Venezia all’alba

W. Turner Campo Santo Venezia 1874

Oggi ho improvvisamente ricordato il testo teatrale incompiuto di Simone Weil “Venezia salva” – in cui Javier salva la città non per un tornaconto, ma perché, per la prima volta, la vede veramente nella sua bellezza e capisce che, come tutte le cose belle, non va distrutta ma preservata. Alla irrealtà velenosa della “forza” come motore di ogni cosa, che era il mantra nazista, Weil contrappone quella forma di attenzione e percezione delle cose che ha la sua radice nella mortalità. La mortalità come consapevolezza estrema e necessaria ad ogni generatività –che nutre l’attenzione alla bellezza di ciò che esiste nella contemplazione della transitorietà che genera l’amore e la cura. Quello che Weil/Violetta vede al sorgere del sole su Venezia si applica oggi al nostro rapporto con la trama indivisibile del vivente e del pianeta tutto. Oggi più che mai quando la catastrofe ecologica globale si allinea con la possibilità inedita nella storia della possibile distruzione atomica di ogni vita. E forse è proprio la rimozione costante della mortalità che alimenta la “normale malattia” paranoide della condizione umana e chiede un mutamento radicale dello sguardo.

Giorno che sorgi puro, sorridere sospeso sulla città d’un tratto e i suoi mille canali,

Quanto agli umani che accolgono la tua pace vedere il giorno è soave!

Il sonno mai mi aveva colmato
Come stanotte e dissetato il cuore.
Ma il giorno dolce ai miei occhi è venuto, Dolce più del mio sonno!

Ecco, il richiamo del giorno tanto atteso tocca la città tra le acque e la pietra.

Un fremito nell’aria ancora muta
Sorge per ogni dove.

Vieni e vedi, città, la tua gioia ti attende, Sposa dei mari, vedi, lontano e più vicino, tanti flutti rigonfi di sussurri felici

Benedirti al risveglio.

Non trovo il teso nella libreria allora apro a caso un altro testo di Weil: “Non ricominciamo la guerra di Troia” e leggo:

“In ogni ambito sembriamo aver perduto le nozioni essenziali dell’intelletto, quelle di limite, misura, grado, popolazione, relazione, rapporto, condizione, legame necessario, connessione tra mezzi risultati. Per limitarci alle questioni umane, il nostro universo politico è popolato esclusivamente da miti e mostri. Conosciamo solo entità, assoluti, come dimostrano tutti i termini del vocabolario politico e sociale. Nazione, sicurezza, capitalismo, comunismo, fascismo, ordine, autorità, proprietà, democrazie: potremmo citarli tutti, uno dopo l’altro. Non lli inseriamo mai in formule come: “c’è democrazia nella misura in cui…” O “C’è capitalismo a condizione che…”. L’uso di espressioni come “nella misura in cui” va al di là delle nostre facoltà intellettive. Ognuna di queste parole sembra rappresentare una realtà assoluta, indipendente da qualsivoglia condizione, oppure un fine assoluto, indipendente da qualsivoglia modo d’azione, o ancora un male assoluto; E allo stesso tempo sotto ognuna di queste parole noi mettiamo a turno, o anche simultaneamente, qualsiasi cosa. Viviamo in mezzo a realtà cangianti, varie, determinate dal gioco mobile delle necessità esterne, che si trasformano a seconda delle condizioni ed entro certi limiti; ma agiamo, lottiamo, sacrifichiamo noi stessi e gli altri in virtù di astrazioni cristallizzate, isolate, impossibili da mettere in rapporto tra loro o con le cose concrete. La nostra epoca sedicente tecnica non fa che lottare contro i mulini a vento. Basta guardarsi intorno per trovare esempi di assurdità criminali. Il caso più emblematico è quello degli antagonismi tra nazioni. Spesso pensiamo di spiegarli dicendo che nascondono semplicemente degli antagonismi capitalistici; ma dimentichiamo un fatto lampante, ovvero che la rete di rivalità, complessità, di lotte, alleanze capitalistiche esistenti a livello mondiale non corrisponde affatto alla divisione del mondo in nazioni. (…) considerata la circolazione internazionale il capitale, non si capisce richiamo capitalista dovrebbe essere interessato alla protezione del proprio stato più che a quella di uno Stato straniero(…) l’interesse nazionale non può definirsi attraverso l’interesse comune delle grandi imprese industriali, commerciali o bancarie di un paese, poiché quest’interesse comune non esiste, né attraverso la vita, la libertà e il benessere dei cittadini poiché non si fa altro che implorare questi ultimi a sacrificare il loro benessere, la loro libertà e la loro vita per l’interesse nazionale. In fin dei conti, se si esamina la storia moderna, si arriva alla conclusione che per ogni Stato interesse nazionale è la capacità stessa di fare la guerra… (…) ciò che un paese chiama interesse economico vitale non è ciò che consente i suoi cittadini di vivere bensì ciò che permette al paese di fare la guerra; Il petrolio è ben più adatto a innescare conflitti internazionali rispetto al grano. In definitiva si fa la guerra per preservare la crescita dei mezzi per fare la guerra. Tutta la politica internazionale gira intorno a questo circolo vizioso. Il cosiddetto prestigio nazionale consiste nell’agire in modo da dare sempre agli altri paesi impressione di essere sicuri di sconfiggerli, in modo da scoraggiare. La cosiddetta sicurezza nazionale è uno stato di cose illusorio in cui si conserva la possibilità di fare la guerra privandone tutti gli altri paesi. In fondo una nazione che si rispetti è pronta tutto compresa la guerra, pur di non rinunciare a fare la guerra se necessario. Ma perché bisogna poter fare la guerra? Non si sa, non più di quanto i Troiani sapessero perché dovevano tenere prigioniera Elena… Ma quando gli interessi economici politici hanno senso solo in vista della guerra come è possibile conciliarli in maniera pacifica? Bisognerebbe sopprimere il concetto stesso di nazione. O piuttosto l’uso di questo termine, dal momento che la parola nazionale e le espressioni che la contengono sono prive di significato hanno come unico contenuto milioni di cadaveri, orfani, mutilati, disperazione e lacrime.”

La guerra e i suoi fantasmi

Post Apocalyptic Art by Vladimir Manyukhin

(1) Stranamore impenitente

In  Psicoanalisi della guerra Franco Fornari sistematizza una serie di considerazioni che evidenziano come il contributo psicoanalitico offra spunti di comprensione della dialettica affettiva necessaria per far fronte alle reazioni collettive e individuali e alla distruttività anche inconscia in atto nel fenomeno guerra. La psicoanalisi in questo senso ha un contributo da offrire a quanti trovano difficile ignorare il carattere assolutizzante di argomentazioni animate da ragioni incontrovertibili. Esistono infatti difese apparentemente razionali che si intrecciano con profonde angosce psicotiche. Tali sistemi di difesa paranoidi espellono il conflitto interiore e non ammettono dubbi perché devono mettere a tacere le nostre più distruttive pulsioni anche a costo di esternalizzarle concretamente su un nemico in carne ed ossa. Ogni presa di posizione rispetto a un conflitto non è solo razionale ma implica un processo che porti a una forma di discernimento, discernimento  che nasce dalla disponibilità a riconoscere quanto queste istanze inconsce condizionino le nostre “libere” decisioni.  

Prima di ragionare sull’auspicabilità della guerra come soluzione ai torti subiti dalle nazioni, alle colpe dei tiranni e dei loro interessi, bisognerebbe non trascurare fattori irrazionali che potrebbero ostacolare per gli attori (è il caso di dirlo) in gioco un corretto esame di realtà, e in particolare quelle diffuse e trasversali difese da angosce persecutorie che strutturano la guerra come elaborazione paranoica del lutto, che è poi l’intuizione centrale delle scomode tesi di Fornari.

“Quando una realtà distruttiva viene coperta da simboli d’amore esiste la possibilità che ciò costituisca una operazione destinata a coprire profonde angosce depressive o persecutive e che tale occultamento abbia in sé grande probabilità di predisporre colui che lo fa a distorsioni gravi nell’esame di realtà e quindi a non trovarsi nelle condizioni di poter prevedere correttamente le conseguenze possibili dei suoi atti”.

La guerra – che viene più o meno esplicitamente pensata come ineluttabile dispositivo volto a garantire sicurezza – sarebbe allora anche un’istituzione volta ad anestetizzare profonde angosce persecutorie. Una “formazione reattiva” volta a difenderci da un fantasma ancor più Terrificante. Come un iceberg – diceva Fornari – il sistema di sicurezza ha una parte visibile (la difesa dal pericolo di un nemico esterno) e uno invisibile, la difesa da un nemico interno e assoluto volto ad annientarci, un persecutore che a volte prende una forma indefinita nei peggiori incubi e che potrebbe travolgere anche i nostri cari. L’amplificazione paranoide che proietta il Terrificante su un nemico esterno paradossalmente ci difende tacitando – per un tempo – quell’angoscia di morte che la situazione atomica, la crisi ecologica planetaria e la pandemia hanno trasformato angoscia da annientamento assoluto. Qui i confini tra il delirio psichico e la realtà sfumano perché la situazione atomica concretizza fantasmi distruttivi che coincidono almeno in parte la possibilità latente di una sadica e folle onnipotenza.

La fibrillazione aumenta e con essa le difese paranoidi – ci si aggrappa a vecchie certezze e soluzioni, si razionalizza come se tutto fosse assolutamente chiaro ed evidente.

Ma la caratteristica del “nemico” interno è subdola proprio in quanto radicata in una possibile deriva onnipotente, invisibile, che la cultura ci racconta con il volto di Caino che uccide Abele o di Atreo che nutre Tieste cucinandogli i resti dei suoi figli dopo averlo invitato a una supposta conferenza di pace. È la stessa amplificazione persecutoria che rivela la nostra distuttività che se si scatena può portare a uccidere la persona amata (generalmente una donna) nella percezione di un irreparabile torto subito.

Trovare nemici esterni da uccidere, trovare un nemico reale, per quanto ci metta a rischio, ci rassicura per un tempo dalla paura che un delirio di annientamento prenda il sopravvento senza che ci si possa far qualcosa. Soprattutto ci protegge dal timore che ciò abbia a che fare con una distruttività capace di attaccare persino ciò che amiamo. Difendiamo allora la verità del nostro supposto amore a tutti i costi.

Freud chiamava questo processo deflessione all’esterno della pulsione di morte, pulsione che prende forma nella psiche umana in fantasie di onnipotenza sadica distruttiva e che tuttavia le culture tentano di affrontare in modi diversi. Una pulsione che ha probabilmente la sua radice in una specifica consapevolezza di vulnerabilità delle comunità umane tanto più grande quanto più separate dalla percezione di un più ampio metabolismo, dalla biofilia costitutiva dell’esistenza, sostituita da un delirio di eccezionalità.

Non è tuttavia sufficiente descrivere queste dimensioni pulsionali distruttive come parte di una universale esperienza umana. Secoli di modernità coloniale hanno strutturato anche a livello inconscio una separabilità, un desiderio di controllo e dominio che rafforza ogni diniego e allo stesso tempo legittima ogni forza e ogni sopruso in nome dei soprusi subiti. 

da “Il dottor Stranamore” di Stanley Kubrick

Tuttavia non tutti i dispositivi delle culture elaborano allo stesso modo la vulnerabilità che ci accomuna a tutto vivente e che molte tradizioni riconoscono nella radice precisa del dover mangiare (letteralmente) altre vite – sapendo al contempo di essere parimenti a rischio di essere mangiati. In anropologia, Viveiros de Castro, De Scola e altri hanno evidenziato che tale “prospettivismo”  relazionale mentre non nega le pulsioni distruttive resta profondamente eco-sistemico.  Al di là di ogni esotismo romanticizzante, le culture metaboliche che nutrono un sentimento di continuità con il mistero del nostro esistere e passare, che non negano l’aggressività ma non la trasformano in guerra, genocidio, ecocidio sono anche culture in cui si pratica la via dei sogni animati, dell’incanto e della meraviglia, illustrazioni di una Terra Vivente  al di là delle nostre povere immaginazioni. E che riconoscendo la distruttività come intrinseca all’esistenza se ne fanno carico altrimenti.

Da “Come pensano le foreste” di Edouardo Kohn


Lo stesso Fornari lo aveva già intuito quando in Psicoanalisi della situazione atomica (1964) scriveva:

« Uno dei risultati dell’inflazione intellettualistica della società occidentale sembra legato all’oblio da parte dell’uomo cosiddetto civile della capacità che ha invece l’uomo [cosiddetto] primitivo di responsabilizzarsi di fronte al proprio inconscio

Questo oblio oggi viene alimentato ipnoticamente, catturato da una fascinazione collettiva per il riarmo, a un tempo ideologica e post-ideologica, che sembrerebbe avere funzione di difesa maniacale dai lutti profondi che la situazione generale del pianeta impone.  Uno dei sintomi lampanti di questo squilibrio è la demonizzazione del dubbio e della libertà di pensiero. 

La valenza ipnotica della situazione spinge a relativizzare il potenziale distruttivo del conflitto tra visioni geopolitico-economiche dei blocchi egemoni contrapposti. La possibile dimensione atomica del conflitto viene relativizzata anche quando le stesse parti in causa la evocano. Se i regimi totalitari non hanno scrupoli nell’imporre questa logica difensiva le (post)democrazie liberali rivendicano il valore morale (sempre più evanescente) della loro storia attraverso dispositivi retorici che evocano i traumi collettivi del passato. Questo copia e incolla che taglia la testa al toro e ignora i contesti trova in alcuni la forma dell’appello a una scelta inedita e radicale tra libertà e vita.Per alcuni, a sinistra, l’appello al riarmo prende a riferimento la Resistenza. Come se la storia non sia stata abitata da altre forme di conflitto violento che avevano a che fare più che con la liberazione dall’oppressore con le logiche delle sovranità nazionale e imperiale. Mussolini, per esempio, aveva fatto del culto della Grande Guerra, dell’interventismo, del prezzo di sangue pagato dall’Italia, il baluardo della sua retorica nazionalista. E difatti la destra gongola per  l’opportunità ghiotta che questi appelli offrono a un analogio trionfalista spirito guerresco. Appelli che scindono l’unità costitutiva di vita e libertà così come abbiamo scisso l’atomo. Un binarismo insostenibile dato che libertà e la vita abbondante e indeterminata (Zoe) sono strettamente correlate, specialmente oggi che la vita del pianeta tutto viene messa a rischio non solo dalle tentazioni di alzare la posta del coinvolgimento delle potenze atomiche ma anche dalla catastrofe ambientale.  Una situazione fche rischia di svalutare le possibilità di resistenza più profonde dell’umano. Per alcuni la scelta della libertà come massimo valore etico imporrebbe il riarmo anche a costo della distruzione della vita stessa. Vale certamente combattere per ciò che conta e ogni resistenza anche quella dei contadini anarchici che gridavano ben prima del franchismo “viva la muerte” scendendo per i campi contro Napoleone si radicava in un desiderio di buona vita più che nella mera pulsione di morte. Tuttavia, in un conflitto che contrappone l’aspirazione geopolitica di potenze nucleari,  l’appello al riarmo e alla guerra  mi sembra abbia davvero poco a che fare con le lotte dei partigiani.

La situazione atomica e l’intreccio globale dei problemi rendono la vita da salvare innanzi tutto non quella individuale o quella delle nazioni e dei loro interessi geopolitici ma quella del pianeta, condizione di vita, futuro e libertà per tutti. 


Dire che la libertà è un dovere supremo come ha recentemente titolato il direttore di Repubblica mi sembra del resto un doppio messaggio, un ossimoro paralizzante e ipocrita ancor più da quando la pandemia ha consentito ai governi di strutturare le ansie collettive organizzando con politiche sanitarie obbligate la limitazione di movimento e persino per alcuni la libertà di lavorare –  imponendo misure di confinamento e di libertà limitata e differenziale come condizione per poter tornare a “essere liberi”,  cosa che nell’equazione del discorso corrisponde alla supposta normalità dello status quo mentre le cause profonde del dissesto ambientale, ecologico, economico e politico restano occultate. Il senso della libertà viene così ridotto al dovere del consenso. Tutto ciò ha reso impossibile un vero passaggio depressivo, un lutto riuscito che prenda atto del dis-astro che la modernità coloniale ci lascia in eredità. Parlare di un dovere supremo nei confronti del valore  libertà mi sembra allora un artificio retorico che non sconferma la tendenza a una governance post-democratica consensuale che si appoggia anch’essa come nella più evidente razionalità difensiva dei regimi a “formazioni reattive” che gestiscono a modo loro le profonde ansie depressive. Il palliativo rassicurante dell’adesione di massa a un supposto bene comune sembra avere valenze ipnotiche fortissime a destra come a sinistra. 

Il tentativo di utilizzare la guerra per rafforzare il sentire di una identità Europea fortificata e fondata sulla supposta superiorità etica delle sue radici culturali mi sembra faccia parte della medesima deriva anti-storica, nel senso che rifiuta di prendere in carico proprio le eredità non elaborate nella costruzione violenta del progetto della modernità coloniale nel suo rapporto con le risorse e i popoli.

Senza nemmeno parlare delle politiche migratorie a due pesi e due misure, dei milioni di rifugiati siriani confinati nei campi in Turchia , delle migliaia segregati nella foresta tra Bielorussia e Polonia a cui non viene concesso di passare, della profilazione razziale alle frontiere per gli studenti africani che fuggono dall’Ucraina, delle corsie preferenziali che segnalano una visione nazional-identitaria che riduce e inquina ciò che la stessa storia dei conflitti mondiali aveva insegnato sul ruolo cruciale che i rifugiati portano alla comprensione della storia.

Lo ha ribadito benissimo recentemente Didi-Huberman in “Passare a ogni costo”:

Tutti questi movimenti di migrazione hanno un nome generico: la cultura. Non la cultura dei «programmi culturali» o dei «ministeri della cultura», ma la cultura nel senso antropologico del termine, ciò che rende cioè gli umani quegli esseri capaci, non solo di parlare, lavorare e inventare attrezzi, o magari opere d’arte, ma anche di vivere in società, parlarsi, inventarsi, immaginarsi l’un l’altro. Quando una società comincia a confondere il suo vicino con il nemico, o lo straniero con il pericolo, quando inventa istituzioni per mettere in opera questa confusione paranoica, allora possiamo dire, secondo la logica storica – e non da un semplice punto di vista etico – che sta perdendo la propria cultura, la propria capacità di civiltà.”

Chi si schiera per la cultura, intesa in questo senso, pare oggi colpevole di ignavia terrapiattista (ancora Repubblica) o di nascondersi dietro sofismi astratti, ma ragionare, o meglio sentir-pensare, non significa né scegliere la scorciatoia del tifo né mantenere una indifferente equidistanza –– significherebbe piuttosto considerare la necessità di una più ampia prospettiva che faccia i conti con le varie forme di diniego in questo grande dissesto e prendere posizione per il pianeta come condizione primaria per la continuità di un processo che garantisca vita e libertà. Al di là dei proclami e degli imperativi emergentiche impongono di schierarsi un barlume di consapevolezza di questa altra urgenza non è forse estraneo agli uni come agli altri.

Forse chi saprà riconoscere la possibile catastrofica deriva che queste difese inconsce amplificano, senza timore di dis-fatta, si dimostrerà all’altezza del’umiltà necessaria oggi nel momento del pericolo.

Ma sulla lezione di Fornari su psicanalisi e culture di pace sarà bene tornare. (continua)

Memo anti-stronzismo

Una mappa riflessiva come dispositivo di ricerca per una desovranizazione dal basso prodotta dal collettivo Gesturing Towards Decolonial Futures. Originale al link https://decolonialfutures.net/portfolio/anti-assholism-memo/comment-page-1/

«La modernità coloniale, specialmente nella sua configurazione contemporanea, proietta un potente incantesimo narcisista a tonalità iper-individualista, iper-consumista e (auto) distruttiva. Attraverso l’educazione formale, i social media e i pacchetti di incentivi professionali, sia le culture mainstream che le contro-culture incoraggiano e premiano comportamenti tossici. Che includono la nostra percezione di separatezza dagli altri e dalla “natura” e il senso di una “eccezionalità” che giustifica meriti e supposte autorevolezze morali ampliando la rivendicazione di ciò che di dovuto a priori ci “spetterebbe”  in un posizionamento di autonomia senza responsabilità. 

Siamo inconsciamente condizionati a riprodurre comportamenti che sostengono la distruzione delle reti relazionali che ci nutrono, ivi compreso il pianeta di cui facciamo parte e da cui dipendiamo. Se le nostre culture contemporanee non possono offrirci una via verso la sobrietà e la maturità collettiva o un compasso per riparare i danni e per costruire relazioni basate su rispetto, reciprocità, consenso, fiducia e response-abilità, l’estinsione della specie umana è dietro l’angolo.

Rendersi conto che siamo TUTTI incasinati e che siamo diventati stronzi potrebbe essere uno (o il solo) dei modi per rompere l’incantesimo della modernità coloniale, per iniziare processi di disintossicazione attraverso il penoso lavoro di sgombro e compostaggio di cui abbiamo bisogno per uscire dal casino che abbiamo creato.

Nella nostra ricerca collettiva sullo stronzismo stiamo cercando di esplorare sia i sintomi che le possibili radici del problema. Queste sono alcune delle domande che ci siamo posti:

Quali pulsioni consce e inconsce socialmente valorizzate ci impediscono di costruire relazioni basate su fiducia, reciprocità e rispetto? Come beneficiamo personalmente da queste pulsioni? Come veniamo ricompensati socialmente quando riproduciamo questi comportamenti?

Stiamo cercando di mettere alla prova diversi esperimenti volti a interrompere questi schemi di comportamento che possono limitare la nostra capacità di costruire relazioni generative. Uno di questi esperimenti consiste in una lista di suggerimenti anti-stronzismo che potrebbero servirci da compasso per 

a) ciò che non dovremmo mai fare 

b) ciò che dovremmo fare sempre meno 

c) che dovremmo fare solo con autenticità 

d) ciò che dovremmo praticare comunque a prescindere dall’ “autenticità“ (per es. essere gentili)

Ora stiamo mettendo questo dispositivo alla prova ore vedere se attraverso pratica e ripetizione, la seguente lista può aiutarci a ricablare schemi di comportamento inconsci dannosi. Siete invitati a partecipare all’esperimento.

L’invito è di leggere innanzi tutto la lista e osservare come reagire ai suoi suggerimenti e alle sollecitazioni che contiene. Che cosa raccontano le vostre reazioni? Prestate particolare attenzione a cosa solleciti un senso positivo (o negativo) di autostima e di come questo potrebbe già essere un importante segnale di distorsione immaginaria (quando pensiamo a noi stessi come “più avanti” o “da un’altra parte” in questo processo di quanto non siamo realmente)


Potrebbe essere d’aiuto ricordare che quando ci si impegna in processi generativi il sé diventa iper-riflessivo (e consapevole dei passi indietro e delle difficoltà insite in questo genere di lavoro), il che significa non essere mai certi di rispondere davvero in modo generativo nei momenti di crisi o conflitto. Come un alcolista che si sta riabilitando, non si può mai dare per scontato di aver “risolto il problema”. Come accade con altre dipendenze, lo stronzismo che abbiamo incorporato dalla modernità coloniale può essere un disturbo che si cura, ma è più prudente presumere che non sia curabile.

Mentre leggete questa lista di suggerimenti cercate di immaginare come ogni aspetto potrebbe risuonare con il controcanto di  un campo relazionale radicato nella fiducia, nel rispetto, nella reciprocità, nel consenso e nell’impegno  responsabile a dar conto del proprio operare.

Ciò che non dovreste mai fare 

  1. Pensare di non far parte del problema 
  2. Sentirsi a priori nel giusto
  3. Aver ragione a tutti i costi (come arbitri della verità, della bellezza, della giustizia e/o della moralità) 
  4. Essere arroganti o vanesi
  5. Rispondere male o in modo sprezzante
  6. Essere crudeli o maliziosi
  7. Avere atteggiamenti condiscendenti o paternalisti (presumendo di poter “aiutare” gli altri)
  8. Svalutare altre esistenze (denigrando)
  9. Dar per scontato di essere più importanti 
  10. Rimettere qualcuno “al suo posto”
  11.       Pensare di “farla franca”
  12. Ritenersi immuni da responsabilità
  13. Fare di questa stessa lista un’arma.

 Ciò che dorreste fare sempre meno per poi smettere del tutto (ammesso che sia possibile)

  1. Pensare di essere uno di quelli “giusti”
  2. Offrire consigli non richiesti (“dovreste”). Non funzionano
  3. Fare i saccenti
  4. Condividere battute truci o sarcastiche con persone a cui risulta tossico. 
  5. Mettervi in una posizione di supervisione
  6. Consumare per compensare il sentimento di vuoto, di ansia o di tristezza. 
  7. Pensare che gli altri esistano per essere al vostro servizio o strumentalizzare le relazioni per sentirvi meglio
  8. Rendere invisibile il lavoro umano e di altre entità viventi che sono necessarie per la nostra esistenza
  9. Approfittare di altri per beneficio personale 
  10. Investire nella futurabilità/continuità di sistemi insostenibili 
  11. Permettere ai vostri traumi e insicurezze di governare le vostre decisioni. Immaginare una dinamica generativa del trauma implica un lavorio di cura, compostaggio, integrazione di insegnamenti  e imparare a mollare il controllo. La sola consapevolezza del trauma è insufficiente. 
  12. Occupare spazio collettivo per cercare conferme personali o senza avere considerazione per il tempo degli altri. 
  13. Utilizzare la propria vittimizzazione come moneta per promuovere sé stessi 

Cosa dovreste provare a fare più sovente e più autenticamente (quindi non come “sacrificio”) 

Ascoltate le vostre risonanze problematiche, specialmente se toccano la riproduzione inconscia di un comportamento sistemico dannoso. Ascoltate davvero. 

  1. Siate umili 
  2. Disarmate e siate disarmanti: offrite una critica gentile, onesta e che vi implica quando riportate altri alle loro responsabilità
  3. Siate intelligentemente sciocchi, non temete il ridicolo.
  4. Ammettete di aver avuto torto, che avete torto e che avrete torto. 
  5. Perdonate e chiedete scusa.
  6. Considerate che ci sono altre persone con voi che sanno sentire e i cui bisogni sono importanti quanto i vostri 
  7. Date priorità ai bisogni di altri più spesso, e poi scordatevene, non tenete conti.
  8. Perdonate e dimenticate i debiti che altri hanno nei vostri confronti 
  9. Ricordate e ripagate i vostri di debiti 
  10. Siate ospitali nei confronti di critiche e auto-critiche, ringraziate quanti riescono a offrirle con grazia. 
  11. Manifestate un rispetto incondizionato (accettare l’altro  non significa sponsorizzarlo).
  12. Notate ciò che non riuscite a imparare da conflitti ricorrenti, osservando i vostri schemi di resistenza. 

Cosa dovreste fare sempre di più (provateci a prescindere da come vi sentite)

  1. Siate gentili, generosi, premurosi  e pazienti 
  2. Siate grati, coraggiosi e intelligentemente intrepidi 
  3. Ridete di voi stessi 
  4. Permettetvi di essere sorpresi 
  5. Date spazio ospitale alla gioia, all’umorismo e alle risate 
  6. Coccolate – il vostro corpo non le vostre narrazioni 
  7. Fate ciò che è necessario più di ciò che volete 
  8. Scegliete di fare qualcosa che vi risulta difficile 
  9. Tendete la mano alle cose dolorose se vi verranno a visitare (e lo faranno) 
  10. Siate curiosi, osservate voi stessi senza investire in narrazioni di successo o fallimento, siate scettici rispetto alle vostre opinioni. 
  11.  Ampliate la vostra capacità di fare spazio a complessità, incertezza, pluralità, ambiguità e volatilità; accogliete i doni generati dai vostri fallimenti. 
  12. Siate sempre rispettosi e sospettosi, dite ciò che apprezzate degli altri senza alimentare insaziabili desideri di validazione, gratitudine o conferma (in voi stessi o negli altri) 
  13. Sviluppate un discernimento stratificato come obiettivo di tutta una vita e di una vita ampia, specialmente quando risulta difficile o complicato. Seceglitw le vostre battaglie con cura, quando potete.

Ricordate: tendiamo a giudicare gli altri in base alie loro azioni e giudicare noi stessi in base alle nostre intenzioni. Siate compassionevoli con gli altri e iper-attenti alle forme di indulgenza che rivolgiamo a noi stessi.

Esercizi per amici/parenti e compagni di vita:

  1. scrivi una lista di cosa ti farebbe sentire più vicin* a ______ [inserire il nome di un altr* significativ* – uman* o non uman*] 
  2. Scrivere una lista di cosa farebbe sì che ­­_______  si sentisse davvero più vicin* a te. 
  3. Scrivi una lista delle cose difficili che sarebbe necessario superare per propiziare un’evoluzione generativa della relazione.
  4. Scrivi una lista di cosa ti impedisce di farlo.
  5. Scrivi una lista di possibili future ripercussioni (per te ed altri)  della tua difficoltà a gestire diversamente la situazione  
  6. In cosa si radica la tua convinzione? E’ sostenibile? Hai un sufficiente senso di urgenza e dai sufficiente importanza alla  sfida del difficile lavorio necessario per dis-investire in comportamenti dannosi e mettere energia nell’incerto processo di ricablarti verso la costruzione di relazioni più generative? Fai una lista di tre cose che dovresti ricordare quando cedi alla frustrazione, alla spossatezza e allo scoramento rispetto alle sfide di questo processo.»

Co-sensualizzate con radicale tenerezza

di Vanessa Andreotti, Dani d’Emilia (e il collettivo Gesturing Towards Decolonial Futures) link http://lapubli.online/RadicalTenderness.html?fbclid=IwAR2nLAn4YMjf2HYmZcH2f5rqV-4HEmTdwNOHXlqt5Da5OwAlhdrrrFFoAhI

traduzione di Fabrice Olivier Dubosc

“Tenerezza radicale” è un dispositivo ispirato dalla pratica artistica di Dani d’Emilia e consiste in una serie di esercizi con un testo scritto insieme a Vanessa Machado de Oliveira Andreotti, Co-sensualizzare con Tenerezza Radicale fa parte del progetto di (dis)educazione del collettivo Gesturing Towards Decolonial Futures (GTDF) https://decolonialfutures.net. Questo testo cerca di attivare una pratica politica di cura che riconfiguri le connessioni tra ragione, affetti e relazionalità. Siete invitati a rileggere il testo ogni volta che vi sentite sconcertati, spaesati o scombussolati nel rimettere in discussione passate cartografie.

Co-sensualizzate con TENEREZZA RADICALE e…

accettate l’invito che ci fa essere presenti. 

L’invito a sintonizzarci con il corpo collettivo – umano e non umano.

Prendete nota di tutte le pelli e i luoghi che abitiamo, le ossa e le terre su cui poggiamo e che reggono il nostro peso.

Sentite l’intreccio con ogni cosa, comprese quelle brutte, spezzate e incasinate.

Mettetevi in relazione al di là dei desideri di coerenza, purezza e perfezione.

Co-sensualizzate con TENEREZZA RADICALE e…

integratevi con un ben più ampio metabolismo, con una temporalità molto più lunga di quella del corpo umano.

Seguite un tempo a-normativo e a-lineare

Disattivate la brama di protagonismo, grandezza e lascito.

Smettete di temere la paura, l’incertezza e il vuoto.

Restate aperte e aperti ai doni della disillusione e del dissolversi. 

Lasciate andare senza crollare.

Co-sensualizzate con TENEREZZA RADICALE e…

ballate al di là del circuito di identificazioni e disidentificazioni, al di là di ciò che piace e che non piace.

Smettete di cercare di dar forma alla realtà a partire dalle compulsioni narcisistiche che chiedono piacere, conforto e convenienza.

Interrompete le forme di dipendenza dal consumo, non solo di “cose” ma anche di conoscenze, esperienze e relazioni.

Mollate possessi e possessività.

Rinunciate alle fantasie di comprensione, consenso e controllo.

Disarmate, sgombrate e decentratevi.

Curiot

Co-sensualizzate con TENEREZZA RADICALE e…

Fate spazio all’ignoto e al non sapere, in voi stessi e negli altri.

Cercate una sensorialità piena  più che il pieno del senso.

Nutrite uno stato di meraviglia aperto, senza intrappolarlo sempre in ciò che ha senso.

Non rendete l’ “essere” ostaggio del “conoscere”.

Sviluppate una creatività non limitata al piano discorsivo. 

Recuperate le capacità esiliate, ampliare la sensibilità e dis-immunizzare  le intimità.

Prendete atto di come pensieri ed emozioni siano anche processi biofisici. 

Ascoltate autorevoli voci non umane e abbiate cura della vostra relazione con esse.

Restate aperte nei confronti di ciò che non si può e forse non si potrà mai capire

Non ricoprite ogni cosa con un velo interpretativo; fate tacere il rumore di fondo che ci  impedisce di andare più a fondo e di relazionarci in modo più ampio. 

Co-sensualizzate con TENEREZZA RADICALE e…

Restate ricettive e ricettivi agli insegnamenti delle nostre ombre.

Fate il lutto delle vostre illusioni, compostate la merda, fermentate voi stess*. 

Imparate dagli errori ripetuti. In futuro fatene solo di nuovi.

Scoprite un intero autobus di passeggeri e di creature differenti in voi stesse. 

Guardatevi allo specchio e lasciate andare la paura di deludere, di essere rifiutate e abbandonati.

Guardate in faccia le collusioni con la violenza e disinvestite in arroganza, superiorità e status.

Lasciate andare la paura di “non essere all’altezza”, la pressione di “essere migliori” e il bisogno di conferme.

Offrite i doni del fallimento. Tutti e tutte sbagliano, tutte e tutti piangono.

Disattivate le aspettative di appartenenza e provate invece a disimparare la logica della singolarità ad ogni costo.

Accoglietevi in quanto carine e patetici, siate coraggiosamente vulnerabili. 

Co-sensualizzate con TENEREZZA RADICALE e…

Fate spazio affinché nuove forme di coesistenza ci incontrino. 

Rinunciate all’autonomia assoluta e all’ossessione formale. Trovate stabilità nel ritmo sotteso al movimento.

Attivate il senso dell’ascolto in ogni parte del corpo diventando testimoni nell’aver cura.

Ascoltate la saggezza inespressa di ognuno, nutrendo e accogliendo ciò che è intrinseco piuttosto che ciò che è funzionale e produttivo.

Ricordate che le nostre medicine sono sia indispensabili che insufficienti. 

Proteggiamoci a vicenda, pariamoci reciprocamente le spalle invece di aderire nel mero consenso.

Sintonizziamoci invece di empatizzare. Non è la stessa cosa.

Notate come ci muoviamo tra aree di agio, di tensione e di panico.

Aumentate la cura proporzionalmente al rischio.  Fatelo con umiltà, generosità e rispetto. 

Osservate le cose dolorose e difficili col sentimento di volerle davvero guardare.

Sentite il dolore della terra che ci attraversa.

Capite che la terra non è un’estensione dei nostri corpi, semmai il contrario.

Rendete collettivo il cuore, di modo che si apra e non si spezzi. Che contenga il dolore del e nel mondo, senza anestetizzarsi o esserne divorato.

Testimoniate di “poter essere” in modo plurale, “io e te”, “io in te”, e “noi” come “né io né te”.

Smettete di essere o questo o quello, siate entrambi e di più e oltre. 

Abbiate cura delle ferite che si aprono quando la pelle di un corpo si tende e strappa per ricevere ed essere riconfigurata.

Allenate i vostri muscoli intellettuali, politici e affettivi per far fronte alle intemperie e per prepararvi a maratone su terreni impervi.

Dissolvete i limiti e i pesi del corpo, permettendo ad altre ed altri di muoversi attraverso, con e per noi. 

Simona Sala

Co-sensualizzate con TENEREZZA RADICALE… 

e praticate un distacco appassionato.

Offrite cure palliative al mondo distopico che sta morendo dentro e intorno a noi.

 Digerite gli insegnamenti che ci offre la morte.  

Co-sensualizzate con TENEREZZA RADICALE

e collaborate alla nascita di qualcosa di nuovo, senza soffocare ciò che sta nascendo con proiezioni e idealizzazioni.

Co-sensualizzate una TENEREZZA RADICALE….

invocando ed evocando – con un movimento duplice e simultaneo – una pratica politica di cura e ben-essere che va al di là di ciò che l’intelligenza umana può comprendere . Consentitevi di essere un tramite partecipe di questo processo, con fluidità e mobilità. 

Esercizio

Leggete nuovamente l’invito a co-sensualizzare con tenerezza radicale, facendo attenzione alle cinque frasi che vi parlano più direttamente. Curate un testo che includa queste frasi e create esercizi artistici visuali, affettivi o kinestetici o qualche routine che vi aiuti a ricordare questi messaggi nella vostra vita quotidiana. Provateci per un mese, poi tornate al testo e ripetete l’esercizio con altre frasi.

Come in uno specchio oscuro

Riflessioni sull’inconscio pandemico

Fabrice Olivier Dubosc

La distanza non è una misura ma un ritmo

D.G. 

Vorrei esplorare la logica simbolica e discorsiva che sottende le prese di posizioni a favore e contro vaccino e green pass e evidenziare il riferimento costante alla teologia politica – in particolare nell’intreccio di posizionamenti, immagini, incorporati culturali, archetipi immaginativi, credenze nelle loro variazioni e inversioni – dimensioni che sottendono non solo i riferimenti apocalittici sul versante “complottista” ma che informano anche la derisione di ogni prospettiva critica da parte del campo piùacceso di quella che potremmo definire “governance anti-apocalittica.”  

Soprattutto, in questa scissione a tratti virulenta, svanisce la percezione di una grande occasione nel prendere atto del disastro della modernità capitalista, generato da una modalità di vivere, produrre, consumare. Per un tempo, durante il primo lock down, a molti era parso possibile che l’improvviso totale stop ci obbligasse a immaginare un rinnovamento profondo delle modalità di produzione, relazione, pensiero del bene e dei beni comuni. A volte parrebbe che la travolgente questione vaccinale abbia preso il sopravvento su ogni altra riflessione.

La situazione attuale di fatto mi ricorda un po’ quello che dice Carlo Ginzburg in Storia Notturna, il suo saggio seminale sul ripetersi storico della caccia ai supposti mostruosi untori (di volta in volta lebbrosi, musulmani, ebrei, streghe)  a proposito delle «tremende potenzialità di purificazione sociale racchiuse nello schema del complotto: ogni complotto fantasmatico tende a generarne uno reale di segno contrario[1]». Nel caso della pandemia abbiamo a che fare con due fantasmi di complotto: quello che nell’emergenza sanitaria vede solo un vero e proprio esplicito progetto politico-mediatico-epidemiologico volto a creare un controllo totalitario e quello speculare che demonizza come complottista ogni possibile spunto critico, ogni istanza di soggettivazione, differenziazione, problematizzazione che aspiri a un dibattito ampio che colga la costellazione complessiva della crisi. 

Molti i titoli mediatici esemplari che tentano di alimentare il rapporto tra potere e consenso facendo appello alla credenza in una sorta di fobo-estrattivismo in cui la paura serve a alimentare la credenza. Non è il contenuto ma la tonalità affettiva a rivelare che molto spesso il nucleo della credenza nasce dall’urgenza di un “complesso”, dall’angoscia stessa che lo struttura in modo totalizzante. Leggevo spesso il blog di una giovane donna ricco di spunti e riflessioni critiche e poetiche – oggi ogni post è dedicato a una strenua difesa delle politiche vaccinali o a ripostare articoli contrari ad ogni sua problematizzazione.

È comprensibile che le politiche della governance pandemica ritengano di  dover alimentare una credenza nella scienza attraverso la propaganda anche se sembra a prima vista del tutto paradossale.  Si dà per scontato che il “senso comune” plebeo non abbia gli strumenti per reggere l’incertezza che la ricerca tecno-scientifica genera e aderire ugualmente alle sue prescrizioni.  Al di fuori della propaganda scientista, strutturalmente, il corpo scientifico non può parlare con una voce univoca dato che la scienza stessa conferma le sue ipotesi in un processo  dialettico graduale e complesso – non esente da bias e condizionamenti –  di validazione di ipotesi che per lungo tempo restano provvisorie.  La porta si spalanca proprio sulle controversie delle dichiarazioni dei ricercatori: le mascherine chirugiche sono efficaci o no? L’origine del virus è la zoonosi o il laboratorio di Wuhan? Il coprifuoco e il lockdown sono più o meno efficaci del vaccino? Meglio la cura a base di plasma autoimmune o quella con anticorpi monoclonali? I protocolli per gli studi sono stati pienamente rispettati? Sono ancora in corso? Sono stati sospesi? Un vaccino è stato raccomandato prima agli over poi agli under, in alcuni Paesi sospeso per principio di precauzione (e dopo la sospensione la Francia ha inviato centinaia di dosi ridondanti in Africa.) l’opinione pubblica scopre così che la scienza è un campo di battaglia e la risposta all’incertezza si sposta sul piano della credenza che rassicura.

Di fatto gli enunciati scientifici non rispondono a una logica binaria (vero/falso) e la scienza è lungi dall’essere un dispositivo meccanico, neutro,  imparziale di produzione della verità. Bruno Latour, antropologo e sociologo della scienza con le sue ricerche sul campo su come funzionano davvero i laboratori di ricerca ha dimostrato la rilevanza delle reti di mobilitazione di capitali e di alleanze strategiche che indirizzano la direzione di una ricerca. Il processo scientifico si definisce del resto a partire da controversie generative tra scienziati non estranee all’intreccio con altre controversie, con altri interessi. ideologici, politici, economici, etici, religiosei artistici : ha dunque senso parlare di interessi « puramente scientifici »? Una linea di demarcazione così netta è impossibile. E’ particolarmente forte il legame con l’ingegneria informatica e bisogna pur ricordre che simulare un processo non implica e neppure consente necessariamente di comporenderlo

Come scrive Patrice Maniglier[2]  «Le scienze costituiscono un regime di verità accanto ad altri regimi di verità.» Ogni prospettiva è animata da un’aspirazione al vero propria di quella prospettiva e la storia umana non può essere ridotta a un freddo rapporto di correlazioni numeriche ma deve includere la pluralità di prospettive con cui cerchiamo di dar senso al caos a partire dalla realtà biologica, psicologica, socio-economia, spirtuale e politica in cui siamo immersi e che struttura il nostro rapporto con la vita e la storia.

Art by Michal Karcz

La propaganda come risposta alla supposta povertà del senso comune

Ed è evidente che la percezione più o meno conscia di questa complessità, di queste controversie costitutive del processo scientifico aumenta l’incertezza e il bisogno di schierarsi, di far diventare certezze asdolute le ipotesi provvisorie, i tentativi, le biforcazioni e le smentite che il reale sempre genera obbligando la scienza a una revisione e rimessa a fuoco dei suoi paradigmi. Nella misura in cui la governance politica teme il calderone delle opinioni, su cui per altro essa stessa si appoggia per ottenere  consenso, trascura però completamente il desiderio nascosto, l’aspirazione alla giusto sentire che si cela anche nel profondo di ciò che chiamiamo senso comune e che forse è la base di qualsiasi possibilità evolutiva dei sistemi umani. 

Una certa idea di Stato e di bene comune – quando non anima visioni che nascono da riconoscimento – e dal lutto per ciò che è perdita e distruzione – non fa che perpetuare le rovine tornando a presentarsi come un baluardo vontro la Rovina –– come l’indispensabile Stato-Leviatano di Hobbes e Schmitt, baluardo conto l’anarchia e le più basse pulsioni distruttive dell’umano. Quante volte nella storia il monopolio statale della violenza è stato rivendicato in nome del bene comune!

L’idea stessa di “baluardo” contro il male è del resto intrisa di quella teologia politica che viene oggi ridicolizzata in nome di una supposta più evoluta “razionalità computazionale” volta a garantire “realisticamente i “salvati” di fronte alle possibili catastrofi e alle moltitudini di sommersi. Come altrimenti interpretare la esplicita dichiarazione del ministro italiano per la transizione [tecno-]ecologica Cingolani, che aggiunge ad altri nel dire: «il mondo è progettato per 3 miliardi di persone.»

La Costituzione e la “mala intesa tutela di interessi collettivi”

C’è una idea non retorica di cosa possa costituire la democrazia stessa se il “senso comune” implicito nel concetto di persona (che intreccia diritti individuali e collettivi) viene invalidato, ritenuto  incompetente nel, in quanto incapace di prendere decisioni sufficientemente informate sui processi in atto? 

Mi chiedo se non si arriverà a proporre la revisione dell’articolo 32 della costituzione, in particolare la frase che dice che il legislatore “non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana” – un rispetto che rimanda al famoso habeas corpus – “che tu abbia un corpo!” –– pietra miliare dei dispositivi giuridici volti a temperare l’arbitrio assoluto di dare la morte con giudizio sommario o senza giudizio alcuno da parte del sovrano. 

Se lo Stato mette in questione l’integrità corporea, cioé il diritto dei corpi di muoversi, imponendo di fatto la revisione di un principio giuridico fondamentale – senza per altro confrontarsi con il senso di ciò che la Costituzione voleva significare – questa non è cosa da poco, da far passare come scontata conseguenza di uno stato di emergenza. Il diritto (sinora extra-giuridico) dello Stato di spostare e segregare alcuni in nome della salute mette dunque in questione un principio giuridico in nome della pubblica utilità, ma senza entrare nel merito di cosa implichi questa revisione.  Non si immagina nemmeno che un discorso politico sul bene comune potrebbe strutturarsi su una diversa più ampia visione di ciò che ci costituisce.  La storia dell’articolo 32 è interessante. Alcuni medici dell’Assemblea Costituente  si erano rivolti ad Aldo Moro chiedendo di introdurre delle limitazioni al potere del legislatore di disporre trattamenti sanitari coattivi. [3]  Di fronte a una proposta che contemplava la possibilità di perseguire politiche eugenetiche di sterilizzazione (proposta dal deputato del PCI Umberto Nobile) la Costituente approvò la formulazione proposta da Moro e cioè che ikl legislatore “non può violare i limiti del rispetto della persona umana”. Era una norma di sbarramento, come precisò bene lo stesso Moro in Commissione, «per evitare che la legge per considerazioni di carattere generale e di mala intesa tutela di interessi collettivi disponga trattamenti del genere.»

Fermiamoci un momento sulla possibilità così evocata che sia possibile intendere malamente la difesa degli interessi collettivi. 

Dal piano istituzionale è la magistratura a nutrire qualche ldubbio sulla costituzionalità della limitazione della libertà di movimento e anche di variazione della distanza tra i corpi, (che è un “ritmo” relazionale necessario). Trovo sintomatico che destra e sinistra appaiono diversamente uniti da una visione condivisa: la necessità di non far deragliare una certa idea di gestione politico-sanitaria del virus (e dell’economia).. Il 14 agosto 2021 il “Giornale” titolava così in prima pagina “Golpe della magistratura contro il green pass” (a commento della presa di posizione sull’incostituzionalità del Green Pass da parte di Magistratura Democratica). L’idea di una cittadinanza biologica si accompagna a quella di una governance epidemiologica permanente che mette in discussione i fondamenti giuridici e psicologici su cui ci siamo formati. L’enfasi crescente su localizzazione e tracciamento tolgono diversamente il respiro in forme che ridefiniscono in modo radicale la nostra quotidianità relazionale con un serio impatto psicologico e progettuale soprattutto sulle nuove generazioni che già faticano a immaginare orizzonti di sostenibilità immaginativa.

Teologia politica

Sto tentando di suggerire che apocalittici e anti-apocalittici appartengono psicologicamente alla medesima costellazione. Nuotano nelle stesse acque. Anzi, il fatto che alcuni degli attacchi più virulenti suscitati dalle posizioni di Agamben vengano ora estesi alle scienze umane nel loro insieme, al pensiero critico, alla filosofia giuridica sembra indicare che almeno alcune delle sue “sparate” hanno forse colto nel segno, se non altro di un mitema (apocalittico) comune al nostro inconscio culturale, e che la tecno-teologia politica continua ad animare. 

Le categorie della teologia politica sono per altro molteplici: sovranità, ordine gerarchico, una dialettica della storia votata al progresso, il sole radioso dell’avvenire, ma anche l’irruzione di un’alterità che rovescia le carte in tavola. Tutte queste sfere ideali e concettuali sarebbero radicate nei mitemi della nostra tradizione religiosa di una soluzione/redenzione a venire, come pure  l’idea di un risolutivo controllo mondiale dei processi sociali ed economici.[4]

Se è vero che i tentativi di descrivere una continuità assoluta tra un sistema di diritti liberaldemocratici e un regime totalitario restano problematici, bisogna pur ricordare la coerenza con cui Agamben da anni esplora le forme in cui le democrazie moderne con le loro politiche concentrazionarie ridefiniscono in forma meno cruda (almeno per chi non le subisce!) le pratiche escludenti del nazismo[5]

Alcuni sogni raccolti all’inizio della pandemia testimoniano del resto un radicale timore della ripetizione––su un’ ottava diversa––di una persecuzione escludente e totalitaria. La dimensione onirica tenta sovente di risvegliarci alle costellazioni traumatiche della storia che continuano a interpellarci nelle eredità che si celano nelle architetture sociali contemporanee [6]. Qualche forma di apocalisse non ha mai messo di aver luogo. In una recente raccolta americana di sogni sulla pandemia un sognatore racconta:

«Eravamo obbligati a lasciare le nostre case e sapevamo che il COVID era un’arma biologica che volta a creare una dittatura. Gruppi di persone si muovevano per le strade e venivano obbligati a entrare in grandi edifici. I gruppi ammassati sembravano rifugiati in riga – come ebrei diretti ai campi di concentramento.»

La teologia politica degli “anti-apocalittici.”

Chi attacca il complottismo apocalittico lo fa sovente a partire da una idea di digitalizzazione della natura come forma di razionalizzazione estrema necessaria alla governance biotecnologica di un nuovo ordine mondiale emergente. Un ordine che contempla esplicitamente l’“intervento governativo artificiale sulla condizione biologicadella società umana” come dice testualmente Benjamin Bratton, autore di un “Agamben WTF” cioè “Agamben che c…. dici” che è circolato nei social come risposta alla lettera di Agamben e Cacciari. [7]

In gioco dunque è proprio lo statuto del corpo biologico e insieme ad esso quello del corpo immaginale/relazionale che costituisce uno dei fondamenti del desiderio.

Bratton, per esempio  sostiene apertamente una visione epidemiologica della società come baluardo della ragione pubblica. La cosa più interessante (e inquietante) è che lo fa appelandosi alla  visione cyborg transumanista, in una visione mainstream di come intendere il non-binario del tutto funzionale al suo esplicito progetto biopolitico di “razionalità computazionale”.

Vediamo qui in nuce due forme emergenti di pensiero post-binario 

1 Il pluralismo ontologico post-umanista o new materialism o prospettivismo–– che presuppone «la moltiplicazione dei punti di vista,» quella ricombinazione cromatica generativa che implica l’agentività di ogni prospettiva e che viene espressa per esempio nella tradizione iniziatica Yoruba dalle gesta di trickster di Exu/Legba, il dio dei crocevia.[8]

2. Il post-dualismo cosiddetto transumanista che sembra invece risolversi nell’ennesimo elogio del Leviatano – l’unica analogia con la materialità del mondo (di cui per altro si nega la performatività o la si riduce sempre a qualcosa da controllare/sfruttare) è la materialità dello Stato o quella delle risorse cognitivo-computazionali – dal silicio ai biocomputer futuri – che la tecnoscienza può offrire.

Qui non posso non ricordare le considerazioni di Amitav Gosh ne la Grande Cecità sulla consapevolezza istituzionale del futuro impatto della crisi climatica come qualcosa di intrinsecamente incontrollabile a partire dalle logiche di produzione e organizzazione sociale capitalista. Che ci sia qualcosa di vero nell’idea logica e coerente di un piano B, un piano in grado di costruire una tecnosfera chiusa di sostenibilità per i “salvati” perché si considera ineluttabile il destino di sommersi, banditi, esclusi – insomma dei non cittadini, di chi meno degno di una supposta “buona vita” o escluso da essa per nascita o disgrazia, resta fuori dalle alte mura della Nuova tecno-Gersulamme? Molte delle derive istituzionali post-pandemiche e degli attacchi diretti o indiretti all’habeas corpus sembrano andare in questa direzione[9].

Amazzonia

Non si può ignorare che la crisi pandemica sia da questo punto di vista un banco di prova importante per l’idea emergente di democrazia o post-democrazia – per lo meno in relazione all’idea che lo stato di eccezione o di emergenza possa fluidificare la riorganizzazione della governance. La prospettiva anti-apocalittica e anti-complottista presentata come ragion pubblica rientra dunque pienamente in quel mitema apocalittico [nessuno può vendere o comprare al di fuori di un ordine numerico collettivo] che informa questa particolare versione della teologia politica binaria.

Vi è una sostanziale continuità di questa visione con il progetto della modernità coloniale: la promessa di un futuro radioso. Il linguaggio cambia:  al posto della bandiera c’è una piattaforma digitale ma il progetto di governance delle appartenenze e nella razionalizzazione dei consumi, non muta lo sguardo colonial-specista con cui l’umano legittima il suo potere di controllo.

Nessun bisogno di vedere in tutto questo un “complotto” piuttosto la logica inerente al tardo tecno-capitalismo, il tentativo di sopravvivere all’estinzione creando un nuovo millenario reich, una tecnosfera senza fratture o crepe basata sul riconoscimento biometrico applicato a tutto il vivente e destinato anche a tener fuori campo gli scarti e la polvere. Il fatto che l’algoritmo sia un’intelligenza binaria e superficiale lo rende ancor più pericoloso.

Di fatto la governance algoritmica si prefigura come “soluzione finale”, fine della storia, trionfo di un neo-progressismo del bene comune, che porrebbe fine a ogni conflitto e a ogni antagonismo (e non vi è nulla più radicalmente teologico-politico di una prospettiva che annuncia la fine della politica.)

E’ proprio questa teologia del controllo che tanti pensatori decoloniali hanno lavorato per decostruire in una prospettiva che non è né apocalittica né anti-apocalittica ma post-apocalittica. 

art by Vladimir Manyuhin

Trans-apocalisse: metamorfosi di un mitema

C’è una canzone di Bob Dylan “Blind Willie McTell” che descrive l’ethos sofferto dell’eredità schiavista nel sud razzializato degli Stati Uniti. In una prima versione il verso iniziale diceva «C’è una freccia sul montante della porta, dice che questa terra è condannata, da New Orleans a Gerusalemme» – Il riferimento al montante della porta ha radici ebraiche. Secondo la Torah l’angelo della morte vedendo sui montanti il sangue degli agnelli di quella che sarebbe diventata la Peshac – la Pasqua ebraica che celebra la fuga dall’Egitto– risparmiò il popolo eletto sterminando invece i primogeniti degli egiziani. Inoltre segnare le porte è sempre stato anche un modo di indicare segretamente i nemici da far fuori. 

La condanna – nella canzone – è inclusiva – il segno della condanna non risparmia più nessuno da New Orleans a Gerusalemme. Nelle versioni successive il verso viene però modificato così “da New Orleans alla Nuova Gerusalemme» – non riuscivo bene a capire il senso di questa seconda versione dylaniana che sembrava includere nella condanna dell’esclusione razziale persino la Città Celeste dell’Apocalisse!  

Fino a quando non ho letto “Queste terre selvagge di là dagli steccati» del filosofo e poeta postumanista nigeriano Bayo Akomolafe che descrive ironicamente l’opulenta città doro che scende sulla terra con tutti i suoi edifici di vetro trasparente, di diaspro circondata da altissime mura – esattamente centoquarantaquattro cubiti – numeri simbolici finché si vuole ma anche possibile immagine di “un dispositivo di controllo dell’immigrazione elevato alla potenza dell’infinito”  in cui solo gli eletti possono entrare!

La reazione alle persecuzioni e l’immagine stessa del ferreo dominio romano evocava probabilmente per certi versi già nella visione apocalittica una politica dell’identità reattiva; un’idea di riparazione escludente e di scissione definitiva e tra i degni e gli indegni. 

Eppure nella stessa Apocalisse vi sono tracce di una successiva possibile visione di riparazione che nasce dal rapporto profondamente rinnovato con la natura vivente nel suo insieme. Nel centro della città celeste, di fianco al fiume della vita, cresce un albero da cui nascono dodici frutti diversi, un albero arcobaleno, per così dire, e le foglie di questo albero servono per la “guarigione die popoli” [altrove tradotto con guarigione delle (o dalle?) nazioni].

Quello che sto provando a dire è che essere post-apocalittici non significa negare l’apocalalisse, le sue paure, i suoi mitemi di controllo sociale o di ribellione di una marginalità sacrificale ed elitaria. Non si tratta di negare  il dsiastro e le rovine – per certi versi l’Apocalisse è ongoing da sempre, in ogni atto di dominio, abuso, distruzione, genocidio, ingiustiza, razializzazione, riduzione in schiavitù e colonizzazione. Per riparare occorre fermarsi, scriveva Walter Benjamin, perché lo storico dovrebbe essere un profeta rivolto al passato che rifugge la tentazione ideologica di fuga verso un luminoso futuro ideale che spesso i monoteismi descrivono come soluzione finale a venire. In tal caso la Nuova Gerusalemme è già condannata.

AFTER 2089 by miguel membreño, El Salvador

[1] C. Ginzburg – Storia notturna, Adelphi, Milano, 2017, p.27

[2] Cfr. Patrice Maniglier Tout ce que vous avez voulu savoir sur Bruno Latour sans jamais oser le demander au SARS-CoV-2 – un moment latourien  su AOC on line

[3]  Cfr l’intervista a  Alessandro Mangia ordinario di diritto costituzionale nell’Università Cattolica di Milano https://www.ilsussidiario.net/news/obbligo-vaccinale-e-green-pass-moro-contro-draghi-leuropa-sta-con-lex-dc/2205455/amp/%5D

[4] Si veda per esempio in Apocalisse 13  “Le fu anche concesso di animare la statua [Imago] della bestia sicché quella statua perfino parlasse e potesse far mettere a morte tutti coloro che non adorassero la statua della bestia.  Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome.” [Bestia in ebraico è Behemoth che Schmitt interpreta come il caos anarchico da cui lo Stato Leviatano dovrebbe difenderci ma che l’Apocalisse sembra descrivere come un dispositivo economico mediatico di controllo globale generatore di funeste scissioni socio-politico-religiose, che già si annunciavano delle politiche della forza e del dominio della Roma impoeriale. Anche se l’interpretazione letterale e fondamentalista di questo testo può dar vita alle più deliranti identificazioni come nel caso di Qanon e dei fondamentalisti delle destre cristiane esso evidenzia un potente sedimento nel nostro inconscio culturale  La sua stessa forclusione alimenta il desiderio che la profezia si autoavveri e probabilmente evidenzia una crescente angoscia di estinzione che sarebbe pericoloso per l’integrità della coscienza ignorare. 

[5] Gilles Deleuze  già anni fa scriveva: “Stiamo preparandoci a un regime, a una ‘intesa mondiale per la sicurezza’ alla gestione di una ‘pace’ fondata sulle paure, le angosce, le frustrazioni di tutti noi, individui ansiosi di soffocare ogni dubbio, ogni interrogazione, ogni pensiero critico”.

[7] Si veda per esempio l’intervista a Benjamin Bratton direttore del progetto Terraforming  per lo Strelka Instituite di Mosca finanziato dall’oligarca russo Alexander Mamut: https://palladiummag.com/2021/01/11/benjamin-h-bratton-on-terraforming-the-world-order/

[8] Eshu, dal berretto multicolore che tiene insieme gli opposti, nero e rosso (o nero e bianco). Un racconto spiega come Eshu sul suo cavallo passa davanti alle fattorie di due contadini che si erano promessi amicizia eterna ma cominciano a discutere del colore del suo cappello, così come viene percepito dal loro vertice di osservazione e iniziano a litigare furiosamente . Eshu torna e spiega chei entrambi avevano ragione ed entrambi avevano torto. E li esorta a diffidare di voti eterni che non tengano in considerazione Eshu il dio che ama le provocazioni, specialmente quelle che aprono alla complessità ineffabile del reale. (Cosentino 262).

[9] Questa sembra una versione tecnocratica dell’idea Schmittiana di Großraum “grande spazio terrestre” “sovranità estesa” [che per altro era ispirata anche alla dottrina americana di Monroe sulle ‘sfere di influenza’] e che si confuse per parecchio tempo con l’analogo concetto nazista di un “necessario spazio vitale di espansione.” Del resto dopo la “Notte dei lunghi coltelli” Schmitt plaudiva alla creazione del diritto grazie a quello che definiva  un “atto sovrano”, quando un Führer « nell’istante del pericolo in virtù della sua dittatura, crea immediatamente diritto in quanto giudice supremo[9]». Come è noto la cartina di tornasole della sovranità è secondo Schmitt proprio quella di poter sospendere i diritti e proclamare uno stato di eccezione. 

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