Bianchezza / Nerezza

Clinica della crisi/ecologia della cura nasce nel desiderio di ripensare i lemmi dei nostri luoghi comuni ,delle parole d’ordine stantie e delle parole che ancora ci mancano. Bayo Akomolafe in questi due brani tratti dai suoi webinar e blog (https://www.bayoakomolafe.net) riprende i temi dell’identità e della razzializzazione nel contesto di un più vasto intreccio con il pianeta e con il divenire degli umani. Sono temi che ricordano molti spunti di Achille Mbembe, e prima di lui di Frantz Fanon ma l’intreccio delle radici Yoruba di Bayo in dialogo con la ricchezza del pensiero contemporaneo permettono di esplorarli nuovamente come altrimenti emergenti dalle urgenze del presente. Le foto delle maschere sono tratte dal lavoro di Phyllis Galembo “Maske” scattate in Africa Occidentale e nella diaspora a Haiti e Cuba.

Bianchezza

«La modernità coincide con la “bianchezza”.

Ma cos’è la bianchezza? Non è una qualità o proprietà personale, così come le nostre politiche tentano di di definirla, la bianchezza è un sistema,  un sistema razzializzato che produce corpi e li colloca gerarchicamente. Mi piace dire che i corpi bianchi sono diventati bianchi per via della “bianchezza”. Non  è che i corpi nascano bianchi o neri o marroni, ma che quelle identità sono costruite a partire da una metrica politica che attribuisce delle “proprietà”.

Se che le cose ìdel mondo non appaiono senza relazioni, il mio corpo e i vostri corpi emergono a partire da questa metrica politica e veniamo introdotti in un mondo che ci dice di Tizo e Caio …..  non tanto che “sono” bianchi ma piuttosto che la “bianchezza” arruola i loro corpi, usa i loro corpi così come usa il mio e lo colloca all’interno dello schema di ciò che conta: “tu sei nero, tu sei bianco, tu sei caucasico” e così via….

Dunque, la bianchezza è un sistema geo-socio-culturale razzializzato che produce corpi e li colloca all’interno di una gerarchia di privilegi o possibilità di accesso alle produzioni di stabilità della modernità. Quello che stiamo dicendo è che la “bianchezza” eccede l’individualità umana. La bianchezza non dipende da una proprietà ereditata da un singolo corpo, o da singoli corpi, ma è un sistema, un’organizzazione.

Per iniziare a cogliere le tracce [culturali] della bianchezza potrebbe essere d’aiuto la storia archetipica di Baldur, il mito nordico di Baldur, per capire come agisce e cosa genera la bianchezza, e cosa ciò abbia a che fare con una certa idea di modernità.

La storia di Baldur deriva dal mito di un dio nobile e bellissimo, figlio di Freya e di Odino. Un giorno una profezia arriva alle orecchie di Freya e di tutti quanti, di fatto annunciando la morte di Baldur. Tutti hanno paura, specialmente la madre, Freya, così fa quello che in quelle circostanze penso farebbe ogni madre dotata di quella sorta di potere divino, viaggia in lungo e in largo per tutti i Sette Regni, va da ogni cosa umana e non umana supplicando ognuna e ognuno di non fare del male a suo figlio, di non ferire Baldur. Va dai tavoli e dalle aquile e dalla luce del sole e da montagne e leoni e da ogni singola cosa che ha un nome, e anche da quelle che un nome non ce l’hanno ancora. Ma ne dimentica una, dimentica di visitare il vischio. Così quando  Loki entra in gioco in questo intricato copione narrativo egli cerca di capire come fare a uccidere Baldur. E quando scopre che il vischio è stato trascurato da questo dispositivo, lo prende e ci costruisce un’arma, la punta contro il calcagno di Baldur, e lo uccide. E poi la storia da lì continua con la discesa agli inferi di Baldur e tutto il resto.

Ma a me interessa perché può aiutarci a  a capire come agisce la bianchezza – la bianchezza non è semplicemente un’identità…la bianchezza è un  progetto di formattazione della terra, un progetto di gerarchizzazione. Un progetto che colloca i corpi, compresi quei corpi che vengono “identificati” come bianchi in un dispositivo coloniale che non sta più funzionando per nessuno, neri, o bianchi o marrone. Così la bianchezza non equivale semplicemente ai corpi bianchi, la bianchezza è una determinata configurazione del potere sulla terra che ci ha messo seriamente nei guai, e dobbiamo parlarne.La storia di Baldur ha a che fare con il desiderio di trascendenza. Baldur cerca di sfuggire alla finitudine, alla morte, e la madre cercatdi proteggere il corpo del figlio dalla materialità delle cose, dalla perdita, della sub-scendenza, dal declino e della discesa nella terra.

È una ricerca di purezza, è quello che aveva notato Hillman – un grande psicologo – quando aveva definito la bianchezza un “culto della purezza.” È l’aspirazione alla supremazia, è una delle possibili figure che assume l’universalismo, un supposto desiderio di “libertà”, un’idea di indipendenza e salvezza, che immagina di poter risolvere tutti i problemi se solo ogni cosa venisse gestita e nominata. E tutto questo ha a che fare con l’idea che  l’umano sia un’unità discreta e distinta, esclusiva e escludente. Se posso tagliar fuori tutto il resto, tutto quello che c’è nel mondo, allora posso crearmi una sovranità privata ed interiore. È per questo che la modernità fa tanta fatica a pensare alle cose come a qualcosa di vivo, non può pensare che il mondo sia vivo. È necessario che il mondo sia morto, ha bisogno che il mondo sia una “risorsa naturale”. Per poter proteggere Baldur deve fare in modo che ciò sia così a tutti costi. È questa la pulsazione archetipica della modernità e della bianchezza.

Questa è l’idea di una modernità bianca. E’ in questo modo che la bianchezza è connessa alla storia euro-americana, e alla colonizzazione. E’ tutto ciò si intreccia con la rivoluzione industriale, con il diniego di altre “agentività” terrene… è qui che la narrativa dell’espansione incontra la metanarrativa del progresso. La modernità nasce da un desiderio di diniego. Ed è connessa a un campo traumatico. 

L’Antropocene rappresenta  la sua struttura temporale geologica, un’era in cui l’umanità ha acquisito una tale superiorità da esser diventata la specie dominante sul pianeta, a tal punto che converte il mondo a sua immagine e somiglianza. Quando i geologi dicono che dall’Olocene siamo passati all’Antropocene chiamano questa era con il nostro nome, [l’anthropos = l’umano] per ricordarci dei danni che iabbiamo imposto al mondo. Un’era caratterizzata dal caos climatico, dalla disuguaglianza razziale, dalla morte e dalla sofferenza. La modernità bianca è caratterizzata dalle superfici cicatrizzate del capitalismo estrattivista. 

Queste non sono solo nobili proposizioni teoriche, queste sono le terre da cui vengo, le terre che ricevono il lato oscuro, e le ombre della rettitudine morale dell’occidente. Racconto spesso ai miei amici quando viaggio negli Stati Uniti o in Europa, e vedo quanti, con molta diligenza, si affannano a differenziare la spazzatura, e penso a ciò che non viene raccontato a queste care persone che solo il 7 per cento di ciò che si suppone venga riciclato, viene davvero riciclato. Il resto, il 93 per cento viene spedito nei miei paesi: in Ghana, in Nigeria, e diventa il nostro parco giochi. Ho giocato sulle discariche di rifiuti dell’occidente. Le narrazioni che mancano a quei cittadini che fanno del loro meglio per fare la cosa giusta è che ci sono mondi nascosti, mondi sottili, mondi insorgenti, che sono da moltissimo tempo i destinatari di queste pratiche moralistiche. E anche questo è capitalismo estrattivista,  è il modo in cui i cittadini vegono illusi rispetto ai veri costi del lusso in cui vivono, rispetto ai costi di ciò che considerano “ordinario”. La modernità è costellata dai corpi degli schiavi africani trasportati oltre Atlantico ed è anche associata al caos climatico. Non solo dal riscaldamento globale del carbonio ma da un clima globale didisperazione. Se giuardate alle statistiche aumenta sempe più la perdita di fiducia nell’autorità costituita, la perdita di fiducia nello stato-nazione, la perdita di fiducia nella democrazia, perdiamo fiducia nelle cose che sono state il fondamento della civiltà moderna. Questa è anche un opportunità credo, ma allo stesso tempo causa di allarme, perché tutto sta andando a pezzi.

Quello che voglio sottolineare  è che la modernità è un vero e proprio “progetto immobiliare”,  per dirla con le parole di W.E. DuBois, il sociologo del XIX secolo. È qualcosa di più di uno stato di “cattura”, che si prende corpi neri e marrone, ma ha a che fare con la conversione del mondo in un’immagine pietrificata,  si diffonde a macchia d’olio, al di là della piantagione, si apre e sanguina in  concetti come la giustizia, l’individuo, il cittadino… Perché anche quando gli schiavi in fuga hanno trovato libertà, hanno rapidamente scoperto che la libertà non poteva essere concepita al di fuori di un’architettura bianca e al di fuori delle strutture concettuali che la nutrivano. Persino la libertà era prigione.

Perché chi fuggiva e rivendicava la libertà, doveva rivendicare la cittadinanza che è un’altra delle forme della modernità bianca. Non parlerò delle riserve indiane, o di innumerevoli azioni compiute per creare un mondo apparentemente stabile, razionalizzato.  Certamente le strategie coloniali  ebbero effetti devastanti a partire dalle appropriazioni territoriali e dai che le legittimavano ma per ora mi fermo qui: all’individuo, al soggetto “cittadino”,   l’individuo, il feticcio della modernità. Ciò che la modernità ama al di sopra di ogni altra cosa è l’idea dell’individuo “sano”, rimosso dal e isolato dalle terre selvagge di là dagli steccati.»

Nerezza

Nerezza non è un sogno pan africanistica associato a visioni di futura supremazia, ritorno dall’esilio e coerenza nazionalista e non parla nemmeno di una nerezza afrocentrica, statica ed essenzialista. Non si limita al concetto identitario antagonista associato alle dinamiche dell’identità nelle comunità Afro-diasporiche, e non è una promessa disincarnata e universale di emancipazione. In sintesi, questa nerezza non è una creatura dello Stato o della giustizia. Questa nerezza, pure secreta dalla storia e dalle storie e dai lutti di corpi neri, è l’olio votivo che illumina la fine di un “mondo”, cercando crepe nel vasto territorio umano (l’Anthropos), e promuovendo pratiche decoloniali fuggitive. Tale Nerezza sconcerta: è un invito a intrecciare i fili della complicità senza cadere nella comoda trappola della colpa; un invito a mappare il desiderio e a fare i conti con il fallimento. Un invito a combattere – non con i poteri stabiliti che disprezziamo, ma con le paradossali collusioni con cui sosteniamo tali poteri. 

Badate. Proprio come l’autismo non ha solo a che fare con eventi neurologici nella testa di un figlio, ma con i modi con cui produciamo e nominiamo i corpi e i mondi che li supportano escludendo altre corporeità, la Nerezza non riguarda solo persone nere (così come la bianchezza non riguarda solo i bianchi), anche se emerge dall’attenta considerazione dei contesti, delle esperienze e dei viaggi di entrambi. La nerezza è una cripistemologia [epistemologia che nasce da saperi considerati disabili/crippled NdT] che considera l’uomo, l’Anthropos, e ciò che fa, ciò che produce, ciò che esclude; la nerezza è la ricerca di nuove disabilità, di nuove fedeltà corporee. Riguarda un mondo macchinico che definisce alcuni colpi speciali – e altri corpi come appendici superflue, vicine all’animalità, e che non giungeranno mai alla gloria e alla nobiltà di quei corpi che si identificano come corpi bianchi: una nobiltà grevemente sostenuta dal diniego censorio della vitalità del mondo materiale. La nerezza non equivale agli slogan riprenderci il nostro, vendicarci, essere uguali, essere risarciti. Non equivale a quella opposizione normativa che rientra in fondo nell’architettura del progresso bianco. Riguarda invece il modo in cui corpi rimangono invischiati nei mondi che creano, nei mondi che li creano – riguarda le aperture, le crepe, che spesso emergono, quasi miracolosamente, riguarda i portali attraverso i quali possiamo intuire con un’intensità percettiva quasi animale che una diversa via è possibile.

 La nerezza non è solo una opposizione avversa e prescrittiva che interferisce con il progresso biancoè l’abbondanza nei confronti della quale siamo già indebitati – anche se non sappiamo bene come riconoscerlo. Parlo elle piume di polvere ricche di fosforo e delle diatomee morte negli antichi laghi dei deserti africani che volano al di là dell’Atlantico per nutrire i polmoni amazzonici del pianeta (e fanno eco ad altri viaggi che attravesarono l’Atlantico quattrocento anni fa); parlo della porosità degna-di-gratitudine che turba ogni vocazione alla permanenza.

 La nerezza – questa lettura elettrica e temporanea di ciò che  emerge attraverso la storicità della presa in schiavitù e della colonizzazione – è la possibilità estatica che anche la bianchezza si stia mutando in altro.

Tenerezza radicale (Audio/Video)

Ricordate Consensualizzare con Tenerezza radicale? pubblicato nel blog qualche mese fa?

“Tenerezza radicale” è un testo di Dani d’Emilia scritto insieme a Vanessa Andreotti, il testo fa parte del progetto del collettivo Gesturing Towards Decolonial Futures (GTDF) volto a attivare pratiche politiche di cura riconfigurando le connessioni tra ragione, affetti e relazionalità. Ne ho curato la traduzione, la lettura e la scelta improvvisata delle immagini (povere) a partire da quello che avevo sul cellulare. aggiungendo la sequenza centrale di danza tratta dallo spettacolo “fuori campo” con regia di Guido Mannucci e coreografato da Riccardo Novaria. Ballerina Lucia Mauri. Il clip con zaghroutah è interpretato da Wiisal Houbabi.

ecco il link al video…

https://youtube.com/watch/DDvUKF7OcO0

e cliccando di seguito potete leggere di nuovo il testo

https://clinicadellacrisi.home.blog/2022/01/29/co-sensualizzate-con-radicale-tenerezza/

Sud

Sud di Gisella Modica, pubblicato nel Lessico della Crisi e del Possibile (SEB27, 2019)

Puglia 1955

Sud: terra del numinoso, del meraviglioso, del sogno, disseminato di Madonne nere, colore della rigenerazione e dell’invisibile; di Sibille che richiamano la cultura sommersa della fiaba; di Sante, porte di accesso casalingo al soprannaturale, figure liminali, metà prefiche metà guaritrici, che assumono su di sé il dolore e facendo spazio all’altro creano possibilità di vita nuova.

Sud: terra del sacro come compresenza dei vivi e dei morti; dilatante esperienza conoscitiva oltre il confine della coscienza originata dal bisogno di sconfinare della mente; dall’intima consapevolezza che c’è qualcosa di essenziale per la propria esistenza che resta nell’ambito del non dicibile e del non visibile.

Sud: soglia tra centro e periferia, isola e continente. Punto “d’intersezione di derive opposte che si mescolano da cui gettare uno sguardo singolare che sottraendosi alla logica della globalizzata omologazione del fare e del pensare, è capace di cogliere punti di contatto tra due estremi”. “Posizione terza dove posso invitare l’altro ad entrare, ma anche l’altro può invitare me a venire fuori”. 

Sud: “pozzo mare” della propria infanzia. Luogo dell’immaginario che ha sede nell’anima o nel sogno. Polo sud del pensiero a cui si approda attraverso i sentieri dell’emozione e dell’esperienza facendo largo fra stereotipi e rimozioni. 

Sud: Condizione permanente di precarietà. “Senza una casa dove stare”. “Luogo dell’assenza e di non ritorno, o del ritorno ogni volta da reinventare” da cui si va e si torna sostituendo al cerchio un moto a spirale.  Fare su e giù. Fare e disfare per non perdere di vista il punto d’origine, geografico e simbolico, senza rimanerne intrappolate.

Sud: “Terra di forte impatto emotivo dove il grigio paludoso delle discariche e l’azzurro del mare si fondono e coabitano con uguale forza aprendo ad un immaginario caratterizzato dal contrasto e dall’ambivalenza. Fa sud sentire forte il contrasto tra la bellezza e l’orrore di una terra violentata, e di violenza così compatta da non fare passare niente. Tra l’amore e lo strazio per il suo degrado che sembra trascinare con sé affetti e cose care, causa di dolore. Vivere il dolore, stare sulla ferita può insegnare a relazionarsi all’altro.  Un approccio che attiva una forma di conoscenza empatica. Un sentire-vedere. Un’arma per incidere sul potere camorristico e mafioso, sulla legge del più forte. 

Il sud dentro di sé fa ruggine, come un meccanismo che s’inceppa costringendo a tornare sempre sullo stesso punto, a ripartire daccapo, dalla contraddizione, a fare continuamente i conti con se stesse. 

A sud l’atto di separazione dal luogo, dall’oggetto d’amore, da sé è necessario, come l’atto del respirare, costringendo a vie di fuga. Alcune le trovano nella scrittura, altre nell’emigrare.

Il sud è “resto” è “rovina” è “rimosso”, e il tipo di immaginario che trascina con sè è legato alla cultura del resto, del rimosso. Imparare dai resti – figure non chiuse, tracce, frammenti, scarti materiali e umani (rifiuti urbani, immigrati, clandestini, precari) – ti invita a lavorare su quello che manca, sulla perdita, sul non finito, sull’ immondo. Insegna a fare attenzione ai dettagli; ai margini; a ciò che muta continuamente e velocemente sotto i nostri occhi: indefinito, irregolare, contingente, asincrono.

Ripartire dai resti insegna a fare dello spaesamento un punto di avvistamento, di ricollocamento in una seconda vita.Insegna a fare della cicatrice, una porta. 

Nota: Le considerazioni sono frutto del convegno della Società Italiana delle Letterate “Terra e Parole: donne riscrivono paesaggi violati” svolto a L’Aquila nel 2013 e del seminario itinerante “Ripartire da sud” organizzato da Nadia Nappo e da me a Napoli e a Rende nel 2015. 

Venezia all’alba

W. Turner Campo Santo Venezia 1874

Oggi ho improvvisamente ricordato il testo teatrale incompiuto di Simone Weil “Venezia salva” – in cui Javier salva la città non per un tornaconto, ma perché, per la prima volta, la vede veramente nella sua bellezza e capisce che, come tutte le cose belle, non va distrutta ma preservata. Alla irrealtà velenosa della “forza” come motore di ogni cosa, che era il mantra nazista, Weil contrappone quella forma di attenzione e percezione delle cose che ha la sua radice nella mortalità. La mortalità come consapevolezza estrema e necessaria ad ogni generatività –che nutre l’attenzione alla bellezza di ciò che esiste nella contemplazione della transitorietà che genera l’amore e la cura. Quello che Weil/Violetta vede al sorgere del sole su Venezia si applica oggi al nostro rapporto con la trama indivisibile del vivente e del pianeta tutto. Oggi più che mai quando la catastrofe ecologica globale si allinea con la possibilità inedita nella storia della possibile distruzione atomica di ogni vita. E forse è proprio la rimozione costante della mortalità che alimenta la “normale malattia” paranoide della condizione umana e chiede un mutamento radicale dello sguardo.

Giorno che sorgi puro, sorridere sospeso sulla città d’un tratto e i suoi mille canali,

Quanto agli umani che accolgono la tua pace vedere il giorno è soave!

Il sonno mai mi aveva colmato
Come stanotte e dissetato il cuore.
Ma il giorno dolce ai miei occhi è venuto, Dolce più del mio sonno!

Ecco, il richiamo del giorno tanto atteso tocca la città tra le acque e la pietra.

Un fremito nell’aria ancora muta
Sorge per ogni dove.

Vieni e vedi, città, la tua gioia ti attende, Sposa dei mari, vedi, lontano e più vicino, tanti flutti rigonfi di sussurri felici

Benedirti al risveglio.

Non trovo il teso nella libreria allora apro a caso un altro testo di Weil: “Non ricominciamo la guerra di Troia” e leggo:

“In ogni ambito sembriamo aver perduto le nozioni essenziali dell’intelletto, quelle di limite, misura, grado, popolazione, relazione, rapporto, condizione, legame necessario, connessione tra mezzi risultati. Per limitarci alle questioni umane, il nostro universo politico è popolato esclusivamente da miti e mostri. Conosciamo solo entità, assoluti, come dimostrano tutti i termini del vocabolario politico e sociale. Nazione, sicurezza, capitalismo, comunismo, fascismo, ordine, autorità, proprietà, democrazie: potremmo citarli tutti, uno dopo l’altro. Non lli inseriamo mai in formule come: “c’è democrazia nella misura in cui…” O “C’è capitalismo a condizione che…”. L’uso di espressioni come “nella misura in cui” va al di là delle nostre facoltà intellettive. Ognuna di queste parole sembra rappresentare una realtà assoluta, indipendente da qualsivoglia condizione, oppure un fine assoluto, indipendente da qualsivoglia modo d’azione, o ancora un male assoluto; E allo stesso tempo sotto ognuna di queste parole noi mettiamo a turno, o anche simultaneamente, qualsiasi cosa. Viviamo in mezzo a realtà cangianti, varie, determinate dal gioco mobile delle necessità esterne, che si trasformano a seconda delle condizioni ed entro certi limiti; ma agiamo, lottiamo, sacrifichiamo noi stessi e gli altri in virtù di astrazioni cristallizzate, isolate, impossibili da mettere in rapporto tra loro o con le cose concrete. La nostra epoca sedicente tecnica non fa che lottare contro i mulini a vento. Basta guardarsi intorno per trovare esempi di assurdità criminali. Il caso più emblematico è quello degli antagonismi tra nazioni. Spesso pensiamo di spiegarli dicendo che nascondono semplicemente degli antagonismi capitalistici; ma dimentichiamo un fatto lampante, ovvero che la rete di rivalità, complessità, di lotte, alleanze capitalistiche esistenti a livello mondiale non corrisponde affatto alla divisione del mondo in nazioni. (…) considerata la circolazione internazionale il capitale, non si capisce richiamo capitalista dovrebbe essere interessato alla protezione del proprio stato più che a quella di uno Stato straniero(…) l’interesse nazionale non può definirsi attraverso l’interesse comune delle grandi imprese industriali, commerciali o bancarie di un paese, poiché quest’interesse comune non esiste, né attraverso la vita, la libertà e il benessere dei cittadini poiché non si fa altro che implorare questi ultimi a sacrificare il loro benessere, la loro libertà e la loro vita per l’interesse nazionale. In fin dei conti, se si esamina la storia moderna, si arriva alla conclusione che per ogni Stato interesse nazionale è la capacità stessa di fare la guerra… (…) ciò che un paese chiama interesse economico vitale non è ciò che consente i suoi cittadini di vivere bensì ciò che permette al paese di fare la guerra; Il petrolio è ben più adatto a innescare conflitti internazionali rispetto al grano. In definitiva si fa la guerra per preservare la crescita dei mezzi per fare la guerra. Tutta la politica internazionale gira intorno a questo circolo vizioso. Il cosiddetto prestigio nazionale consiste nell’agire in modo da dare sempre agli altri paesi impressione di essere sicuri di sconfiggerli, in modo da scoraggiare. La cosiddetta sicurezza nazionale è uno stato di cose illusorio in cui si conserva la possibilità di fare la guerra privandone tutti gli altri paesi. In fondo una nazione che si rispetti è pronta tutto compresa la guerra, pur di non rinunciare a fare la guerra se necessario. Ma perché bisogna poter fare la guerra? Non si sa, non più di quanto i Troiani sapessero perché dovevano tenere prigioniera Elena… Ma quando gli interessi economici politici hanno senso solo in vista della guerra come è possibile conciliarli in maniera pacifica? Bisognerebbe sopprimere il concetto stesso di nazione. O piuttosto l’uso di questo termine, dal momento che la parola nazionale e le espressioni che la contengono sono prive di significato hanno come unico contenuto milioni di cadaveri, orfani, mutilati, disperazione e lacrime.”

per Liana Borghi

Bello il convegno del 26 febbraio al Giardino dei Ciliegi dove Clotilde Barbarulli ci ha invitato a ricordare Liana Borghi. A cui era carissima la pratica della “diffrazione” , come campo indeterminato di creazione continua del possibile. Di fronte alle catastrofi del pensare e dell’agire che includono il colonialismo discorsivo ed epistemologico gli interventi hanno evocato le eredità generative di Liana e delle suo sentir-pensare, dalle prospettive “post-queer” su cui rifletteva Marco Pustianaz alla constatazione che nelle sue relazioni poetico-politiche Liana coglieva l’emergere di un “entusiasmo che precede” come ci ha ricordato Gaia Giuliani, cosa che porta diffrazione alle “utopie” mettendo in gioco un tempo profondo e dislocato (“deep time”), un futuro passato che si intreccia con le cose a-venire, riattivando capacità esiliate o menti parallele. Una visionarietà sospettosa di ogni ideologizzazione e di cui oggi c’è più che mai bisogno. Nel ricordare Liana e la passione con cui ha accompagnato anche noi in Clinica della Crisi pubblichiamo di seguito l’intervento che Maria Nadotti ha presentato al convegno.

Disseminare

Maria Nadotti

26 febbraio 2022

Potrebbe essere un’epoca straordinariamente interessante questa nostra. 

Tutto è in mutazione: il lavoro, la didattica, il rapporto stato/cittadin*, lo statuto dei corpi, il nesso salute/mercato, la strumentazione tecnologica, le forme della comunicazione, i linguaggi, le forme associative e la rappresentanza politica, il concetto stesso di vita e le categorie di valore cui essa tradizionalmente si accompagna (libertà, dignità, bene comune), la relazione tra ‘vivente’ e ‘non-vivente’, la percezione dell’altro da sé, persona/albero/animale/virus/lembo di terra che sia. 

Tutto ciò, naturalmente, è in mutazione da tempo. L’elemento di novità è l’accelerazione con cui il cambiamento si sta, grossomodo dagli anni Novanta del secolo scorso, manifestando. Si rischia – alla lettera dall’oggi al domani – di rimanere indietro, di perdere un pezzo, di disorientarsi, di non capirci più niente e, dunque, di delirare, allucinare, scambiare panche per tavoli. Oppure – ed è quello che più umanamente siamo tentati di fare – di rinchiuderci nel nostro particolare, di difenderlo con le unghie e con i denti, di mimetizzarci come fanno i lombrichi quando si acciambellano sotto il terreno, aspettando che passi. 

Il fatto davvero inedito di questa nostra epoca è che, forse, quel che oggi è in corso non passerà, perlomeno non in tempi commisurati al nostro modesto tempo di vita.  E questo, inevitabilmente, ci costringe a pensare ripensandoci, a guardare/ascoltare con maggiore attenzione l’habitat in cui siamo immersi e a riflettere in modo attivo sull’habitus cui in modo più o meno distratto, inerziale, difensivo o inconsapevole facciamo riferimento. Che margini di scelta abbiamo, per esempio? Quali sono le decisioni che possiamo prendere e quali ci sono interdette? Qual è il nostro bene e quale il nostro male? Di chi possiamo fidarci? A chi dobbiamo affidarci? È ancora possibile, verosimilmente, lottare? E, se sì, per cosa, insieme a chi e contro chi? Che scarto c’è, oggi, tra vita e sopravvivenza? È possibile pensare l’una scissa dall’altra o, in altri termini, separare la sopravvivenza del corpo dalla morte dell’anima, dello spirito, della coscienza cui è stata impedita la vita? Cos’è che tiene in vita una vita e la rende degna di essere vissuta? 

In ogni caso, là dove la confusione regna sovrana, dove l’ipotesi vale fino alla sua prossima e prevista smentita, che si obbedisca o si disobbedisca, che si rispetti la legge o ad essa si trasgredisca, fa un’unica differenza: l’obbedienza alimenta il caos, la disobbedienza lo interroga. 

Le foglie, quando d’autunno cadono, agiscono liberamente o è il loro destino di foglie a produrre, a tempo debito, il loro distacco dal ramo? Oppure è il vento che spira da Nord a spezzare il filo che le lega all’albero e a condurle a una nuova vita? Può una foglia disobbedire?

La lingua tedesca ha due termini per indicare il corpo. Körper e Leib: il primo è il corpo che occupa uno spazio ed è un oggetto tra gli altri, il secondo è il corpo proprio, umano e mio, come correlato dell’anima, della coscienza, di un soggetto che sente e percepisce. Oscillare tra la libera scelta e la suggestione altrui non è forse esattamente l’esito di questa dualità intrinseca al corpo, corpo/materia, corpo/cosa di contro al corpo/coscienza, corpo/intelletto. Possono, le due cose, essere scisse senza produrre il disastro?

Ed eccomi a Liana, un’amica molto cara e una delle intelligenze più lucide e inascoltate di questa nostra Italia che si sta inabissando nel non-pensiero e in una sorta di opacità emotiva e affettiva. Liana, di sé, diceva che sentiva/pensando, che la sua testa e il suo cuore lavoravano all’unisono. Chi l’ha conosciuta e ha studiato, esplorato, costruito, organizzato, chiacchierato, mangiato, viaggiato, riso insieme a lei sa che per lei non c’era soluzione di continuità tra il pensiero e il corpo con i suoi piaceri, le sue furie, i suoi dolori, le sue paure, le sue vulnerabilità. 

È da lì che nasce quell’impasto formidabile di idee e di sentimenti che rendono il femminismo di Liana così peculiare nel panorama dei femminismi italiani, così mosso, così recisamente nemico degli approdi ideologici, così in divenire, così aperto e pronto ad accogliere, così critico e autocritico.

Fino all’ultimo, davvero fino alla settimana prima di staccarsi fisicamente da noi, Liana ha voluto indagare con alcune/i di noi quella che le sembrava una delle proposte politiche e teoriche più interessanti nel panorama mondiale, quella che ci è arrivata da Bayo Akomolafe, interprete amoroso delle analisi femministe neomaterialiste e de-generi di Karen Barad.

Mentre i femminismi italiani continuano, se pur variamente, a parlare di identità di genere, della loro moltiplicazione come fenomeno emancipatorio, atto trasgressivo di indisciplina rispetto a un canone duro, o potenziale e nefasta cancellazione del ‘femminile’, Liana proponeva la via accidentata della disidentificazione, dello sganciamento progressivo dal bisogno di definirsi, di stare dentro o fuori da un riconoscibile e roccioso ‘io sono questo’. 

La sua instancabile ricerca non del nuovo, ma dell’a venire e dei segni che già lo annunciano, scompigliando e problematizzando le quiete acque dell’attivismo femminista contemporaneo, prendeva forma in un vero e proprio metodo di lavoro: 

Liana faceva e si faceva domande, e poi si metteva in ascolto, alla lettera ascoltava le risposte e tentava di darsene, creando un vortice collettivo di voci e raccogliendo l’ansia, lo smarrimento, la paura che ad esse si accompagnavano e mitigandoli proprio attraverso quell’amorevole lavoro di tessitura che ha caratterizzato la sua pratica femminista. Accogliere, tenere e mettere insieme.

Si situa qui la sua formidabile opera di ‘importazione’, ‘traduzione’ e ‘disseminazione’ di pensieri, scritti, pratiche provenienti da geografie, culture, lingue lontane da noi. Non per convincere o sedurre, ma per discutere e differenziare. Esplicitare la diversità per tenere davvero insieme, esplorando la potenziale ricchezza insita nel difforme e cercando quegli elementi che creano amicizia politica e comunanza anche là dove le idee sembrano divergere.

Un femminismo affettivo quello di Liana, capace – soprattutto  in questi ultimi anni – di  assumere la dissodisfazione, l’harawayano ‘staying in truble’, la nostra comune e inevitabile mortalità come miccia al pensiero e all’azione, come antidoto tanto alla rassegnata meditazione quanto al generoso ma cieco attivismo.

Segnalo in particolare la fermezza con cui Liana ha messo a tema la necessità di interrogarsi sulle parole, le silenziosità, le disfunzionalità, il senso di disagio che segnano noi e i nostri corpi. Come chiamare, per esempio, il corpo, oggi, qui, tra pandemia, guerre, metaverso e deliri di onnipotenza? Come rientra il ‘femminile’ o il ‘maschile’ in questa desolata terra di nessuno, che fa del corpo (di chi? di quant*?) l’assoluto a perdere e l’assoluto a conservare? Come cercare modi alternativi di capire le cose e come condividere tra di noi forme che ci sembrano funzionare? Come allineare il corpo con il mondo attuale? Come dare voce alla nostra rabbia senza esserne soffocate? Come riconoscere l’inadeguatezza dell’attivismo tradizionale senza precipitare nella passività, nella depressione, nella rassegnazione o nel cinismo? Come fare attivamente comunità in un mondo che sta costruendo la distanza e la separazione come nuova sfera pubblica?

Concludo con un pensiero ‘fantascientifico’ di Liana: se il mondo viene ‘fatto’ nominandolo, urge inventare parole/concetto inedite, spiazzanti, eversive, che non si limitino a rispondere alle parole dell’altro nella lingua dell’altro. Proviamo ad abbandonare il già noto e quel sottile, rassicurante velo di nostalgia che lo accompagna. Proviamo a muoverci al buio, mettendo al lavoro altri sensi e altri sentimenti. Per esempio, oggi, non la solita retorica femminista da cane di Pavlov contro la guerra  in Ucraina (con i suoi slogan aberranti, tipo “Fuori la guerra dall’Europa”), ma la dura interrogazione su dove sia la pace oggi nel mondo e su come possa esprimersi, nei fatti e nelle parole, il pacifismo dei femminismi contemporanei.