuisce, anzi. 

Le sarò sempre grato del coraggio di quel riconoscimento.

Ethos.»

Öykü Karayel che interpreta Meryem nella serie tv Ethos

Humus Sapiens

Victor Brauner – Germination (1955)

In questo post vorrei porporre una breve ricognizione di alcuni temi che sento emergenti e trasversali e con cui in parte abbiamo cominciato a confrontarci

  1. Identità e politiche dell’identità 

L’identità come eccedenza. Ogni mattina quando sono a Milano vado a bere un cappuccino ai giardinetti dietro casa, mi siedo su una panchina a fumare la pipa . Stamane, dall’altra parte dello spiazzo, c’è una tata con un bambino di circa due anni. Che mi sbircia un po’ poi si volta verso di lei e indicandomi chiede “nonno?” 

– “No non è il tuo nonno”, dice lei. 

– “papà?”  

– No, non è neanche il tuo papà”.

– “mamma?”

A questo punto scoppiamo tutti a ridere.

Ciò che rappresentiamo per gli altri (e per noi stessi) si intreccia con un numero tale di fattori sistemici e rizomatici da essere pensabile solo in termini di eccedenza. Un’eccedenza che preclude ogni definitiva essenzializzazione. Ogni definizione escludente. La fisica delle particelle sembra dirci che la struttura profonda della realtà non è qualcosa di dato ma un processo generativo di possibilità emergenti.

Forse anche “quello che pensiamo” individualmente non dovrebbe essere così centrale nelle dinamiche con cui giudichiamo i processi…. Mi sembra che l’idea di identità si definisca a partire dal suo essere più-che-individuale piuttosto che immutabile. Il terreno della gerarchia morale è pieno di trappole. Quando per esempio giudichiamo le politiche dell’identità considerandole un segnale di essenzialismo, non attraversiamo il lutto accanto a chi lo attraversa e finiamo per chiuderci anche noi in una posizione essenzialista “evoluta”.  E’ indispensabile non erigere monumenti alla memoria traumatica,  uscire dal pensiero binario, pensare rizomaticamente, moltiplicare il molteplice! Ma mi chiedo da tempo se non sia possibile polarizzare e ideologizzare proprio ogni prospettiva, anche la più illuminata, trasformandola in un nuovo polo identitario escludente. La realtà è ancora più queer, difratta, intrecciata, “entangled” di qualsiasi illusione di identità individuale. 

Fare ricognizione nel territorio dell’identità e delle sue politiche non è facile. Come se bastasse eliminare la parola razza dal nostro vocabolario per cancellare automaticamente il fatto di subire o infliggere discriminazione e violenza Come se questo bastasse a riscattare magicamente secoli di storia. Se chi subisce il razzismo sulla propria pelle osa dire in un momento di rabbia: “sono stufo di voi bianchi”, attribuendo una supposta identità razziale a chi per secoli non ha fatto altro, reagiamo come se non ne avesse il diritto. Achille Mbembe descrive bene il senso storico di alcune politiche dell’identità che pure si ribellavano proprio contro la deformazione essenzializzante, il velo “ontologico” che il razzismo aveva collocato e tuttora colloca sui volti di chi il razzismo (o altre forme di discriminazione) lo vive in prima persona.

«Proprio quando parliamo di identità e di differenza un conto è poter dire liberamente chi si è, poter pronunciare il proprio nome, poter dire da sé da dove si viene e dove si va . Un’altra è di vedersi affibbiare una maschera ed essere costretti a portarla, una maschera che da quel momento funziona come il doppio di ciò che si è veramente.»

Mbembe aggiunge che lotte identitarie dei popoli assoggettati e colonizzati erano necessariamente lotte per il riconoscimento e l’autodeterminazione, lotte che fanno parte di un grande racconto collettivo di emancipazione in cui la differenza viene messa in gioco contro ogni astratto universalismo «non per escludersi da ciò che è in comune, ma come una leva per rinegoziare i termini dell’appartenenza e del riconoscimento.» 

 Ma per la costruzione di un mondo-in-comune «Dovremo imparare a riparare insieme il tessuto, il volto del mondo (…) abbracciare con gli occhi aperti l’inestricabile del mondo, la sua struttura non dipanabile; il suo carattere composito. Il progetto di un mondo in comune significa aprirsi a chi passa, a chi transita. Passare rimanda in ultima istanza a ciò che costituisce la nostra condizione comune, quella di mortali, in cammino verso un avvenire per definizione aperto. Essere di passaggio – è questa la condizione umana terrestre…. Assicurare, organizzare e governare il passaggio e non istituire nuove chiusure, questo è il compito della democrazia nell’era planetaria.»

Anonimo – street art sulle scale

2. Sfuggire a ogni “soluzione finale” (“Inside the museums infinity goes up on trial – voices echo: “this is what salvation must be like after a while”.)

Alcuni avranno subito notato che la citazione nel titolino è il verso di una canzone di Dylan.  La prima parte dice: “Dentro i musei l’infinito viene rinviato a giudizio”… 

E’ questo il dono tossico della modernità, la pretesa quadratura del cerchio, la ricerca perenne di una soluzione, di un algoritmo, di una soluzione che chiuda ogni crepa. La mappatura “museale” che opera per categorie e discipline, certa del suo universalismo, della sua superiorità etica, del suo potere di governance, della “linea politica giusta”, delle ragioni efficaci della tecnoscienza.

Bayo Akomolafe parla della materia coloniale come dell’imposizione di un prodotto finito, di una mappa completa, pietrificata che nega ogni altra idea di luogo come a un tempo casa, transito, esilio, musica. Lo chiama “Il dono tossico dell’arrivo.”

Il verso della canzone di Dylan continua così: “voci ribadiscono: ‘la salvezza – dopo un po’–  ha questo aspetto’ ”. L’aspetto in cui l’infinto si congela come nei musei. Benjamin ci ha insegnato che l’idea di salvezza, la proiezione ideale  di un futuro radioso (che sia il progresso o la rivoluzione) fa parte del problema. Ogni aspirazione a una “soluzione finale” ci rinchiude in una prigione identitaria negazionista che rifiuta le politiche della relazione e la possibilità di riparare qualcosa nelle rovine del presente, proprio come l’istituzione museale o una certa forma di educazione pietrifica la cultura e la vita, la cataloga, la ordina, la rappresenta, uccidendone il potenziale germinativo. Altre istituzioni umane che immaginano fe il potere in termini di controllo e sicurezza, di governance dei processi e delle paure, murano le eccedenze e rappresentandole sotto la forma del mostruoso.

Fermarsi, rallentare, è indispensabile per creare altrimenti

street art by Curiot

3. Stare nel mezzo (“We sit here stranded though we are doing our best to deny it”)

Tre giorni fa era il sette aprile – senza pensare alle date mi tornava in mente l’incipit della Commedia “nel mezzo del cammin di nostra vita….”

Siamo sempre e solo nel mezzo. Siamo nel mezzo perché nasciamo in un dato contesto, in una lingua, in un sistema famigliare, sociale, culturale, nei suoi codici comunicativi verbali e non verbali, nel suo ethos, nelle forme che circolano – che so – nelle filastrocche che cantiamo ai bambini: “Questa bimba a chi la do – la darò alla Befana che la tenga una settimana; la darò all’uomo nero che la tenga un anno intero”…

E poi….  Immaginiamo per un momento – con la consapevolezza emergente  che ci offre ìl prospettivismo Amerindiano – che l’incipit dantesco sia frutto di una autentica visione…

“mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita”…

lo smarrimento necessario ra cui portano le vie diritte , le vie senza paradossi, senza vicoli ciechi, senza trickster selve e animali. La direzione obbligata della via diritta è di portarci a smarrirla, a (ri)trovarci   nella foresta, nel nagual, nella complessità intrecciata del reale, a frequentare le rovine, le crepe, le fratture, a riconoscerci abitati da altre creature,  E nella foresta chi incontra Dante? Tre animali: una lonza, un leone e una lupa. Che vengono poi interpretate allegoricamente secondo il bestiario medievale alla stregua  di pulsioni e desideri umani (lussuria, orgoglio, avidità) proiettati sulle loro figure. Ma dopo aver frequentato un po’ le ecologie degli “altri” sappiamo che in una visione Yanomami queste fiere sarebbero state interpretate ben altrimenti.

Qui chiudo con un altro passaggio di Akomolafe che sintetizza l’importanza di questo nostro poter stare nel mezzo:


“«La vita non è una scala il cui gradino più alto ha più valore di quelli precedenti ; la vita non è una gara per vedere chi taglia per primo il traguardo; la vita non è un cerchio con un centro percepibile o una circonferenza obbligata. Il linguaggio del debito ti precipita in un discorso lineare, dove non basti mai, dove quello che fai nello schema più ampio delle cose conta ben poco, dove ti senti in colpa per non aver fatto abbastanza per salvare il pianeta e dove non sempre sei all’altezza delle tue più care parole d’ordine e dei tuoi valori. Il tuo compito allora sembrerebbe  quello di riuscire a cogliere successi più velocemente di altri, arrivando il più possibile prima. E se la vita fosse invece un frattale di immagini intrecciate, con le parti che riflettono il tutto? Se  fosse invece una tela dove passato, presente e futuro si fondono in una esilarante immediatezza, che intravediamo per un attimo in momenti particolari? E se non fosse necessario fare tutti questi sforzi per essere in forma? Se non ci fosse nessuna forza esterna con cui misurarsi? Se le tue domande, i tuoi impicci e denti scheggiati fossero sacri quanto  l’idea di “essere sul pezzo”? Se dove sei in questo momento fosse proprio il posto più interessante? In questa casa che danza con l’esilio? (…)

Questo è il tempo di indugiare ai margini, di entrare nei punti di intersezione problematici dove le differenze tra me e te, noi e loro, tra queer e straight, natura e cultura, vivente e non-vivente, umano e mondo, non sono fatte e finite, ma ancora in divenire. Questo è il momento di restare con il problema di sapere che non c’è divenire che non sia un divenire-con.

Le cose che si mettono di traverso sono aspetti della nostra riconfigurazione presente. Nemici, strettoie, ricordi brucianti, feticci ringhianti, credenze persistenti, spettri urlanti, spauracchi neri, schegge impazzite, nuvole minacciose, giganti verdi, abissi che si aprono, foreste che sogghignano. L’invito non è quello di “attaversarle” e uscirne indenni. (…)

Un po’ alla volta stiamo imparando a vedere che le cose che definiamo ostacoli sono inviti alla metamorfosi – a riconsiderare la genealogia delle forme che abbiamo ereditato, e a lavorare insieme per vedere cosa potremmo diventare. Se cercate la via che sembra più promettente, cercate quella che apparentemente porta in un vicolo cieco. Quella non mappata, abitata da ambiguità vorticose e da fantasmi lamentosi e dagli indovinelli della Sfinge e da ombre che ci sbirciano con occhi gialli come fessure. Un buon viaggio ha a che fare con lo smembrarsi non con l’arrivare.»

Da “Lo zio Boonmie che ricorda vite precedenti” di Apichatpong Weerasethakul

4. Per un ecologia del compostaggio come cura.

Altri due punti su cui non mi dilungo qui, sono il passaggio da un posizionamento solamente critico che finisce per corrodere se stesso a una riflessione  per immagini, parole e percezioni che mi sembra abbia ha molto più a che fare con la possibilità che atti di creazione o meglio di co-creazione includano questo stare nel mezzo e questa porosità del mondo, ma anche il marronage, l’abitare le rovine, il vuoto e l’esilio diversamente.

Ho provato a tradurre “clinica della crisi” in inglese e e veniva fuori qualcosa di molto etno-centrico – come se si trattasse di una questione per specialisti, per “clinici” che dovrebbero occuparsi del paziente “crisi”, chinarsi in consulto sul suo letto. Ma poi – chi si china su chi? Mi piacerebbe ripensare la clinica come un’ecologia della cura nella diffrazione di un dream-time  in cui gli alberi e il mondo e le macchie sui marciapiedi, le dissonanze stesse si chinano su di noi e ci curano – o ci invitano al risveglio. 

Il dream time – il tempo del sogno della mitologia dei popoli primari dell’Australia – è un tempo non-tempo,  precede la creazione, ma è anche il tempo del suo poter-prender-forma e  anche la leggibilità delle tracce che le creature primordiali – giganteschi Spiriti creatori – lasciavano nel loro passaggio: la natura percepibile come  mappa transtemporale. 

Wintjiya Napaltjarri
WOMEN’S CEREMONIES AT WATANUMA, 2007

A  volte mi pare che persino nelle nostre città cementificate, o guidando in autostrada sia  possibile percepire la punteggiatura degli alberi come una discontinuità biofila, non assimilabile, una sorta di memoria dell’altrove, un territorio colonizzato ma non assimilabile, una persistenza che tenta di resistere e parlarci. 

Torino

Il tema del compostaggio, l’invito a diventare humus sapiens, a cui ci invitano Donna Haraway e Bayo Akomolafe  si colloca su tutt’altro versante rispetto ai miti pseudo-eroici del povero identitarismo del nostro Triste Occidente.