Ballando con lo spirito dell’acqua

Ballando con lo spirito dell’acqua – la nerezza come sfaldarsi decoloniale dell’Anthropos

trascrizione/traduzione di un webinar con Bayo Akomolafe a cura di Clinica della Crisi –

Il seminario tenuto da Bayo faceva parte di una “Awareness Conference” – un convegno webinar di ben tre giorni con molte presentazioni principalmente orientate sulle discipline del benessere e della consapevolezza interiore (mindfulness, yoga, meditazione, spiritualità varie). Trovo coraggiosa lucida e insolitamente efficace la capacità di Bayo di decostruire quel genere di “consapevolezza”, adattiva e collusiva – come sostiene – con la “spiritualità capitalista” e spostarla – la consapevolezza – sul piano del “perdersi”, del naufragio, del lutto, della fuga, del marronage e della trasformazione dell’estrattivismo individualista della modernità riprendendo dall’ecofemminismo le idee di intra-relazione e trans-corporeità.

L’altro tema tema cruciale del suo intervento riguarda proprio le politiche dell’identità. Bayo considera bianchezza e nerezza come dimensioni psico-geo-politiche che trascendono sia il posizionamento individuale che il colore della pelle. Non vi è ovviamente nulla di essenziale nel colore della pelle, è il dispositivo razziale che costruisce essenzialismi, a partire dall’eredità sistemica di un sistema di controllo radicato nel pensiero coloniale e razziale “che produce corpi e li dispone gerarchicamente”, da un ethos della modernità “modernità”, che ha radici anche più antiche, e che sembra aver “mangiato” il mondo. Parlarne in questi termini mi ricorda la posizione di Achille Mbembe quando parla del “divenir ne*ro del mondo”.

Bayo del resto tracciacon particolare chiarezza la connessione tra razzializzazione coloniale e crisi ambientale antropocentrica.

Consiglio di leggere la trascrizione ascoltando la voce di Bayo nel video originale in inglese. Troverete il link alla fine del testo.

«Comincio sempre dicendo questo: “i tempi sono urgenti – rallentiamo! “La prima volta che l’ho detto davanti a un pubblico è stato a Johannesburg nel 2014. E ricordo che alcuni dei mie amici tedeschi si erano entusiasmati all’idea di rallentare nell’urgenza dei tempi. Così uno di loro poi torna a lavorare a Bruxelles e mi scrive un lungo messaggio e dice: “Bayo questa storia di rallentare non funziona, sono tornato al lavoro e ho provato a scrivere i memo lentamente, a fare tutto lentamente, e ho rischiato di farmi licenziare. Qual è allora l’utilità, il vantaggio di rallentare?” Gli ho risposto che rallentare non è una funzione della velocità ma di una maggiore consapevolezza… se guidi in autostrada puoi rallentare ma asenza mai uscire dall’autostrada. Quando parlo di rallentare evoco e invoco la cosmologia Yoruba dei crocevia. I crocevia sono eventi cosmici, là dove qualcosa intercetta la linearità del progresso, quando qualcosa si mette di mezzo, quando le situazioni diventano fluide e liminali e trasversali, quando la progressione del movimento non è più possibile. Per altri questo può significare “crisi” ma per gli Yoruba significava opportunità. Così rallentare non significa ridurre la velocità sullo stesso binario su cui siamo costretti a procedere, ma lasciarsi cadere dagli algoritmi del progresso, uscire dall’autostrada e proseguire su altri percorsi… Non si tratta di scrivere più lentamente i memo, o di “saper staccare”, o di praticare yoga con più serietà. Ma di fare qualcosa di completamente diverso. Di questo vi voglio parlare oggi…

Vi parlerò della differenza tra consapevolezza e mindfulness, voglio parlarvi della modernità bianca e di quella che chiamo “interiorità dorata”, del fenomeno di un “dentro” indorato…

Chi mi ha invitato a parlare sa che mi piace decostruire – può diventare un po’ scomodo – quindi allacciatevi le cinture di sicurezza, anzi meglio di no, lasciate stare e vediamo dove andiamo a finire…

Parlerò di capacità di risposta in tempi di crisi e nell’Antropocene – 

Parlerò dell’emancipazione dall’Anthropos – l’umano – e l’umano non è solo questa figura bipede, l’umano è un vasto panorama ecologico, un terreno di eventi che creano mondi, un terreno che contiene e caratterizza il modo  con cui parliamo del tempo, dei corpi, delle identità, del sé… l’umano è più vasto delle unità biologiche con cui generalmente lo identifichiamo…parlo dell’Anthropos.

Parlerò anche della nerezza come esilio in fuga, e concluderò con una storia che è l’invito e il titorlo di questa conversazione. La storia dell’arrivo degli [schiavi]  Igbo nel 1803 – forse ne avete sentito parlare – ma è un resoconto storico affascinante di un miracolo accaduto lungo le coste della Giorgia. E spero che questo ci conduca a un diverso modo di considerare la consapevolezza….come qualcosa di mai completato, sempre in divenire… spero che riusciate ad annusare un odore diverso… e che alla fine di questo incontro le cose vi sembrino più strane di quanto non sembrino e che impariate a perdere la strada per trovarne di nuove.

Voglio iniziare con una storiella che ho sentito da ragazzo. Sono cresciuto in Nigeria, sono cresciuto nel sud cristiano della Nigeria, e andavo in chiesa ogni domenica, mercoledì giovedì e venerdì, e qualche volta anche di sabato  – ci voleva la Bibbia per cacciare il diavolo per tutta la settimana! – e c’è un’altra storia epica a a questo proposito di cui ho parlato nel mio libro e che non condividerò qui – ma quando vivi in quella subcultura impari un sacco di storie ‘cristiane’ –  e la storia che racconto qui è quella di un topolino che voleva sentirsi importante…

Il topolino voleva sentirsi forte e così attraversava ogni giorno un ponte, senza scopo, solo per andare avanti e indietro… un giorno il topo decise di farsi dare un passaggio da un elefante pensando “potrei farmi dare un passaggio intrecciando il mio corpo con quello dell’elefante” e l’elefante attraversa quel precario ponte tibetano e a causa del suo peso il ponte ondeggia da un lato all’altro, e quando arrivano dall’altra parte il topo esclama “ragazzi, l’abbiamo ben scosso quel ponte noi due, eh!”. Fine della storia. Il topo che si congratula con sé stesso e con l’elefante dicendo, “l’abbiamo fatto dondolare ben forte quel ponte….l’abbiamo fatto insieme, io e te!” Ho immaginato un sequel come mi piace fare, un seguito in cui accade qualcosa di tragico: e cioè che il topo, avendo attraversato così tante volte in questo modo  il ponte, si dimentichi del tutto dell’elefante, e pensi di essere lui l’elefante o di essere lui a fare ondeggiare il ponte tibetano con la propria “agentività”. E non so come finisca questo sequel… mi sono fermato su questo sviluppo tragico della perdita di memoria. Ed è forse qui che voglio introdurre un’altra storia che ci porterà a ragionare su quel fenomeno che sto cercando di descrivere e che chiamo ”interiorità dorata”.

Proviamo a pensare che il topo sia un’incarnazione di questa interiorità – e proviamo a immaginare che cosa non funzioni. In un universo relazionale gli Yoruba nutrono una cosmologia che è radicalmente diversa da quella delle tradizioni europee, dalle idee cartesiane o newtoniane, sui corpi come oggetti discreti e isolabili. Nel nostro racconto relazionale del mondo le cose non precedono le relazioni, sono le relazioni che precedono le cose…

È solo nel contesto di una relazione che Lauren e Ted [due partecipanti al seminario] si definiscono.Non hanno una identità pre-relazionale proprio come io e mia moglie emergiamo solo nel contesto della nostra relazione. Proprio come se osservi una particella a partire da un dispositivo che la misura, avrai una particella, ma se alteri un po’ il dispositivo misurerai un’onda invece che una particella. Così dipende sempre, ci sono sempre condizioni. La relazione è l’unità di misura della creazione.

E’ la relazione a essere l’unità di misura dell’universo. Non le cose. Le cose vengono costantemente s-cosate: ed è questa l’idea di un universo relazionale, che i corpi non sono completamente statici, che corpi, identità e sé sono pratiche in divenire.

Christine che ci guarda è in divenire. In questo momento è Christine con una sedia, una citazione in divenire. Non sei solo Christine seduta su una sedia, perché ci sono effetti muti e nascosti a partire da come Christine si mostra nel mondo in questo momento. Una “ontologia” relazionale significa che siamo sempre intrecciati (“entangled”) con il mondo intorno a noi.

In questo senso, nel senso della relazionalità, usiamo i corpi, usiamo costantemente corpi intorno a noi, Pensate a quello che alcuni psicologi chiamano “la mente estesa” o all’idea che la cognizione non si limiti al cervello. Pensate a quante volte avete fatto delle liste della spesa, per non dipendere dalla memoria, esprimendo così il bisogno che la mente si esternalizzati per così dire. In questo senso il mondo è esterno, non è solo interno, non è tutto inscatolato qui [indica la testa] stiamo costantemente mobilitando e arruolando corpi intorno a noi – in questo momento so utilizzando – anche se non sempre esprimo gratitudine per questo – sto adoperando questa sedia meravigliosa che scricchiola in continuazione – mi ha accompagnato attraverso incontri problematici e presentazioni entusiasmanti, ed è sempre con me quando ne ho bisogno.

In questo momento ci vediamo attraverso lo schermo, attraverso i pixel, attraverso le politiche aziendali, attraverso Microsoft, attraverso Apple, attaraverso zoom, attraverso dispositivi giuridici, attraverso la Casa Bianca, Tutte queste cose si intrecciano e creano il fenomeno che stiamo sperimentando in questo momento… dunque usiamo i corpi, non siamo esseri unitari, costituiamo ecologie complesse, è quello che Lynn Margulis chiama l’holobionte – un concetto biologico – per esempio se vi chiedo “le mucche producono metano?” Potreste rispondere “sì quando scoreggiano producono metano” ma questo non è del tutto vero, quel che fanno le mucche è di mangiare l’erba e l’erba va nelle loro budella e poi altre microbiocreature batteriche banchettano sul cibo nella mucca e creano il metano – dunque la mucca non è solo una mucca. La mucca è un’ecosistema, un assemblaggio di altri corpi, siamo corpi impastati in altri corpi, impastati in altri corpi  da cima a fondo. E’ un concetto molto scandaloso.

Ed è qui che la modernità entra in gioco. La modernità è il topo. Le sue sono pratiche di occlusione, diniego, oblio del contributo dell’elefante. Non riesce a riconoscere la presenza dell’elefante nella stanza, o sul ponte. Distoglie lo sguardo. E questa non è una cosa “cattiva”, non voglio caratterizzarla come “malvagia”. Ma distoglie lo sguardo e dà priorità dell’attenzione a ciò che è individuale, e di questo poi proverò a ragionare. Dà priorità all’atomizzazione, a ciò che è “discreto” [nel senso di distinto] a ciò che si può isolare, che è stabile, finito. Deve farlo per creare la percezione di una “casa”. La modernità nasce – so che non è l’unica caratterizzazione storica che possiamo darne – dall’Illuminismo del 18 secolo e dal Rinascimento dei secoli precedenti e si potrebbe persino alludere al [rinnovamento culturale] del 14 secolo… la modernità è un evento che organizza la terra, che dà forma al mondo, che vuol appiattire il mondo  per renderci più facile il camminare. La modernità vuole razionalizzare lo spazio, spinger fuori le cose selvagge, di modo che sia più facile navigare la confusione del mondo materiale. Questa è la linea guida operativa della modenità. Nella slide scrivo che è una pratica di costruzione del mondo che coincide con l’Età della Ragione e del soggetto liberale umanista, ma queste sono figurazioni che implicano altre amplificazioni, quindi non aggiungerò molto oggi, ma l’idea di un soggetto liberale umanista corrisponde all’idea di un soggetto isolato e di una separazione costitutiva.

È a questo punto che le cose diventano interessanti. La modernità coincide con la “bianchezza”.

Ma cos’è la bianchezza? Non è una qualità o proprietà personale, così come le nostre politiche tentano di di definirla, la bianchezza è un sistema,  un sistema razzializzato che produce corpi e li colloca gerarchicamente, mi piace dire che i corpi bianchi sono diventati bianchi per via della “bianchezza”. Non  è che i corpi nascano bianchi o neri o marroni, ma che quelle identità sono costruite a partire da una metrica politica che distribuisce “proprietà”.

Se ricordate dicevo che le cose non appaiono nel mondo senza relazioni, beh il mio corpo e i vostri corpi emergono a partire da questa metrica politica e veniamo introdotti in un mondo che ci dice che Lauren e Ted…..  non è che voi siate bianchi ma piuttosto che la “bianchezza” arruola i vostri corpi, usa i vostri corpi e usa anche il mio e lo colloca all’interno dello schema di ciò che conta “tu sei nero, tu sei bianco, tu sei caucasico” e così via….

La slide dice che la bianchezza è un sistema geo-socio-culturale razzializzato che produce corpi e li colloca all’interno di una gerarchia di privilegi o possibilità di accesso alle produzioni di stabilità della modernità. Quello che stiamo dicendo è che la “bianchezza” eccede l’individualità umana. Anche la bianchezza chiama in causa le ecologie, la bianchezza ha a che fare con sistemi più-che-umani, ma per parlare di questo ci vorrebbe un altro seminario. La bianchezza non dipende da una proprietà ereditata da un singolo corpo, o da singoli corpi, è un sistema, un’organizzazione.

Non è che qui voglia mettere l’accento sulla bianchezza, la maggior parte delle cose di cui parlo sono piuttosto dense e cariche di sfumature, ma per iniziare a cogliere le tracce [culturali] della bianchezza potrebbe esservi d’aiuto questa storia, questo archetipo di Baldur, il mito nordico di Baldur, per aiutarvi a capire come agisce e cosa genera la bianchezza, per poi arrivare a questa idea di modernità bianca che è cruciale per l’idea che sto cercando di proporvi qui di un “interiorità dorata”. Seguitemi ancora un po’, attraverseremo molti luoghi d’arrivo nella nostra “fuga”…

La storia di Baldur deriva dal mito di un dio nobile e bellissimo, figlio di Freya e di Odino. Un giorno una profezia arriva alle orecchie di Freya e di tutti quanti, di fatto annunciando la morte di Baldur. Tutti hanno paura, specialmente la madre, Freya, così fa quello che farebbe, credo, in quelle circostanze ogni madre che avesse quella sorta di potere divino, viaggia in lungo e in largo per tutti i Sette Regni, va da ogni cosa umana e non umana supplicando ognuna e ognuno di non fare del male a suo figlio, di non ferire Baldur. Va da tavoli e aquile e dalla luce del sole e da montagne e leoni e da ogni singola cosa che ha un nome, e anche da quelle che un nome non ce l’hanno ancora. Ma ne dimentica una, dimentica di visitare il vischio, Dunque, Loki viene a far parte di questo intreccio [entanglement] e inizia a cercare di uccidere Baldur. E quando scopre che il vischio è stato trascurato da questo dispositivo, lo prende e ci costruisce un’arma e la punta contro il calcagno di Baldur, e lo uccide. E poi la storia da lì continua con la discesa agli inferi di Baldur e tutto il resto. Ma a me interessa per come ci può aiutare a capire come agisce la bianchezza. Spero che capiate e non posso sottolinearlo a sufficienza – la bianchezza non è semplicemente un’identità…la bianchezza è un  progetto di formazione della terra, un progetto di gerarchizzazione. Un progetto che colloca i corpi, compresi quei corpi che vengono “identificati” come bianchi in un dispositivo coloniale che non sta più funzionando per nessuno, neri, o bianchi o marrone. Così la bianchezza non equivale semplicemente ai corpi bianchi, la bianchezza è una configurazione del potere sulla terra che ci ha messo seriamente nei guai, e dobbiamo parlarne.

La storia di Baldur  ha a che fare con il desiderio di trascendenza. Baldur ha cercato di sfuggire alla finitudine della morte, e la madre ha cercato di proteggere il corpo del figlio dalla materialità della morte, della perdita, della sub-scendenza, del declino e della discesa nella terra. È una ricerca di purezza, è quello che aveva notato Hillman – un grande psicologo – quando aveva definito la bianchezza un “culto della purezza”, è l’aspirazione alla supremazia, una forma di fuga, una figura dell’universalismo, un desiderio di “libertà”, un’idea di indipendenza e salvezza, l’idea di poter risolvere tutti i problemi se solo incontro ogni cosa e nomino ogni cosa. E tutto questo dipende dall’idea che si tratti di creare l’umano come  un’unità discreta di privacy. Se posso tagliar fuori tutto il resto , tutto quello che c’è nel mondo, allora posso crearmi una sovranità privata ed interiore. È per questo che la modernità fa tanta fatica a pensare alle cose come a qualcosa di vivo, non può pensare che il mondo sia vivo. È necessario che il mondo sia morto, ha bisogno che il mondo sia una “risorsa naturale”. Per poter proteggere Baldur deve fare che questo accada a tutti costi, è questa la pulsazione archetipica della modernità e della bianchezza.

Questa è dunque l’idea di una modernità bianca. E’ in questo modo che la bianchezza è connessa alla storia euro-americana, e agli arrivi sui continenti americani. E’ qui che tutto ciò si intreccia con la rivoluzione industriale, con il diniego di altre “agentività” terrene… è qui che la narrativa dell’espansione incontra la metanarrativa del progresso. La modernità nasce da un desiderio di evitamento. Ed è connessa a un campo traumatico.

L’Antropocene rappresenta  la sua struttura temporale geologica, un’era in cui l’umanità ha acquisito una tale superiorità da esser diventata la specie dominante sul pianeta, a tal punto che converte il mondo a sua immagine e somiglianza. Quando i geologi dicono che dall’Olocene siamo passati all’Antropocene chiamano questa era con il nostro nome, per ricordarci degli svantaggi deleteri che imponiamo al mondo. Un’era caratterizzata dal caos climatico, dalla disuguaglianza razziale, dalla morte e dalla sofferenza. La modernità bianca è inoltre caratterizzata dalle superfici cicatrizzate del capitalismo estrattivista.

Queste non sono solo nobili proposizioni teoriche, queste sono le terre da cui vengo, le terre che ricevono il lato oscuro, e le ombre della rettitudine morale dell’occidente. Racconto spesso ai miei amici quando viaggio negli Stati uniti o in Europa, e vedo quanti, con molta diligenza, si affannano a differenziare la spazzatura, ciò che non viene raccontato a queste care persone che solo il 7 per cento di ciò che si suppone venga riciclato, viene davvero riciclato. Il resto, il 93 per cento viene spedito nei miei paesi: in Ghana, in Nigeria, e diventa il nostro parco giochi. Ho giocato sulle discariche di rifiuti dell’occidente. Le narrazioni che mancano a quei cittadini che fanno del loro meglio per fare la cosa giusta è che ci sono mondi nascosti, mondi sottili, mondi insorgenti, che sono stati i destinatari di queste pratiche moralistiche da moltissimo tempo. E anche questo è capitalismo estrattivista, Ed è il modo in cui i cittadini vegono illusi rispetto ai veri costi del lusso in cui vivono, rispetto ai costi di ciò che considerano “ordinario”. La modernità è costellata dai corpi perseguitati degli africani schiavizzati e trasportati attraverso l’Atlantico ed è anche associata al caos climatico. Non è solo il riscaldamento globale del carbonio è il riscaldamento globale della disperazione. Se giuardate alle statistiche aumenta sempe più la perdita di fiducia nell’autorità costituita, la perdita di fiducia nello stato-nazione, la perdita di fiducia nella democrazia, perdiamo fiducia nelle cose che sono state il fondamento della civiltà moderna. Questa è anche un opportunità credo, ma allo stesso tempo causa di allarme, perché tutto sta andando a a pezzi.

Quello che voglio sottolineare  è che la modernità è un vero e proprio “progetto immobiliare”,  per dirla con le parole di W.E. DuBois, il sociologo del XIX secolo. È qualcosa di più di uno stato di “cattura”, che si prende corpi neri e marrone, ma ha a che fare con la conversione del mondo in un’immagine pietrificata,  si diffonde a macchia d’olio, al di là della piantagione, si apre e sanguina in  concetti come la giustizia, l’individuo, il cittadino…

Come scrivo in questa slide “Anche quando i fuggiaschi hanno trovato libertà, hanno rapidamente scoperto che la libertà non poteva essere concepita al di fuori di un’architettura bianca e al di fuori delle strutture concettuali che la nutrivano. Persino la libertà era prigione”.

Perché quando il fuggiasco se ne andava e rivendicava la libertà, doveva rivendicare la cittadinanza che è un’altra forma di modernità bianca. Non voglio parlare dell’Indian Removal Act, o di innumerevoli azioni compiute per creare un mondo che fosse stabile, razionalizzato. E non voglio parlare in termini di “male” ma certamente in termini di strategie coloniali che ebbero effetti devastanti a partire dalle appropriazioni territoriali e dai relatividispositivi giuridici ma per ora mi fermo qui: all’individuo, al soggetto “cittadino”.

Abbiamo tracciato in dieci mimnuti una sorta di brevissima storia  della modernità bianca fino al punto in cui abbiamo il “soggetto”, l’individuo, il feticcio della modernità. Ciò che la modernità ama al di sopra di ogni altra cosa è l’idea dell’individuo, rimosso dal mondo, l’idea di “sanità”, l’individuo sano  rimosso dalle terre selvagge che stanno al di là degli steccati. E’ a questo punto che accadono altri meravigliosi intrecci che potrebbero aiutarci a capire cosa accade con il fenomeno dell’interiorità dorata che sto cercando di presentare qui. 

Il movimento della mindfulness viene dall’oriente, dalle tradizioni spirituali orientali. E non ho bisogno di ripetere qui da dove venga l’idea di mindfulness, nella lingua Pali “sati” viene tradotto con “consapevolezza” “attenzione”. La domanda che pongo qui per come  mi confronto con il concetto di mindfulness è “perché mai sta diventando sempre più mainstream?, perché mai è sempre più popolare?”

Credo che stia diventando popolare perché quelle tradizioni spirituali orientali stanno intra-agendo in una intersezione con la modernità bianca in un modo che è sorprendente e genera effetti molto interessanti. Che accade – mi chiedo – quando queste influenze interagiscono con il Calvinismo protestante, con l’idea che dobbiamo lavorare sodo per la nostra salvezza individuale. Che dobbiamo presentarci “puri” al cospetto della trascendenza. Che accade quando quell’influenza intra-agisce con la tradizione umanistica che colloca la consapevolezza nel Sé, non nell’ Anima Mundi, non in foglie e alberi e fiumi e montagne e antenati e ossa ma la colloca nel sé individuale?

La consapevolezza è dunque pensata come interna, e che ogni volta che vengo invitato ad aver consapevolezza mi sembra di dover andare andare sempre più “dentro” nel profondo. Da dove viene questa spinta linguistica all’interiorità? E cosa significa esattamente, specialmente di questi tempi, i tempi di una modernità che ha tutta questa fatica di vivere. Cosa accade quando queste spiritualità interagiscono con la spiritualità capitalista che di nuovo riduce il benessere alla dimensione individuale e poi enfatizza l’idea di ritirarsi nel sé come un meccanismo di adattamento che permetta di accettare l’Antropocene? Che succede? Queste sono domande a cui non voglio dare una risposta, ma solo condividerle con voi di modo da turbare almeno un poco queste acque…

Tutte queste cose colludono nel creare l’idea di un’ interiorità dorata, Lasciate allora che vi lasci una definizione provvisoria di questo mio concetto di interiorità dorata 

L’interiorità dorata è una risposta “etica” alla crisi che si manifesta con un ritiro in sé stessi come risposta alla confusione e alla complessità del mondo. Ha a che fare con strategie di risposta che emergono dall’intersezione della modernità bianca e delle tradizioni orientali di fronte a eventi critici. Perché la chiamo “dorata”? [“gilded” in inglese rappresenta sovente la doratura come in ‘gilded cage’ – gabbia dorata – come una decorazione superficiale e inutile NdT] – La chiamo così perché i confini difensivi e ideali che si vorrebbero costituire sono più porosi, permeabili e dinamici di quanto non appaia. Lasciate che ve lo spieghi in modo delicato:

L’interiorità dorata significa cercare rifugio “dentro” 

Certamente ci sono più modi di rappresentare questa cosa – ma io intendo riferirmi a quelle pratiche che chiudon fuori il mondo che tentano la fuga verso un sentimento di pace che è una sorta di pratica del diniego delle influenze, delle urgenze materiali, proprio nella misura in cui viviamo in un mondo che non è mai stabile o fermo.

E io stesso mi sono ritrovato nella posizione di chi subisce, di chi è oggetto di questo diniego per troppo tempo.  Così mi presento a voi con questo senso di vulnerabilità. Perché non mi posso permettere il lusso dell’interiorità…se l’interiorità è una figura dell’universalità… io e il mio popolo, e le persone che mi assomigliano non possono concedersi proprio come me il lusso di adottare una spiritualità che dica: “chiudi fuori tutto il resto, e corri dentro!” E perché non posso permettermi quel lusso? Perché “andar dentro” è un gesto che presume una padronanza, una supremazia, un gesto che rafforza la dissociazione, è un segno di distanza, e ha un’etichetta con questo prezzo – quella continuità della sofferenza ovunque che è l’Antropocene.

Ma credo che stia diventando sempre più difficile, e mi avvio a concludere, che stia diventando sempre più difficile farlo. Perché l’interiorità stessa sta cambiando – che sorpresa! Persino ciò che è interno è esposto quanto ciò che è esterno, l’interiorità non si comporta più come interiorità. Diventa sempre più dificile ignorare l’elefante sul ponte. Scrivo qui che l’interiorità ‘sanguina’ , è esposta, è popolata, è infestata, non è così “pura” come immaginiamo che sia, lo stesso  “sé” è dislocato, come se Dio stesso fosse caduto dal suo trono, come se lo spazio-tempo si fosse incrinato e ora dobbiamo raccogliere i frammenti scartati dell’immagine a cui un tempo pensavamo di dover aderire e ci tocchi vivere nella Caduta, entro le crepe di un mondo che fa delle richieste ai nostri corpi e alle nostre menti. Perfino gli psicologi iniziano a riconsiderare e rivedere l’idea che la mente sia “dentro” e notare che la mente potrebbe invece essere nel “tra” – non dentro o fuori ma “tra” in costante fluire, sempre in fuga. Scrivo qui che nell’Anthropos iniziano a comparire delle crepe, nell’Antropocene, come progetto di modernità bianca, che le crepe iniziano a comparire dappertutto. Che la “consapevolezza”  si sta trasformando in un campo ecologico, miceliare, più-che-umano. Non parliamo più semplicemente di coscienza ma della necessità di tracciare reti, algoritmi, attivismi là dove un tempo pensavamo fosse di casa la “purezza”…

Farò un solo esempio di come stia accadendo tutto questo. Non so se abbiate preso nota di questo ma faccio riferimento al documentario sui Social Network di Netflix che dimostra come queste corporazioni giganti utilizzino algoritmi che ci usano. Come soggetto davanti a uno schermo puoi pensare che sei indipendente nelle scelte che fai (…) senza renderti conto che codice su codice su codice viene elaborato per istigare determinati comportamenti, che ci conducono  su sentieri e algoritmi stereotipati – pensi di agire a partire dal tuo libero arbitrio, ma forse potremmo renderci conto che la persona che potresti finire per sposare potrebbe essere determinata da un algoritmo elaborato per una app di appuntamenti….

Potresti pensare che hai deciso liberamente di metterti un vestito di quel colore oggi, ma se imparassimo che il cibo che hai mangiato ieri sera – proprio come la mucca mangia l’erba che sotiene il microbioma batterico che crea metano – se vi dicessi che i batteri delle vostre viscere potrebbero contibuire a generare determinati desideri? che potrebbero avere come conseguenza la scelta di quel colore oggi…. (ride)

E se vi dicessi che tali reti di sorveglianza vivono già dentro di noi, che non esiste alcuno spazio “puro” di totale immunità, di totale dissociazione, che siamo connessi con il mondo che vorremmo cambiare? E che non c’è nessun posizionamento più decoloniale di quello che prende atto dell’umiltà nei nostri corpi in compostaggio, capendo che non siamo affatto “separati” quanto pensiamo di esserlo.

E se cominciassimo a imparare che non siamo assemblati con la linearità che immaginiamo? Anche quando parliamo di salute, e diciamo che il dottore ci ha dichiarati in “buona salute”, adottiamo un concetto coloniale, perché come faccio a stare bene se Lauren non sta bene…. Se Lauren e io siamo intrecciati come faccio a trovare la “pace”…. Vale a dire che la pace è sempre indeterminata, la pace è sempre posticipata, sempre a venire, non è qualcosa che posso afferrare e dire “finalmente sono arrivato alle meta, finalmente ho trovato la pace!” – non vi è nulla di più coloniale, di più imperialista! Invece, restare con i problemi della relazione vuol dire notare che se Ted non sta bene oggi egli ha mandato delle onde d’urto nello spazio-tempo e anche se in misura magari infinitesimale mi sono ammalato anch’io…perché Ted stamattina non è in forma. E se Melanie non sta tanto bene stamattina io lo sento in qualche misura ed è per questo che gli psicologi parlano di “campi transaffettivi”, perché i sentimenti non sono “dentro” i sentimenti sono atmosferici – questo è l’argomento di un altro seminario – ma quello che cerco di dirvi qui è che l’interiorità non è così dorata come pensiamo che sia….non è così discreta o privata: il lutto è una faccenda pubblica, non privata. I sentimenti sono una questione ecologica non soggettiva, l’interiorità e i “sé” sono un “tra” – voi volate, cercate, fuggite non siete isolati e in quarantena quanto pensate di essere, non siete in lockdown…state viaggiando.

Il punto che sto cercando di fare è che abbiamo bisogno di nuove pratiche per incontrare queste consapevolezze selvagge a partire dalla presa d’atto del fenomeno dell’interiorità dorata e iniziare ad ascoltare, a capire come esso possa colludere e sostenere l’Antropocene. Che fare? Dobbiamo iniziare a  imparare come disimparare la pretesa di controllo, dobbiamo iniziare a incontrare le cose selvagge oltre gli steccati, dobbiamo imparare come introdurre o riconcettualizzare le nostre idee di consapevolezza, non come qualcosa che ho dentro la testa, non come una neuroconnessione, ma come qualcosa che è una ampia attività ecologica e terrestre che include antenati, alberi, microbi, creaturine, virus, pandemie, persino dispositivi capitalistici, e che siamo molto incasinati e forse questa può essere fonte di speranza per un giorno migliore.


Ed è qui che arriviamo alla storia con cui voglio concludere – perché non è che non ci siano precedenti su come disimparare il controllo, su come incontrare la dimensione selvaggia al di là degli steccati… non è una cosa nuova, è successa moltissime volte… quando la gente mi dice “è la fine del mondo, la pandemia ha messo fine a tutto, ahimè…” rispondo che il mondo è già finito molte volte, che non è la prima fine del mondo. E’ certamente finito per gli Igbo che nel mese di maggio del 1803furono rapiti dal bacino del Benin, che oggi si trova in  Nigeria. Centinaia di corpi trasportati nel viaggio Atlantico incatenati in minuscole cabine in una nave chiamata “The Wanderer” [“il Girovago”]. Di solito rido quando sento il nome di quelle navi schiaviste: la prima che approdò in Africa si chiamava “il Gesù di Lubecca” –  paradossale, il Gesù di Lubecca – beh questa si chiamava Il Girovago e dopo aver attraversato l’Atalantico attraccò a Savannah in Giorgia. E alcuni di quegli Igbo – gli Igbo sono una tribù forte – mia moglie è per metà igbo e per metà indiana… – i miei figli sono un’altra cosa, ancor più mescolati, una storia di intrecci ancor più complicata e dunque non so ancora come nominarli – ma alcuni di quei corpi portati a Savannah furono venduti a due signori, Spalding e Cooper, che comprarono settantacinque di quei corpi a cento dollari l’uno e li misero su una goletta che si chiamava York o The York, diretta all’isola di Saint Simon un po’ più a nord. A metà strada c’è una tempesta, succede qualcosa e si devono fermare a Dumbar Creek…lì a Dumbar Creek gli uomini, le donne e i bambini Igbo intonano una canzone, e inziano a cantare rivolti agli spiriti dell’Acqua, al dio il cui nome è Chukwu, con voci ancestrali chiamano “gli dei e gli spiriti e Chukwu che ci ha portati qui e ci riporterà a casa” e cantano in unisono e riescono a cacciare per qualche tempogli schiavisti, che dopo essere fuggiti all’interno tornano in forze. Ma piuttosto che sottomettersi ed essere portati in una piantagione quelle donne uomini e bambini Igbo entrano in mare cantando la canzone ancestrale: “gli spiriti dell’acqua che ci hanno fatto attraversare l’oceano ci riporteranno a casa” e entrano tutti in acqua.

Che cosa pensate sia successo?

Ci sono due resoconti. Uno è quello di un patriarca di una famiglia di schiavisti che si chiamava Rosewell King – c’è ancora una città in Giorgia che si chiama Rosewell – e Rosewell commenta con molta freddezza l’accaduto e dice “han scelto la palude” – si sono suicidati – fine della storia. Questo è il taglio moderno, coloniale nel ricamo, nel tessuto di quella storia “si sono suicidati, non c’è niente da aggiungere, è tragico ma è così”. Ma c’è un altro resconto di cosa accadde e voglio concludere così. E’ un resoconto “eccesivo” – uno degli schiavi o figli di schiavi interpellati riferisce di aver sentito raccontare il resoconto dell’arrivo degli Igbo in questo modoì: “non si incamminarono semplicemente nell’acqua verso il largo, ma marciarono nell’acqua cantando la canzone ancestrale, e accadde qualcosa in cielo e furono trasformati in uccelli e sono tornati volando in Africa.”


Allora quale delle due storie è quella vera?

Hanno commesso suicidio? Hanno semplicemente scelto la palude? O c’è qualcosa di più da dire?

Voglio condividere qualcosa che ha a che fare con l’eccedenza, perché credo che il mondo sia più reale nella sua densità per essere ridotto a ciò che è letterale. Il mondo è archetipico, mitologico, il mondo è fantastico, il mondo è immaginale, il mondo è ancora a venire. La modernità cerca di ridurlo a ciò che va preso alla lettera. Ed è lì che ci areniamo. “Scelsero la palude” può essere una interpretazione letterale di ciò che accadde, L’altra storia è una storia carica di eccedenza, parla di qualcosa che accade al di là dei nostri algoritmi, qualcosa accade al di là degli stereotipi, e questa eccedenza è ciò che io chiamo “nerezza” . La nerezza per me non è un’identità. Le identità sono piccole bolle. Non che non ne abbiamo bisogno delle identità, abbiamo bisogno di progetti identitari. Ma la nerezza è qualcosa che li eccede. La nerezza per me è l’invito a perdersi. L’invito a entrare nelle acque, l’invito ad andare fuori strada. Ho iniziato parlando del rallentare, parlavo della nerezza, la nerezza è l’invito a smarrirsi. I miei “anziani” dicono: “se vuoi trovare la tua strada devi essere disposto a perderla.” La nerezza è l’invito a non stare poi così bene, a non essere così pacificati, a non essere del tutto sul pezzo. C’è una dea nella cosmologia indiana che si chiama Akilandeshwari, il cui nome tradotto sta per “Colei che non è mai non spezzata ” e mi piace l’idea di non essere mai completamente integri, costantemente spezzati, aperti a un mondo che è adolescente, sempre emergente, mai così statico da poter dire di essere finalmente “arrivato”

Questo è l’invito della nerezza, non come progetto identitario, pietrificato nella modernità bianca, ma come invito a essere “in fuga” trovando modi di perderci insieme, scendendo in ciò che si suppone “abietto”, trovando modo di mettere in scena il dolore in un rituale comunitario, restando con la ricchezza e abbondanza del nostro esser tutti spezzati, e forse… forse fare questo potrebbe essere la discesa, la libertà ed emancipazione decoloniale che anche la modernità bianca cerca disperatamente, forse potremmo anche aver cura delle umili lacrime di Freya, prendendo atto che c’è qualcosa di più che desidera accadere, qualcosa di più grande di questo piccolo spazio e dei suoi progetti di giustizia.


Lasciatemi concludere dicendo – so di aver promesso di concludere più volte, ma ho anche promesso di arrivare puntuale e non l’ho fatto – dicendo che “i tempi sono urgenti rallentiamo” – e questo è il cuore del mio invito, di continuare a viaggiare, di non stare così bene e di non farsene un problema, di mettere in pratica l’arte di perdere la strada, per trovarla in un altro modo. Forse facendolo possiamo scoprire altri modi di stare al mondo, potremmo scoprire altre modalità di potere. Quale forma questo possa prendere è una storia completamente diversa. Ma per ora vi do appuntamento a Dunbar Creek dove siamo tutti chiamati a trasformarci in uccelli e a tornare in volo in Africa. E qui finisco, Grazie.»

Questo è il link per seguire il seminario di Bayo in inglese:

https://drive.google.com/file/d/1a6Ll7JaOLfXSWkVnqmVMNVi0vJrjdzYf/view?usp=sharing

Ancora su ethos

art by Curiot

Condivido un breve frammento autobiografico che idealmente dà conto del mio interesse per le questioni poste dall’articolo su Ethos e Ethnos pubblicato su Jacobin.

«Ho capito l’importanza dell’ethos ripensando agli otto anni trascorsi in Turchia all’uscita dall’adolescenza, tra gli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, nel corso della prima età adulta, in quell’età della vita in cui si va inconsciamente alla ricerca della propria linea d’ombra. Le energie idealiste che mi animavano trovavano risonanza nella bellezza dei luoghi, nel respiro di una umanità solidale e desiderante in condizioni di vita che l’occidente non avrebbe trovato accettabile, in forme di ospitalità del tutto nuove. Ma intravedevo la linea d’ombra nella pesantezza dell’istituzione militare, nel gigantismo architettonico del mausoleo ad Atatürk, nelle condizioni di povertà estrema di molti, nell’intreccio di autenticità e inautenticità di attaccamenti affettivi estremi, in una sorta di follia sacrificale rivoluzionaria in chi osava ribellarsi allo status quo, nella violenza dello stato, nella dispersione dell’umano negli ospedali e nelle prigioni, nel buio assoluto di certi lutti, in un fatalismo disperato e cieco. 

All’epoca la dimensione totalizzante prevaleva nelle ideologie politiche più che in quelle religiose. Il partito islamista raccoglieva circa il 3 per cento dei voti. Una sera mentre tornavo a casa fui fermato da due signori che tirando fuori una pistola mi interpellarono sul perché portassi così i baffi. All’epoca, in Turchia, i baffi erano importanti: in giù di sinistra, in su di destra? o viceversa, non ricordo, e anche allora la cosa mi sfuggiva. Quando dissi che ero italiano e dunque estraneo alla loro moda dei baffi mi chiesero cosa però pensassi di Mussolini. Mi finsi un po’ tonto e mi lasciarono andare. 

In generale però nelle relazioni umane prevaleva un sentimento che coniugava la protezione del proprio spazio privato e familiare, delle proprie appartenenze, con l’apertura allo straniero e l’orgoglio ideale di un’inclusione sempre possibile (a prescindere dalle impossibilità burocratiche).  Qualcosa, comunque, a lungo mi aveva fatto sentire “a casa”.

 Per un tempo sono sopravvissuto suonando la chitarra nei caffè e nei ristoranti delle grandi città. I turchi quasi sempre generosissimi, mi dicevano che ricordavamo loro gli ozanlar, i cantastorie itineranti della tradizione sufi. Ho girato l’Anatolia in autobus e autostop. Dormito dove non arrivava l’elettricità e la sera si accadevano ancora le lampade a gas. Allora non lo sapevo ma ogni cosa per me era esperienza dell’ethos: non solo il cibo, l’appello del muezzin, gli odori, le case di legno nella vecchia Istanbul lungo un Bosforo che appariva sognante e ricco di memorie. Ogni cosa pareva mediazione tra la sfera onirica e la realtà: nelle più diverse situazioni venivo accolto con il valore istintivo dell’ospitalità mescolato all’orgoglio di esibire il meglio delle proprie radici: dal venditore di strada con cui facendo la spesa mi fermavo a chiacchierare, al barbiere che mi avvolgeva la faccia di salviette caldissime dopo avermi passato un rasoio affilato sulla gola, o partecipando in un’atmosfera di festa e di benvolere alla fine del Ramadan. Come in una storia delle Mille e una notte un facchino con cui avevo fatto amicizia una sera spese lo stipendio di un mese per invitarmi in un night ad ascoltare una sorta di melopea arabeggiante che mi ricordava, a me che ero cresciuto a Jimi Hendrix e Doors, gli accenti emotivi della musica melodica napoletana.

Ho persino lavorato per un anno in un asilo privato per i bambini delle buone famiglie borghesi di Ankara. Insegnavo un po’ di inglese ai bimbi di cinque anni, li facevo disegnare. Giocavamo. Mi sono divertito molto e ho imparato molto… Çiçek era la donna delle pulizie, portava il foulard e i pantaloni larghi a fiori, gli shalvar. Era molto alta con un volto irregolare, espressivo, sempre un po’ triste. Assomigliava straordinariamente alla protagonista di Ethos. Aveva un bambino di cinque anni che di solito teneva con sé in cucina. La signora N., la padrona dell’asilo, mi aveva permesso di includerlo nel gruppo. Quando sono partito Çiçek mi ha fatto due regali, una cravatta e un portachiavi a forma di “scimitarra dell’Islam”. Ho spesso ripensato a quei regali e al loro valore simbolico che ibridavano l’identità europea (la cravatta) e le radici di un’altra appartenenza (la scimitarra). Anche se si trattava di due emblemi virili, il dono era già un ponte al di là dei binarismi perché questa donna ci teneva a dirmi che apprezzava il fatto che mi occupassi di suo figlio, che la cura non spetta solo alle puericultrici, che l’uomo può fare la propria parte e che questo non lo sminuisce, anzi. 

Le sarò sempre grato del coraggio di quel riconoscimento.

Ethos.»

Öykü Karayel che interpreta Meryem nella serie tv Ethos

Humus Sapiens

Victor Brauner – Germination (1955)

In questo post vorrei porporre una breve ricognizione di alcuni temi che sento emergenti e trasversali e con cui in parte abbiamo cominciato a confrontarci

  1. Identità e politiche dell’identità 

L’identità come eccedenza. Ogni mattina quando sono a Milano vado a bere un cappuccino ai giardinetti dietro casa, mi siedo su una panchina a fumare la pipa . Stamane, dall’altra parte dello spiazzo, c’è una tata con un bambino di circa due anni. Che mi sbircia un po’ poi si volta verso di lei e indicandomi chiede “nonno?” 

– “No non è il tuo nonno”, dice lei. 

– “papà?”  

– No, non è neanche il tuo papà”.

– “mamma?”

A questo punto scoppiamo tutti a ridere.

Ciò che rappresentiamo per gli altri (e per noi stessi) si intreccia con un numero tale di fattori sistemici e rizomatici da essere pensabile solo in termini di eccedenza. Un’eccedenza che preclude ogni definitiva essenzializzazione. Ogni definizione escludente. La fisica delle particelle sembra dirci che la struttura profonda della realtà non è qualcosa di dato ma un processo generativo di possibilità emergenti.

Forse anche “quello che pensiamo” individualmente non dovrebbe essere così centrale nelle dinamiche con cui giudichiamo i processi…. Mi sembra che l’idea di identità si definisca a partire dal suo essere più-che-individuale piuttosto che immutabile. Il terreno della gerarchia morale è pieno di trappole. Quando per esempio giudichiamo le politiche dell’identità considerandole un segnale di essenzialismo, non attraversiamo il lutto accanto a chi lo attraversa e finiamo per chiuderci anche noi in una posizione essenzialista “evoluta”.  E’ indispensabile non erigere monumenti alla memoria traumatica,  uscire dal pensiero binario, pensare rizomaticamente, moltiplicare il molteplice! Ma mi chiedo da tempo se non sia possibile polarizzare e ideologizzare proprio ogni prospettiva, anche la più illuminata, trasformandola in un nuovo polo identitario escludente. La realtà è ancora più queer, difratta, intrecciata, “entangled” di qualsiasi illusione di identità individuale. 

Fare ricognizione nel territorio dell’identità e delle sue politiche non è facile. Come se bastasse eliminare la parola razza dal nostro vocabolario per cancellare automaticamente il fatto di subire o infliggere discriminazione e violenza Come se questo bastasse a riscattare magicamente secoli di storia. Se chi subisce il razzismo sulla propria pelle osa dire in un momento di rabbia: “sono stufo di voi bianchi”, attribuendo una supposta identità razziale a chi per secoli non ha fatto altro, reagiamo come se non ne avesse il diritto. Achille Mbembe descrive bene il senso storico di alcune politiche dell’identità che pure si ribellavano proprio contro la deformazione essenzializzante, il velo “ontologico” che il razzismo aveva collocato e tuttora colloca sui volti di chi il razzismo (o altre forme di discriminazione) lo vive in prima persona.

«Proprio quando parliamo di identità e di differenza un conto è poter dire liberamente chi si è, poter pronunciare il proprio nome, poter dire da sé da dove si viene e dove si va . Un’altra è di vedersi affibbiare una maschera ed essere costretti a portarla, una maschera che da quel momento funziona come il doppio di ciò che si è veramente.»

Mbembe aggiunge che lotte identitarie dei popoli assoggettati e colonizzati erano necessariamente lotte per il riconoscimento e l’autodeterminazione, lotte che fanno parte di un grande racconto collettivo di emancipazione in cui la differenza viene messa in gioco contro ogni astratto universalismo «non per escludersi da ciò che è in comune, ma come una leva per rinegoziare i termini dell’appartenenza e del riconoscimento.» 

 Ma per la costruzione di un mondo-in-comune «Dovremo imparare a riparare insieme il tessuto, il volto del mondo (…) abbracciare con gli occhi aperti l’inestricabile del mondo, la sua struttura non dipanabile; il suo carattere composito. Il progetto di un mondo in comune significa aprirsi a chi passa, a chi transita. Passare rimanda in ultima istanza a ciò che costituisce la nostra condizione comune, quella di mortali, in cammino verso un avvenire per definizione aperto. Essere di passaggio – è questa la condizione umana terrestre…. Assicurare, organizzare e governare il passaggio e non istituire nuove chiusure, questo è il compito della democrazia nell’era planetaria.»

Anonimo – street art sulle scale

2. Sfuggire a ogni “soluzione finale” (“Inside the museums infinity goes up on trial – voices echo: “this is what salvation must be like after a while”.)

Alcuni avranno subito notato che la citazione nel titolino è il verso di una canzone di Dylan.  La prima parte dice: “Dentro i musei l’infinito viene rinviato a giudizio”… 

E’ questo il dono tossico della modernità, la pretesa quadratura del cerchio, la ricerca perenne di una soluzione, di un algoritmo, di una soluzione che chiuda ogni crepa. La mappatura “museale” che opera per categorie e discipline, certa del suo universalismo, della sua superiorità etica, del suo potere di governance, della “linea politica giusta”, delle ragioni efficaci della tecnoscienza.

Bayo Akomolafe parla della materia coloniale come dell’imposizione di un prodotto finito, di una mappa completa, pietrificata che nega ogni altra idea di luogo come a un tempo casa, transito, esilio, musica. Lo chiama “Il dono tossico dell’arrivo.”

Il verso della canzone di Dylan continua così: “voci ribadiscono: ‘la salvezza – dopo un po’–  ha questo aspetto’ ”. L’aspetto in cui l’infinto si congela come nei musei. Benjamin ci ha insegnato che l’idea di salvezza, la proiezione ideale  di un futuro radioso (che sia il progresso o la rivoluzione) fa parte del problema. Ogni aspirazione a una “soluzione finale” ci rinchiude in una prigione identitaria negazionista che rifiuta le politiche della relazione e la possibilità di riparare qualcosa nelle rovine del presente, proprio come l’istituzione museale o una certa forma di educazione pietrifica la cultura e la vita, la cataloga, la ordina, la rappresenta, uccidendone il potenziale germinativo. Altre istituzioni umane che immaginano fe il potere in termini di controllo e sicurezza, di governance dei processi e delle paure, murano le eccedenze e rappresentandole sotto la forma del mostruoso.

Fermarsi, rallentare, è indispensabile per creare altrimenti

street art by Curiot

3. Stare nel mezzo (“We sit here stranded though we are doing our best to deny it”)

Tre giorni fa era il sette aprile – senza pensare alle date mi tornava in mente l’incipit della Commedia “nel mezzo del cammin di nostra vita….”

Siamo sempre e solo nel mezzo. Siamo nel mezzo perché nasciamo in un dato contesto, in una lingua, in un sistema famigliare, sociale, culturale, nei suoi codici comunicativi verbali e non verbali, nel suo ethos, nelle forme che circolano – che so – nelle filastrocche che cantiamo ai bambini: “Questa bimba a chi la do – la darò alla Befana che la tenga una settimana; la darò all’uomo nero che la tenga un anno intero”…

E poi….  Immaginiamo per un momento – con la consapevolezza emergente  che ci offre ìl prospettivismo Amerindiano – che l’incipit dantesco sia frutto di una autentica visione…

“mi ritrovai per una selva oscura ché la diritta via era smarrita”…

lo smarrimento necessario ra cui portano le vie diritte , le vie senza paradossi, senza vicoli ciechi, senza trickster selve e animali. La direzione obbligata della via diritta è di portarci a smarrirla, a (ri)trovarci   nella foresta, nel nagual, nella complessità intrecciata del reale, a frequentare le rovine, le crepe, le fratture, a riconoscerci abitati da altre creature,  E nella foresta chi incontra Dante? Tre animali: una lonza, un leone e una lupa. Che vengono poi interpretate allegoricamente secondo il bestiario medievale alla stregua  di pulsioni e desideri umani (lussuria, orgoglio, avidità) proiettati sulle loro figure. Ma dopo aver frequentato un po’ le ecologie degli “altri” sappiamo che in una visione Yanomami queste fiere sarebbero state interpretate ben altrimenti.

Qui chiudo con un altro passaggio di Akomolafe che sintetizza l’importanza di questo nostro poter stare nel mezzo:


“«La vita non è una scala il cui gradino più alto ha più valore di quelli precedenti ; la vita non è una gara per vedere chi taglia per primo il traguardo; la vita non è un cerchio con un centro percepibile o una circonferenza obbligata. Il linguaggio del debito ti precipita in un discorso lineare, dove non basti mai, dove quello che fai nello schema più ampio delle cose conta ben poco, dove ti senti in colpa per non aver fatto abbastanza per salvare il pianeta e dove non sempre sei all’altezza delle tue più care parole d’ordine e dei tuoi valori. Il tuo compito allora sembrerebbe  quello di riuscire a cogliere successi più velocemente di altri, arrivando il più possibile prima. E se la vita fosse invece un frattale di immagini intrecciate, con le parti che riflettono il tutto? Se  fosse invece una tela dove passato, presente e futuro si fondono in una esilarante immediatezza, che intravediamo per un attimo in momenti particolari? E se non fosse necessario fare tutti questi sforzi per essere in forma? Se non ci fosse nessuna forza esterna con cui misurarsi? Se le tue domande, i tuoi impicci e denti scheggiati fossero sacri quanto  l’idea di “essere sul pezzo”? Se dove sei in questo momento fosse proprio il posto più interessante? In questa casa che danza con l’esilio? (…)

Questo è il tempo di indugiare ai margini, di entrare nei punti di intersezione problematici dove le differenze tra me e te, noi e loro, tra queer e straight, natura e cultura, vivente e non-vivente, umano e mondo, non sono fatte e finite, ma ancora in divenire. Questo è il momento di restare con il problema di sapere che non c’è divenire che non sia un divenire-con.

Le cose che si mettono di traverso sono aspetti della nostra riconfigurazione presente. Nemici, strettoie, ricordi brucianti, feticci ringhianti, credenze persistenti, spettri urlanti, spauracchi neri, schegge impazzite, nuvole minacciose, giganti verdi, abissi che si aprono, foreste che sogghignano. L’invito non è quello di “attaversarle” e uscirne indenni. (…)

Un po’ alla volta stiamo imparando a vedere che le cose che definiamo ostacoli sono inviti alla metamorfosi – a riconsiderare la genealogia delle forme che abbiamo ereditato, e a lavorare insieme per vedere cosa potremmo diventare. Se cercate la via che sembra più promettente, cercate quella che apparentemente porta in un vicolo cieco. Quella non mappata, abitata da ambiguità vorticose e da fantasmi lamentosi e dagli indovinelli della Sfinge e da ombre che ci sbirciano con occhi gialli come fessure. Un buon viaggio ha a che fare con lo smembrarsi non con l’arrivare.»

Da “Lo zio Boonmie che ricorda vite precedenti” di Apichatpong Weerasethakul

4. Per un ecologia del compostaggio come cura.

Altri due punti su cui non mi dilungo qui, sono il passaggio da un posizionamento solamente critico che finisce per corrodere se stesso a una riflessione  per immagini, parole e percezioni che mi sembra abbia ha molto più a che fare con la possibilità che atti di creazione o meglio di co-creazione includano questo stare nel mezzo e questa porosità del mondo, ma anche il marronage, l’abitare le rovine, il vuoto e l’esilio diversamente.

Ho provato a tradurre “clinica della crisi” in inglese e e veniva fuori qualcosa di molto etno-centrico – come se si trattasse di una questione per specialisti, per “clinici” che dovrebbero occuparsi del paziente “crisi”, chinarsi in consulto sul suo letto. Ma poi – chi si china su chi? Mi piacerebbe ripensare la clinica come un’ecologia della cura nella diffrazione di un dream-time  in cui gli alberi e il mondo e le macchie sui marciapiedi, le dissonanze stesse si chinano su di noi e ci curano – o ci invitano al risveglio. 

Il dream time – il tempo del sogno della mitologia dei popoli primari dell’Australia – è un tempo non-tempo,  precede la creazione, ma è anche il tempo del suo poter-prender-forma e  anche la leggibilità delle tracce che le creature primordiali – giganteschi Spiriti creatori – lasciavano nel loro passaggio: la natura percepibile come  mappa transtemporale. 

Wintjiya Napaltjarri
WOMEN’S CEREMONIES AT WATANUMA, 2007

A  volte mi pare che persino nelle nostre città cementificate, o guidando in autostrada sia  possibile percepire la punteggiatura degli alberi come una discontinuità biofila, non assimilabile, una sorta di memoria dell’altrove, un territorio colonizzato ma non assimilabile, una persistenza che tenta di resistere e parlarci. 

Torino

Il tema del compostaggio, l’invito a diventare humus sapiens, a cui ci invitano Donna Haraway e Bayo Akomolafe  si colloca su tutt’altro versante rispetto ai miti pseudo-eroici del povero identitarismo del nostro Triste Occidente.