Sud

Sud di Gisella Modica, pubblicato nel Lessico della Crisi e del Possibile (SEB27, 2019)

Puglia 1955

Sud: terra del numinoso, del meraviglioso, del sogno, disseminato di Madonne nere, colore della rigenerazione e dell’invisibile; di Sibille che richiamano la cultura sommersa della fiaba; di Sante, porte di accesso casalingo al soprannaturale, figure liminali, metà prefiche metà guaritrici, che assumono su di sé il dolore e facendo spazio all’altro creano possibilità di vita nuova.

Sud: terra del sacro come compresenza dei vivi e dei morti; dilatante esperienza conoscitiva oltre il confine della coscienza originata dal bisogno di sconfinare della mente; dall’intima consapevolezza che c’è qualcosa di essenziale per la propria esistenza che resta nell’ambito del non dicibile e del non visibile.

Sud: soglia tra centro e periferia, isola e continente. Punto “d’intersezione di derive opposte che si mescolano da cui gettare uno sguardo singolare che sottraendosi alla logica della globalizzata omologazione del fare e del pensare, è capace di cogliere punti di contatto tra due estremi”. “Posizione terza dove posso invitare l’altro ad entrare, ma anche l’altro può invitare me a venire fuori”. 

Sud: “pozzo mare” della propria infanzia. Luogo dell’immaginario che ha sede nell’anima o nel sogno. Polo sud del pensiero a cui si approda attraverso i sentieri dell’emozione e dell’esperienza facendo largo fra stereotipi e rimozioni. 

Sud: Condizione permanente di precarietà. “Senza una casa dove stare”. “Luogo dell’assenza e di non ritorno, o del ritorno ogni volta da reinventare” da cui si va e si torna sostituendo al cerchio un moto a spirale.  Fare su e giù. Fare e disfare per non perdere di vista il punto d’origine, geografico e simbolico, senza rimanerne intrappolate.

Sud: “Terra di forte impatto emotivo dove il grigio paludoso delle discariche e l’azzurro del mare si fondono e coabitano con uguale forza aprendo ad un immaginario caratterizzato dal contrasto e dall’ambivalenza. Fa sud sentire forte il contrasto tra la bellezza e l’orrore di una terra violentata, e di violenza così compatta da non fare passare niente. Tra l’amore e lo strazio per il suo degrado che sembra trascinare con sé affetti e cose care, causa di dolore. Vivere il dolore, stare sulla ferita può insegnare a relazionarsi all’altro.  Un approccio che attiva una forma di conoscenza empatica. Un sentire-vedere. Un’arma per incidere sul potere camorristico e mafioso, sulla legge del più forte. 

Il sud dentro di sé fa ruggine, come un meccanismo che s’inceppa costringendo a tornare sempre sullo stesso punto, a ripartire daccapo, dalla contraddizione, a fare continuamente i conti con se stesse. 

A sud l’atto di separazione dal luogo, dall’oggetto d’amore, da sé è necessario, come l’atto del respirare, costringendo a vie di fuga. Alcune le trovano nella scrittura, altre nell’emigrare.

Il sud è “resto” è “rovina” è “rimosso”, e il tipo di immaginario che trascina con sè è legato alla cultura del resto, del rimosso. Imparare dai resti – figure non chiuse, tracce, frammenti, scarti materiali e umani (rifiuti urbani, immigrati, clandestini, precari) – ti invita a lavorare su quello che manca, sulla perdita, sul non finito, sull’ immondo. Insegna a fare attenzione ai dettagli; ai margini; a ciò che muta continuamente e velocemente sotto i nostri occhi: indefinito, irregolare, contingente, asincrono.

Ripartire dai resti insegna a fare dello spaesamento un punto di avvistamento, di ricollocamento in una seconda vita.Insegna a fare della cicatrice, una porta. 

Nota: Le considerazioni sono frutto del convegno della Società Italiana delle Letterate “Terra e Parole: donne riscrivono paesaggi violati” svolto a L’Aquila nel 2013 e del seminario itinerante “Ripartire da sud” organizzato da Nadia Nappo e da me a Napoli e a Rende nel 2015. 

Venezia all’alba

W. Turner Campo Santo Venezia 1874

Oggi ho improvvisamente ricordato il testo teatrale incompiuto di Simone Weil “Venezia salva” – in cui Javier salva la città non per un tornaconto, ma perché, per la prima volta, la vede veramente nella sua bellezza e capisce che, come tutte le cose belle, non va distrutta ma preservata. Alla irrealtà velenosa della “forza” come motore di ogni cosa, che era il mantra nazista, Weil contrappone quella forma di attenzione e percezione delle cose che ha la sua radice nella mortalità. La mortalità come consapevolezza estrema e necessaria ad ogni generatività –che nutre l’attenzione alla bellezza di ciò che esiste nella contemplazione della transitorietà che genera l’amore e la cura. Quello che Weil/Violetta vede al sorgere del sole su Venezia si applica oggi al nostro rapporto con la trama indivisibile del vivente e del pianeta tutto. Oggi più che mai quando la catastrofe ecologica globale si allinea con la possibilità inedita nella storia della possibile distruzione atomica di ogni vita. E forse è proprio la rimozione costante della mortalità che alimenta la “normale malattia” paranoide della condizione umana e chiede un mutamento radicale dello sguardo.

Giorno che sorgi puro, sorridere sospeso sulla città d’un tratto e i suoi mille canali,

Quanto agli umani che accolgono la tua pace vedere il giorno è soave!

Il sonno mai mi aveva colmato
Come stanotte e dissetato il cuore.
Ma il giorno dolce ai miei occhi è venuto, Dolce più del mio sonno!

Ecco, il richiamo del giorno tanto atteso tocca la città tra le acque e la pietra.

Un fremito nell’aria ancora muta
Sorge per ogni dove.

Vieni e vedi, città, la tua gioia ti attende, Sposa dei mari, vedi, lontano e più vicino, tanti flutti rigonfi di sussurri felici

Benedirti al risveglio.

Non trovo il teso nella libreria allora apro a caso un altro testo di Weil: “Non ricominciamo la guerra di Troia” e leggo:

“In ogni ambito sembriamo aver perduto le nozioni essenziali dell’intelletto, quelle di limite, misura, grado, popolazione, relazione, rapporto, condizione, legame necessario, connessione tra mezzi risultati. Per limitarci alle questioni umane, il nostro universo politico è popolato esclusivamente da miti e mostri. Conosciamo solo entità, assoluti, come dimostrano tutti i termini del vocabolario politico e sociale. Nazione, sicurezza, capitalismo, comunismo, fascismo, ordine, autorità, proprietà, democrazie: potremmo citarli tutti, uno dopo l’altro. Non lli inseriamo mai in formule come: “c’è democrazia nella misura in cui…” O “C’è capitalismo a condizione che…”. L’uso di espressioni come “nella misura in cui” va al di là delle nostre facoltà intellettive. Ognuna di queste parole sembra rappresentare una realtà assoluta, indipendente da qualsivoglia condizione, oppure un fine assoluto, indipendente da qualsivoglia modo d’azione, o ancora un male assoluto; E allo stesso tempo sotto ognuna di queste parole noi mettiamo a turno, o anche simultaneamente, qualsiasi cosa. Viviamo in mezzo a realtà cangianti, varie, determinate dal gioco mobile delle necessità esterne, che si trasformano a seconda delle condizioni ed entro certi limiti; ma agiamo, lottiamo, sacrifichiamo noi stessi e gli altri in virtù di astrazioni cristallizzate, isolate, impossibili da mettere in rapporto tra loro o con le cose concrete. La nostra epoca sedicente tecnica non fa che lottare contro i mulini a vento. Basta guardarsi intorno per trovare esempi di assurdità criminali. Il caso più emblematico è quello degli antagonismi tra nazioni. Spesso pensiamo di spiegarli dicendo che nascondono semplicemente degli antagonismi capitalistici; ma dimentichiamo un fatto lampante, ovvero che la rete di rivalità, complessità, di lotte, alleanze capitalistiche esistenti a livello mondiale non corrisponde affatto alla divisione del mondo in nazioni. (…) considerata la circolazione internazionale il capitale, non si capisce richiamo capitalista dovrebbe essere interessato alla protezione del proprio stato più che a quella di uno Stato straniero(…) l’interesse nazionale non può definirsi attraverso l’interesse comune delle grandi imprese industriali, commerciali o bancarie di un paese, poiché quest’interesse comune non esiste, né attraverso la vita, la libertà e il benessere dei cittadini poiché non si fa altro che implorare questi ultimi a sacrificare il loro benessere, la loro libertà e la loro vita per l’interesse nazionale. In fin dei conti, se si esamina la storia moderna, si arriva alla conclusione che per ogni Stato interesse nazionale è la capacità stessa di fare la guerra… (…) ciò che un paese chiama interesse economico vitale non è ciò che consente i suoi cittadini di vivere bensì ciò che permette al paese di fare la guerra; Il petrolio è ben più adatto a innescare conflitti internazionali rispetto al grano. In definitiva si fa la guerra per preservare la crescita dei mezzi per fare la guerra. Tutta la politica internazionale gira intorno a questo circolo vizioso. Il cosiddetto prestigio nazionale consiste nell’agire in modo da dare sempre agli altri paesi impressione di essere sicuri di sconfiggerli, in modo da scoraggiare. La cosiddetta sicurezza nazionale è uno stato di cose illusorio in cui si conserva la possibilità di fare la guerra privandone tutti gli altri paesi. In fondo una nazione che si rispetti è pronta tutto compresa la guerra, pur di non rinunciare a fare la guerra se necessario. Ma perché bisogna poter fare la guerra? Non si sa, non più di quanto i Troiani sapessero perché dovevano tenere prigioniera Elena… Ma quando gli interessi economici politici hanno senso solo in vista della guerra come è possibile conciliarli in maniera pacifica? Bisognerebbe sopprimere il concetto stesso di nazione. O piuttosto l’uso di questo termine, dal momento che la parola nazionale e le espressioni che la contengono sono prive di significato hanno come unico contenuto milioni di cadaveri, orfani, mutilati, disperazione e lacrime.”

La guerra e i suoi fantasmi

Post Apocalyptic Art by Vladimir Manyukhin

(1) Stranamore impenitente

In  Psicoanalisi della guerra Franco Fornari sistematizza una serie di considerazioni che evidenziano come il contributo psicoanalitico offra spunti di comprensione della dialettica affettiva necessaria per far fronte alle reazioni collettive e individuali e alla distruttività anche inconscia in atto nel fenomeno guerra. La psicoanalisi in questo senso ha un contributo da offrire a quanti trovano difficile ignorare il carattere assolutizzante di argomentazioni animate da ragioni incontrovertibili. Esistono infatti difese apparentemente razionali che si intrecciano con profonde angosce psicotiche. Tali sistemi di difesa paranoidi espellono il conflitto interiore e non ammettono dubbi perché devono mettere a tacere le nostre più distruttive pulsioni anche a costo di esternalizzarle concretamente su un nemico in carne ed ossa. Ogni presa di posizione rispetto a un conflitto non è solo razionale ma implica un processo che porti a una forma di discernimento, discernimento  che nasce dalla disponibilità a riconoscere quanto queste istanze inconsce condizionino le nostre “libere” decisioni.  

Prima di ragionare sull’auspicabilità della guerra come soluzione ai torti subiti dalle nazioni, alle colpe dei tiranni e dei loro interessi, bisognerebbe non trascurare fattori irrazionali che potrebbero ostacolare per gli attori (è il caso di dirlo) in gioco un corretto esame di realtà, e in particolare quelle diffuse e trasversali difese da angosce persecutorie che strutturano la guerra come elaborazione paranoica del lutto, che è poi l’intuizione centrale delle scomode tesi di Fornari.

“Quando una realtà distruttiva viene coperta da simboli d’amore esiste la possibilità che ciò costituisca una operazione destinata a coprire profonde angosce depressive o persecutive e che tale occultamento abbia in sé grande probabilità di predisporre colui che lo fa a distorsioni gravi nell’esame di realtà e quindi a non trovarsi nelle condizioni di poter prevedere correttamente le conseguenze possibili dei suoi atti”.

La guerra – che viene più o meno esplicitamente pensata come ineluttabile dispositivo volto a garantire sicurezza – sarebbe allora anche un’istituzione volta ad anestetizzare profonde angosce persecutorie. Una “formazione reattiva” volta a difenderci da un fantasma ancor più Terrificante. Come un iceberg – diceva Fornari – il sistema di sicurezza ha una parte visibile (la difesa dal pericolo di un nemico esterno) e uno invisibile, la difesa da un nemico interno e assoluto volto ad annientarci, un persecutore che a volte prende una forma indefinita nei peggiori incubi e che potrebbe travolgere anche i nostri cari. L’amplificazione paranoide che proietta il Terrificante su un nemico esterno paradossalmente ci difende tacitando – per un tempo – quell’angoscia di morte che la situazione atomica, la crisi ecologica planetaria e la pandemia hanno trasformato angoscia da annientamento assoluto. Qui i confini tra il delirio psichico e la realtà sfumano perché la situazione atomica concretizza fantasmi distruttivi che coincidono almeno in parte la possibilità latente di una sadica e folle onnipotenza.

La fibrillazione aumenta e con essa le difese paranoidi – ci si aggrappa a vecchie certezze e soluzioni, si razionalizza come se tutto fosse assolutamente chiaro ed evidente.

Ma la caratteristica del “nemico” interno è subdola proprio in quanto radicata in una possibile deriva onnipotente, invisibile, che la cultura ci racconta con il volto di Caino che uccide Abele o di Atreo che nutre Tieste cucinandogli i resti dei suoi figli dopo averlo invitato a una supposta conferenza di pace. È la stessa amplificazione persecutoria che rivela la nostra distuttività che se si scatena può portare a uccidere la persona amata (generalmente una donna) nella percezione di un irreparabile torto subito.

Trovare nemici esterni da uccidere, trovare un nemico reale, per quanto ci metta a rischio, ci rassicura per un tempo dalla paura che un delirio di annientamento prenda il sopravvento senza che ci si possa far qualcosa. Soprattutto ci protegge dal timore che ciò abbia a che fare con una distruttività capace di attaccare persino ciò che amiamo. Difendiamo allora la verità del nostro supposto amore a tutti i costi.

Freud chiamava questo processo deflessione all’esterno della pulsione di morte, pulsione che prende forma nella psiche umana in fantasie di onnipotenza sadica distruttiva e che tuttavia le culture tentano di affrontare in modi diversi. Una pulsione che ha probabilmente la sua radice in una specifica consapevolezza di vulnerabilità delle comunità umane tanto più grande quanto più separate dalla percezione di un più ampio metabolismo, dalla biofilia costitutiva dell’esistenza, sostituita da un delirio di eccezionalità.

Non è tuttavia sufficiente descrivere queste dimensioni pulsionali distruttive come parte di una universale esperienza umana. Secoli di modernità coloniale hanno strutturato anche a livello inconscio una separabilità, un desiderio di controllo e dominio che rafforza ogni diniego e allo stesso tempo legittima ogni forza e ogni sopruso in nome dei soprusi subiti. 

da “Il dottor Stranamore” di Stanley Kubrick

Tuttavia non tutti i dispositivi delle culture elaborano allo stesso modo la vulnerabilità che ci accomuna a tutto vivente e che molte tradizioni riconoscono nella radice precisa del dover mangiare (letteralmente) altre vite – sapendo al contempo di essere parimenti a rischio di essere mangiati. In anropologia, Viveiros de Castro, De Scola e altri hanno evidenziato che tale “prospettivismo”  relazionale mentre non nega le pulsioni distruttive resta profondamente eco-sistemico.  Al di là di ogni esotismo romanticizzante, le culture metaboliche che nutrono un sentimento di continuità con il mistero del nostro esistere e passare, che non negano l’aggressività ma non la trasformano in guerra, genocidio, ecocidio sono anche culture in cui si pratica la via dei sogni animati, dell’incanto e della meraviglia, illustrazioni di una Terra Vivente  al di là delle nostre povere immaginazioni. E che riconoscendo la distruttività come intrinseca all’esistenza se ne fanno carico altrimenti.

Da “Come pensano le foreste” di Edouardo Kohn


Lo stesso Fornari lo aveva già intuito quando in Psicoanalisi della situazione atomica (1964) scriveva:

« Uno dei risultati dell’inflazione intellettualistica della società occidentale sembra legato all’oblio da parte dell’uomo cosiddetto civile della capacità che ha invece l’uomo [cosiddetto] primitivo di responsabilizzarsi di fronte al proprio inconscio

Questo oblio oggi viene alimentato ipnoticamente, catturato da una fascinazione collettiva per il riarmo, a un tempo ideologica e post-ideologica, che sembrerebbe avere funzione di difesa maniacale dai lutti profondi che la situazione generale del pianeta impone.  Uno dei sintomi lampanti di questo squilibrio è la demonizzazione del dubbio e della libertà di pensiero. 

La valenza ipnotica della situazione spinge a relativizzare il potenziale distruttivo del conflitto tra visioni geopolitico-economiche dei blocchi egemoni contrapposti. La possibile dimensione atomica del conflitto viene relativizzata anche quando le stesse parti in causa la evocano. Se i regimi totalitari non hanno scrupoli nell’imporre questa logica difensiva le (post)democrazie liberali rivendicano il valore morale (sempre più evanescente) della loro storia attraverso dispositivi retorici che evocano i traumi collettivi del passato. Questo copia e incolla che taglia la testa al toro e ignora i contesti trova in alcuni la forma dell’appello a una scelta inedita e radicale tra libertà e vita.Per alcuni, a sinistra, l’appello al riarmo prende a riferimento la Resistenza. Come se la storia non sia stata abitata da altre forme di conflitto violento che avevano a che fare più che con la liberazione dall’oppressore con le logiche delle sovranità nazionale e imperiale. Mussolini, per esempio, aveva fatto del culto della Grande Guerra, dell’interventismo, del prezzo di sangue pagato dall’Italia, il baluardo della sua retorica nazionalista. E difatti la destra gongola per  l’opportunità ghiotta che questi appelli offrono a un analogio trionfalista spirito guerresco. Appelli che scindono l’unità costitutiva di vita e libertà così come abbiamo scisso l’atomo. Un binarismo insostenibile dato che libertà e la vita abbondante e indeterminata (Zoe) sono strettamente correlate, specialmente oggi che la vita del pianeta tutto viene messa a rischio non solo dalle tentazioni di alzare la posta del coinvolgimento delle potenze atomiche ma anche dalla catastrofe ambientale.  Una situazione fche rischia di svalutare le possibilità di resistenza più profonde dell’umano. Per alcuni la scelta della libertà come massimo valore etico imporrebbe il riarmo anche a costo della distruzione della vita stessa. Vale certamente combattere per ciò che conta e ogni resistenza anche quella dei contadini anarchici che gridavano ben prima del franchismo “viva la muerte” scendendo per i campi contro Napoleone si radicava in un desiderio di buona vita più che nella mera pulsione di morte. Tuttavia, in un conflitto che contrappone l’aspirazione geopolitica di potenze nucleari,  l’appello al riarmo e alla guerra  mi sembra abbia davvero poco a che fare con le lotte dei partigiani.

La situazione atomica e l’intreccio globale dei problemi rendono la vita da salvare innanzi tutto non quella individuale o quella delle nazioni e dei loro interessi geopolitici ma quella del pianeta, condizione di vita, futuro e libertà per tutti. 


Dire che la libertà è un dovere supremo come ha recentemente titolato il direttore di Repubblica mi sembra del resto un doppio messaggio, un ossimoro paralizzante e ipocrita ancor più da quando la pandemia ha consentito ai governi di strutturare le ansie collettive organizzando con politiche sanitarie obbligate la limitazione di movimento e persino per alcuni la libertà di lavorare –  imponendo misure di confinamento e di libertà limitata e differenziale come condizione per poter tornare a “essere liberi”,  cosa che nell’equazione del discorso corrisponde alla supposta normalità dello status quo mentre le cause profonde del dissesto ambientale, ecologico, economico e politico restano occultate. Il senso della libertà viene così ridotto al dovere del consenso. Tutto ciò ha reso impossibile un vero passaggio depressivo, un lutto riuscito che prenda atto del dis-astro che la modernità coloniale ci lascia in eredità. Parlare di un dovere supremo nei confronti del valore  libertà mi sembra allora un artificio retorico che non sconferma la tendenza a una governance post-democratica consensuale che si appoggia anch’essa come nella più evidente razionalità difensiva dei regimi a “formazioni reattive” che gestiscono a modo loro le profonde ansie depressive. Il palliativo rassicurante dell’adesione di massa a un supposto bene comune sembra avere valenze ipnotiche fortissime a destra come a sinistra. 

Il tentativo di utilizzare la guerra per rafforzare il sentire di una identità Europea fortificata e fondata sulla supposta superiorità etica delle sue radici culturali mi sembra faccia parte della medesima deriva anti-storica, nel senso che rifiuta di prendere in carico proprio le eredità non elaborate nella costruzione violenta del progetto della modernità coloniale nel suo rapporto con le risorse e i popoli.

Senza nemmeno parlare delle politiche migratorie a due pesi e due misure, dei milioni di rifugiati siriani confinati nei campi in Turchia , delle migliaia segregati nella foresta tra Bielorussia e Polonia a cui non viene concesso di passare, della profilazione razziale alle frontiere per gli studenti africani che fuggono dall’Ucraina, delle corsie preferenziali che segnalano una visione nazional-identitaria che riduce e inquina ciò che la stessa storia dei conflitti mondiali aveva insegnato sul ruolo cruciale che i rifugiati portano alla comprensione della storia.

Lo ha ribadito benissimo recentemente Didi-Huberman in “Passare a ogni costo”:

Tutti questi movimenti di migrazione hanno un nome generico: la cultura. Non la cultura dei «programmi culturali» o dei «ministeri della cultura», ma la cultura nel senso antropologico del termine, ciò che rende cioè gli umani quegli esseri capaci, non solo di parlare, lavorare e inventare attrezzi, o magari opere d’arte, ma anche di vivere in società, parlarsi, inventarsi, immaginarsi l’un l’altro. Quando una società comincia a confondere il suo vicino con il nemico, o lo straniero con il pericolo, quando inventa istituzioni per mettere in opera questa confusione paranoica, allora possiamo dire, secondo la logica storica – e non da un semplice punto di vista etico – che sta perdendo la propria cultura, la propria capacità di civiltà.”

Chi si schiera per la cultura, intesa in questo senso, pare oggi colpevole di ignavia terrapiattista (ancora Repubblica) o di nascondersi dietro sofismi astratti, ma ragionare, o meglio sentir-pensare, non significa né scegliere la scorciatoia del tifo né mantenere una indifferente equidistanza –– significherebbe piuttosto considerare la necessità di una più ampia prospettiva che faccia i conti con le varie forme di diniego in questo grande dissesto e prendere posizione per il pianeta come condizione primaria per la continuità di un processo che garantisca vita e libertà. Al di là dei proclami e degli imperativi emergentiche impongono di schierarsi un barlume di consapevolezza di questa altra urgenza non è forse estraneo agli uni come agli altri.

Forse chi saprà riconoscere la possibile catastrofica deriva che queste difese inconsce amplificano, senza timore di dis-fatta, si dimostrerà all’altezza del’umiltà necessaria oggi nel momento del pericolo.

Ma sulla lezione di Fornari su psicanalisi e culture di pace sarà bene tornare. (continua)

per Liana Borghi

Bello il convegno del 26 febbraio al Giardino dei Ciliegi dove Clotilde Barbarulli ci ha invitato a ricordare Liana Borghi. A cui era carissima la pratica della “diffrazione” , come campo indeterminato di creazione continua del possibile. Di fronte alle catastrofi del pensare e dell’agire che includono il colonialismo discorsivo ed epistemologico gli interventi hanno evocato le eredità generative di Liana e delle suo sentir-pensare, dalle prospettive “post-queer” su cui rifletteva Marco Pustianaz alla constatazione che nelle sue relazioni poetico-politiche Liana coglieva l’emergere di un “entusiasmo che precede” come ci ha ricordato Gaia Giuliani, cosa che porta diffrazione alle “utopie” mettendo in gioco un tempo profondo e dislocato (“deep time”), un futuro passato che si intreccia con le cose a-venire, riattivando capacità esiliate o menti parallele. Una visionarietà sospettosa di ogni ideologizzazione e di cui oggi c’è più che mai bisogno. Nel ricordare Liana e la passione con cui ha accompagnato anche noi in Clinica della Crisi pubblichiamo di seguito l’intervento che Maria Nadotti ha presentato al convegno.

Disseminare

Maria Nadotti

26 febbraio 2022

Potrebbe essere un’epoca straordinariamente interessante questa nostra. 

Tutto è in mutazione: il lavoro, la didattica, il rapporto stato/cittadin*, lo statuto dei corpi, il nesso salute/mercato, la strumentazione tecnologica, le forme della comunicazione, i linguaggi, le forme associative e la rappresentanza politica, il concetto stesso di vita e le categorie di valore cui essa tradizionalmente si accompagna (libertà, dignità, bene comune), la relazione tra ‘vivente’ e ‘non-vivente’, la percezione dell’altro da sé, persona/albero/animale/virus/lembo di terra che sia. 

Tutto ciò, naturalmente, è in mutazione da tempo. L’elemento di novità è l’accelerazione con cui il cambiamento si sta, grossomodo dagli anni Novanta del secolo scorso, manifestando. Si rischia – alla lettera dall’oggi al domani – di rimanere indietro, di perdere un pezzo, di disorientarsi, di non capirci più niente e, dunque, di delirare, allucinare, scambiare panche per tavoli. Oppure – ed è quello che più umanamente siamo tentati di fare – di rinchiuderci nel nostro particolare, di difenderlo con le unghie e con i denti, di mimetizzarci come fanno i lombrichi quando si acciambellano sotto il terreno, aspettando che passi. 

Il fatto davvero inedito di questa nostra epoca è che, forse, quel che oggi è in corso non passerà, perlomeno non in tempi commisurati al nostro modesto tempo di vita.  E questo, inevitabilmente, ci costringe a pensare ripensandoci, a guardare/ascoltare con maggiore attenzione l’habitat in cui siamo immersi e a riflettere in modo attivo sull’habitus cui in modo più o meno distratto, inerziale, difensivo o inconsapevole facciamo riferimento. Che margini di scelta abbiamo, per esempio? Quali sono le decisioni che possiamo prendere e quali ci sono interdette? Qual è il nostro bene e quale il nostro male? Di chi possiamo fidarci? A chi dobbiamo affidarci? È ancora possibile, verosimilmente, lottare? E, se sì, per cosa, insieme a chi e contro chi? Che scarto c’è, oggi, tra vita e sopravvivenza? È possibile pensare l’una scissa dall’altra o, in altri termini, separare la sopravvivenza del corpo dalla morte dell’anima, dello spirito, della coscienza cui è stata impedita la vita? Cos’è che tiene in vita una vita e la rende degna di essere vissuta? 

In ogni caso, là dove la confusione regna sovrana, dove l’ipotesi vale fino alla sua prossima e prevista smentita, che si obbedisca o si disobbedisca, che si rispetti la legge o ad essa si trasgredisca, fa un’unica differenza: l’obbedienza alimenta il caos, la disobbedienza lo interroga. 

Le foglie, quando d’autunno cadono, agiscono liberamente o è il loro destino di foglie a produrre, a tempo debito, il loro distacco dal ramo? Oppure è il vento che spira da Nord a spezzare il filo che le lega all’albero e a condurle a una nuova vita? Può una foglia disobbedire?

La lingua tedesca ha due termini per indicare il corpo. Körper e Leib: il primo è il corpo che occupa uno spazio ed è un oggetto tra gli altri, il secondo è il corpo proprio, umano e mio, come correlato dell’anima, della coscienza, di un soggetto che sente e percepisce. Oscillare tra la libera scelta e la suggestione altrui non è forse esattamente l’esito di questa dualità intrinseca al corpo, corpo/materia, corpo/cosa di contro al corpo/coscienza, corpo/intelletto. Possono, le due cose, essere scisse senza produrre il disastro?

Ed eccomi a Liana, un’amica molto cara e una delle intelligenze più lucide e inascoltate di questa nostra Italia che si sta inabissando nel non-pensiero e in una sorta di opacità emotiva e affettiva. Liana, di sé, diceva che sentiva/pensando, che la sua testa e il suo cuore lavoravano all’unisono. Chi l’ha conosciuta e ha studiato, esplorato, costruito, organizzato, chiacchierato, mangiato, viaggiato, riso insieme a lei sa che per lei non c’era soluzione di continuità tra il pensiero e il corpo con i suoi piaceri, le sue furie, i suoi dolori, le sue paure, le sue vulnerabilità. 

È da lì che nasce quell’impasto formidabile di idee e di sentimenti che rendono il femminismo di Liana così peculiare nel panorama dei femminismi italiani, così mosso, così recisamente nemico degli approdi ideologici, così in divenire, così aperto e pronto ad accogliere, così critico e autocritico.

Fino all’ultimo, davvero fino alla settimana prima di staccarsi fisicamente da noi, Liana ha voluto indagare con alcune/i di noi quella che le sembrava una delle proposte politiche e teoriche più interessanti nel panorama mondiale, quella che ci è arrivata da Bayo Akomolafe, interprete amoroso delle analisi femministe neomaterialiste e de-generi di Karen Barad.

Mentre i femminismi italiani continuano, se pur variamente, a parlare di identità di genere, della loro moltiplicazione come fenomeno emancipatorio, atto trasgressivo di indisciplina rispetto a un canone duro, o potenziale e nefasta cancellazione del ‘femminile’, Liana proponeva la via accidentata della disidentificazione, dello sganciamento progressivo dal bisogno di definirsi, di stare dentro o fuori da un riconoscibile e roccioso ‘io sono questo’. 

La sua instancabile ricerca non del nuovo, ma dell’a venire e dei segni che già lo annunciano, scompigliando e problematizzando le quiete acque dell’attivismo femminista contemporaneo, prendeva forma in un vero e proprio metodo di lavoro: 

Liana faceva e si faceva domande, e poi si metteva in ascolto, alla lettera ascoltava le risposte e tentava di darsene, creando un vortice collettivo di voci e raccogliendo l’ansia, lo smarrimento, la paura che ad esse si accompagnavano e mitigandoli proprio attraverso quell’amorevole lavoro di tessitura che ha caratterizzato la sua pratica femminista. Accogliere, tenere e mettere insieme.

Si situa qui la sua formidabile opera di ‘importazione’, ‘traduzione’ e ‘disseminazione’ di pensieri, scritti, pratiche provenienti da geografie, culture, lingue lontane da noi. Non per convincere o sedurre, ma per discutere e differenziare. Esplicitare la diversità per tenere davvero insieme, esplorando la potenziale ricchezza insita nel difforme e cercando quegli elementi che creano amicizia politica e comunanza anche là dove le idee sembrano divergere.

Un femminismo affettivo quello di Liana, capace – soprattutto  in questi ultimi anni – di  assumere la dissodisfazione, l’harawayano ‘staying in truble’, la nostra comune e inevitabile mortalità come miccia al pensiero e all’azione, come antidoto tanto alla rassegnata meditazione quanto al generoso ma cieco attivismo.

Segnalo in particolare la fermezza con cui Liana ha messo a tema la necessità di interrogarsi sulle parole, le silenziosità, le disfunzionalità, il senso di disagio che segnano noi e i nostri corpi. Come chiamare, per esempio, il corpo, oggi, qui, tra pandemia, guerre, metaverso e deliri di onnipotenza? Come rientra il ‘femminile’ o il ‘maschile’ in questa desolata terra di nessuno, che fa del corpo (di chi? di quant*?) l’assoluto a perdere e l’assoluto a conservare? Come cercare modi alternativi di capire le cose e come condividere tra di noi forme che ci sembrano funzionare? Come allineare il corpo con il mondo attuale? Come dare voce alla nostra rabbia senza esserne soffocate? Come riconoscere l’inadeguatezza dell’attivismo tradizionale senza precipitare nella passività, nella depressione, nella rassegnazione o nel cinismo? Come fare attivamente comunità in un mondo che sta costruendo la distanza e la separazione come nuova sfera pubblica?

Concludo con un pensiero ‘fantascientifico’ di Liana: se il mondo viene ‘fatto’ nominandolo, urge inventare parole/concetto inedite, spiazzanti, eversive, che non si limitino a rispondere alle parole dell’altro nella lingua dell’altro. Proviamo ad abbandonare il già noto e quel sottile, rassicurante velo di nostalgia che lo accompagna. Proviamo a muoverci al buio, mettendo al lavoro altri sensi e altri sentimenti. Per esempio, oggi, non la solita retorica femminista da cane di Pavlov contro la guerra  in Ucraina (con i suoi slogan aberranti, tipo “Fuori la guerra dall’Europa”), ma la dura interrogazione su dove sia la pace oggi nel mondo e su come possa esprimersi, nei fatti e nelle parole, il pacifismo dei femminismi contemporanei.

Memo anti-stronzismo

Una mappa riflessiva come dispositivo di ricerca per una desovranizazione dal basso prodotta dal collettivo Gesturing Towards Decolonial Futures. Originale al link https://decolonialfutures.net/portfolio/anti-assholism-memo/comment-page-1/

«La modernità coloniale, specialmente nella sua configurazione contemporanea, proietta un potente incantesimo narcisista a tonalità iper-individualista, iper-consumista e (auto) distruttiva. Attraverso l’educazione formale, i social media e i pacchetti di incentivi professionali, sia le culture mainstream che le contro-culture incoraggiano e premiano comportamenti tossici. Che includono la nostra percezione di separatezza dagli altri e dalla “natura” e il senso di una “eccezionalità” che giustifica meriti e supposte autorevolezze morali ampliando la rivendicazione di ciò che di dovuto a priori ci “spetterebbe”  in un posizionamento di autonomia senza responsabilità. 

Siamo inconsciamente condizionati a riprodurre comportamenti che sostengono la distruzione delle reti relazionali che ci nutrono, ivi compreso il pianeta di cui facciamo parte e da cui dipendiamo. Se le nostre culture contemporanee non possono offrirci una via verso la sobrietà e la maturità collettiva o un compasso per riparare i danni e per costruire relazioni basate su rispetto, reciprocità, consenso, fiducia e response-abilità, l’estinsione della specie umana è dietro l’angolo.

Rendersi conto che siamo TUTTI incasinati e che siamo diventati stronzi potrebbe essere uno (o il solo) dei modi per rompere l’incantesimo della modernità coloniale, per iniziare processi di disintossicazione attraverso il penoso lavoro di sgombro e compostaggio di cui abbiamo bisogno per uscire dal casino che abbiamo creato.

Nella nostra ricerca collettiva sullo stronzismo stiamo cercando di esplorare sia i sintomi che le possibili radici del problema. Queste sono alcune delle domande che ci siamo posti:

Quali pulsioni consce e inconsce socialmente valorizzate ci impediscono di costruire relazioni basate su fiducia, reciprocità e rispetto? Come beneficiamo personalmente da queste pulsioni? Come veniamo ricompensati socialmente quando riproduciamo questi comportamenti?

Stiamo cercando di mettere alla prova diversi esperimenti volti a interrompere questi schemi di comportamento che possono limitare la nostra capacità di costruire relazioni generative. Uno di questi esperimenti consiste in una lista di suggerimenti anti-stronzismo che potrebbero servirci da compasso per 

a) ciò che non dovremmo mai fare 

b) ciò che dovremmo fare sempre meno 

c) che dovremmo fare solo con autenticità 

d) ciò che dovremmo praticare comunque a prescindere dall’ “autenticità“ (per es. essere gentili)

Ora stiamo mettendo questo dispositivo alla prova ore vedere se attraverso pratica e ripetizione, la seguente lista può aiutarci a ricablare schemi di comportamento inconsci dannosi. Siete invitati a partecipare all’esperimento.

L’invito è di leggere innanzi tutto la lista e osservare come reagire ai suoi suggerimenti e alle sollecitazioni che contiene. Che cosa raccontano le vostre reazioni? Prestate particolare attenzione a cosa solleciti un senso positivo (o negativo) di autostima e di come questo potrebbe già essere un importante segnale di distorsione immaginaria (quando pensiamo a noi stessi come “più avanti” o “da un’altra parte” in questo processo di quanto non siamo realmente)


Potrebbe essere d’aiuto ricordare che quando ci si impegna in processi generativi il sé diventa iper-riflessivo (e consapevole dei passi indietro e delle difficoltà insite in questo genere di lavoro), il che significa non essere mai certi di rispondere davvero in modo generativo nei momenti di crisi o conflitto. Come un alcolista che si sta riabilitando, non si può mai dare per scontato di aver “risolto il problema”. Come accade con altre dipendenze, lo stronzismo che abbiamo incorporato dalla modernità coloniale può essere un disturbo che si cura, ma è più prudente presumere che non sia curabile.

Mentre leggete questa lista di suggerimenti cercate di immaginare come ogni aspetto potrebbe risuonare con il controcanto di  un campo relazionale radicato nella fiducia, nel rispetto, nella reciprocità, nel consenso e nell’impegno  responsabile a dar conto del proprio operare.

Ciò che non dovreste mai fare 

  1. Pensare di non far parte del problema 
  2. Sentirsi a priori nel giusto
  3. Aver ragione a tutti i costi (come arbitri della verità, della bellezza, della giustizia e/o della moralità) 
  4. Essere arroganti o vanesi
  5. Rispondere male o in modo sprezzante
  6. Essere crudeli o maliziosi
  7. Avere atteggiamenti condiscendenti o paternalisti (presumendo di poter “aiutare” gli altri)
  8. Svalutare altre esistenze (denigrando)
  9. Dar per scontato di essere più importanti 
  10. Rimettere qualcuno “al suo posto”
  11.       Pensare di “farla franca”
  12. Ritenersi immuni da responsabilità
  13. Fare di questa stessa lista un’arma.

 Ciò che dorreste fare sempre meno per poi smettere del tutto (ammesso che sia possibile)

  1. Pensare di essere uno di quelli “giusti”
  2. Offrire consigli non richiesti (“dovreste”). Non funzionano
  3. Fare i saccenti
  4. Condividere battute truci o sarcastiche con persone a cui risulta tossico. 
  5. Mettervi in una posizione di supervisione
  6. Consumare per compensare il sentimento di vuoto, di ansia o di tristezza. 
  7. Pensare che gli altri esistano per essere al vostro servizio o strumentalizzare le relazioni per sentirvi meglio
  8. Rendere invisibile il lavoro umano e di altre entità viventi che sono necessarie per la nostra esistenza
  9. Approfittare di altri per beneficio personale 
  10. Investire nella futurabilità/continuità di sistemi insostenibili 
  11. Permettere ai vostri traumi e insicurezze di governare le vostre decisioni. Immaginare una dinamica generativa del trauma implica un lavorio di cura, compostaggio, integrazione di insegnamenti  e imparare a mollare il controllo. La sola consapevolezza del trauma è insufficiente. 
  12. Occupare spazio collettivo per cercare conferme personali o senza avere considerazione per il tempo degli altri. 
  13. Utilizzare la propria vittimizzazione come moneta per promuovere sé stessi 

Cosa dovreste provare a fare più sovente e più autenticamente (quindi non come “sacrificio”) 

Ascoltate le vostre risonanze problematiche, specialmente se toccano la riproduzione inconscia di un comportamento sistemico dannoso. Ascoltate davvero. 

  1. Siate umili 
  2. Disarmate e siate disarmanti: offrite una critica gentile, onesta e che vi implica quando riportate altri alle loro responsabilità
  3. Siate intelligentemente sciocchi, non temete il ridicolo.
  4. Ammettete di aver avuto torto, che avete torto e che avrete torto. 
  5. Perdonate e chiedete scusa.
  6. Considerate che ci sono altre persone con voi che sanno sentire e i cui bisogni sono importanti quanto i vostri 
  7. Date priorità ai bisogni di altri più spesso, e poi scordatevene, non tenete conti.
  8. Perdonate e dimenticate i debiti che altri hanno nei vostri confronti 
  9. Ricordate e ripagate i vostri di debiti 
  10. Siate ospitali nei confronti di critiche e auto-critiche, ringraziate quanti riescono a offrirle con grazia. 
  11. Manifestate un rispetto incondizionato (accettare l’altro  non significa sponsorizzarlo).
  12. Notate ciò che non riuscite a imparare da conflitti ricorrenti, osservando i vostri schemi di resistenza. 

Cosa dovreste fare sempre di più (provateci a prescindere da come vi sentite)

  1. Siate gentili, generosi, premurosi  e pazienti 
  2. Siate grati, coraggiosi e intelligentemente intrepidi 
  3. Ridete di voi stessi 
  4. Permettetvi di essere sorpresi 
  5. Date spazio ospitale alla gioia, all’umorismo e alle risate 
  6. Coccolate – il vostro corpo non le vostre narrazioni 
  7. Fate ciò che è necessario più di ciò che volete 
  8. Scegliete di fare qualcosa che vi risulta difficile 
  9. Tendete la mano alle cose dolorose se vi verranno a visitare (e lo faranno) 
  10. Siate curiosi, osservate voi stessi senza investire in narrazioni di successo o fallimento, siate scettici rispetto alle vostre opinioni. 
  11.  Ampliate la vostra capacità di fare spazio a complessità, incertezza, pluralità, ambiguità e volatilità; accogliete i doni generati dai vostri fallimenti. 
  12. Siate sempre rispettosi e sospettosi, dite ciò che apprezzate degli altri senza alimentare insaziabili desideri di validazione, gratitudine o conferma (in voi stessi o negli altri) 
  13. Sviluppate un discernimento stratificato come obiettivo di tutta una vita e di una vita ampia, specialmente quando risulta difficile o complicato. Seceglitw le vostre battaglie con cura, quando potete.

Ricordate: tendiamo a giudicare gli altri in base alie loro azioni e giudicare noi stessi in base alle nostre intenzioni. Siate compassionevoli con gli altri e iper-attenti alle forme di indulgenza che rivolgiamo a noi stessi.

Esercizi per amici/parenti e compagni di vita:

  1. scrivi una lista di cosa ti farebbe sentire più vicin* a ______ [inserire il nome di un altr* significativ* – uman* o non uman*] 
  2. Scrivere una lista di cosa farebbe sì che ­­_______  si sentisse davvero più vicin* a te. 
  3. Scrivi una lista delle cose difficili che sarebbe necessario superare per propiziare un’evoluzione generativa della relazione.
  4. Scrivi una lista di cosa ti impedisce di farlo.
  5. Scrivi una lista di possibili future ripercussioni (per te ed altri)  della tua difficoltà a gestire diversamente la situazione  
  6. In cosa si radica la tua convinzione? E’ sostenibile? Hai un sufficiente senso di urgenza e dai sufficiente importanza alla  sfida del difficile lavorio necessario per dis-investire in comportamenti dannosi e mettere energia nell’incerto processo di ricablarti verso la costruzione di relazioni più generative? Fai una lista di tre cose che dovresti ricordare quando cedi alla frustrazione, alla spossatezza e allo scoramento rispetto alle sfide di questo processo.»