Palestina dreaming

manifestanti arrestate a Sheikh Jarrah

Frammenti esplosi di storia e di corpi 

La pulizia etnica legalizzata del quartiere palestinese di Gerusalemme Est di Sheik Jarrah e la  disparità estrema del potenziale di morte nel bombardamento continuo  del ghetto di Gaza (non ci si scandalizzi per questo termine: cos’‘è un ghetto se non un luogo da cui non si può liberamente entrare e uscire?) mettono in luce la drammaticità di una politica traumatica dei luoghi, animata dal fantasma persecutorio e “senza luogo” di una diaspora infinita che il pharmakon sovranista dello stato nazione non fa che moltiplicare. 

Coloro che si schierano oggi da destra a favore di Israele, lo fanno perché Israele è diventato il baluardo paradossale di quella stessa idea escludente che ha generato la Shoah. E che per i palestinesi determina da decenni una situazione neocoloniale espulsiva, tra apartheid e pulizia etnica, mentre Israele rischia di non riconoscere più la propria storia  nell’ immagine forclusa e scissa di ciò che essa stessa determina.  

La ricchezza stessa della diaspora, la sua opportunità politica è restata a lungo prigioniera di questo fantasma. Forse nel dolore profondo delle coscienze ebraiche aperte al far mondo come nei nuovi gesti di resistenza dei giovani palestinesi si nasconde una possibilità di cura e riparazione. 

 

*

 

Prendere parola senza entrare subito nel vortice delle identità ferite o dei “monumenti alla memoria traumatica” pare quasi impossibile. Se merita avvicinarsi con la dovuta reticenza e col dovuto rispetto a questa  storia è perché non riguarda solo gli “altri” ma  coinvolge la storia stessa della modernità e della contemporaneità e la difficile sfida di immaginare una diversa idea di democrazia e di Stato liberata dal paradosso di una  cittadinanza escludente o dal farmaco velenoso del nazionalismo.

Ma oggi più che le sintesi e le analisi sociologiche (che pure hanno un perché, ma ma a cui un breve articolo difficilmente farebbe giustizia) è più fertile far parlare i frammenti, le testimonianze vissute, le storie di vita o i volti dei manifestanti di Sheik Jarrah che si rivolgono al mondo per dire costruiamolo insieme.

3 sogni di donne palestinesi

Mio fratello Dominique Dubosc ha raccolto molte storie di vita quotidiana in Palestina dove, dal 2002 al 2006, ha girato diversi documentari. Potete vedere qui la versione completa di Ordinary stories (al link https://vimeo.com/224100726)  che consiste in una serie di testimonianze orali in cui donne e uomini raccontano i loro sogni o testimoniano senza retorica di un evento che li ha segnati. Una bambina legge il tema che ha scritto sul lutto della nonna per il taglio dell’ulivo, una donna anziana racconta di essersi cavata d’impaccio simulando la follia. Una donna più giovane legge le lettere d’amore inviatele dal marito quando era in carcere. Le lettere sono minuscole perchè i prigionieri non hanno il diritto di spedirle. Quando un prigioniero sa che verrà liberato, i compagni di prigionia gli consegnano minuscole lettere arrotolate e infilate in un piccolo segmento di cannuccia. Il prigioniero le ingerisce e dopo la liberazione recupererà dagli escrementi le missive e le consegnerà alle compagne.

Da questa serie ho trascritto e tradotto due sogni di una donna cinquantenne di Ramallah : « Dove andare» e « Il filo della biancheria » 

Ho anche incluso il racconto di una leggenda emergente : « i fidanzati del checkpoint », una storia che è stata raccolta con leggere variazioni e in epoche diverse in più punti dei Territori palestinesi.

 Si tratta di sogni che interpellano a un tempo la dimensione “individuale”, e la ferita collettiva dell’espulsione, della diaspora, della Nakba. 

Ma ecco il primo sogno :

da Ordinary stories

Da questo sogno non si esce

 

Lascia che ti racconti i miei sogni. Speriamo che siano di buon augurio.  Scendevo verso Ramallah… Non so che cosa volessi  comprare, ma volevo andarci.  Cammino risalendo verso la libreria al-Hosari. Vedo dei soldati di pattuglia che gridano : « Coprifuoco ! »  

Coprifuoco sul marciapiede della libreria… Ma non sul marciapiede di fronte! Da dove passare? Avevo paura. L’esercito occupava la strada. 

Sono avanzata a piccoli passi fino alla scuola Ahliyé. Anche lì c’erano delle jeep che sbarravano la strada. Non lasciavano passare nessuno. Cinquanta metri mi separavano dall’altro lato. Ma per dove passare?

Camminavo, camminavo, non so più dove…

Non so nemmeno se io da quel sogno sia uscita! 

 

Il filo della biancheria

 

Il secondo sogno. 

Voglio andare a Betlemme a trovare le mie due sorelle. 

So che ci metterò una vita per via dei checkpoint, dell’esercito e compagnia. Allora mi incammino e arrivo a Beit-Safafa. Là, mi guardo intorno.  L’esercito aveva innalzato enormi barricate di terra, come delle piramidi, tanto erano alte. Mi chiedo: perché? Poi vedo una sorta di  ponte più sotto. Guardo per vedere se posso passar sotto senza essere vista, e vedo che hanno teso dei fili per la biancheria.

Dove hanno appeso ogni sorta di persone, poveretti… E anche noi, se ci prendono!  Allora mi nascondo, mi chiedo come farò a  passare. Una voce dice: “ma perché trattate la gente come della biancheria?” 

Un’altra voce risponde: “che restino tra il cielo e la terra, che restino senza cielo né terra, questi Palestinesi!”

Poi entro nel tunnel, in effetti era un tunnel. Dove andassi, dove fossi, da dove passare non lo so. Non so se sono andata o meno a Betlemme. Ma so che lo spettacolo di quelle persone era incredibile e che ho sentito dire: «che restino senza cielo né terra! »

Una dialettica in forma di “sospensione”

Dall’incipit al femminile di quest’ultimo sogno (“voglio andare a trovare le sorelle”) al suo sorprendente epilogo dantesco (“io era tra color che stan sospesi”) questo viaggio nel labirinto palestinese mi sembrò subito un grande sogno che toccava una costellazione cruciale della psiche collettiva.. Ne parlai all’epoca con un collega che lavorava sui sogni “archetipici” : « Macché Grande Sogno – mi disse – è un sogno di compensazione. L’immagine della sospensione è quella del terzo girone, quello degli ignavi… ‘che visser senza infamia e senza lodo…’ perché i Palestinesi – aggiunse – sono incapaci di decidere, come coloro ’che mai non fur vivi’, mischiati agli angeli che non si schierarono ai tempi della battaglia celeste ma restarono spettatori, e come quelli cacciati sia dal cielo che dal profondo inferno,   … ‘a dio spiacenti e a’ nemici sui’ ».

Senza cielo e senza terra, insomma, secondo questa interpretazione i palestinesi sarebbero anch’essi ‘sospesi’, incapaci di determinare il proprio futuro, di liberarsi dai dirigenti corrotti e dal radicalismo suicida, incapaci di negoziare efficacemente la creazione del loro Stato. Una tesi che naturalmente fa comodo a chi in un modo o nell’altro vuol mantenere lo status quo della soluzione impossibile come “soluzione finale”.

Questo sguardo sul sogno non mi convinse affatto . Che nella loro lunghissima resistenza i palestinesi – non i loro dirigenti – esprimessero una incapacità di prender posizione non mi tornava proprio. E poi, l’essere sottomessi alle regole dell’occupazione, all’espulsione, all’esilio, allo stato d’emergenza permanente  è cosa ben diversa dal timore benpensante di chi rifiuta di prendere posizione : mi sembra un grave errore (e un  orrore) del privilegio confondere sventura e ignavia.

Inoltre, andando a rileggere il terzo canto dell’Inferno scoprii che il contrappasso degli ignavi non è quello di essere  sospesi ma di essere in perenne movimento, perseguitati da stimoli e pulsioni sotto guisa di vespe e mosconi. Sorpresa: il collega aveva preso una cantonata,  i sospesi sono invece Virgilio e le anime del Limbo (canto II), sospese tra aspirare e disperare. Una risonanza molto più coerente con il testo del sogno e con il contesto della sognatrice.  La sospensione nel Limbo è una condizione paradossale,  un ossimoro di  cui parlano sovente le poesie di Mahmud Darwish che dando voce all’aspirazione palestinese scrive per esempio : « abbiamo una malattia incurabile:  la speranza. »

Dietro l’alto muro che serpeggiando attraversa e frammenta i Territori, i palestinesi abitano uno strano Limbo nel cuore della questione che oggi se solo ci fermiamo e sospendiamo il giudizio ci interpella tutti : quali nuove immagini possono nascere dalla diaspora, dalla dislocazione, dall’oppressione, dalla devastazione della Terra stessa? 

Come abitare o reagire allo sguardo gerarchico che rende mostruosa colei o colui a cui viene negata la casa, l’abitare (come quando, nel famoso racconto della Torah, Abramo manda in esilio nel deserto l’altro figlio Ismaele – il figlio della concubina senza diritti e senza eredità e il fratello del figlio privilegiato,  Isacco) ?

Del resto questa dell’esclusione mostruosa è un’immagine che gli ebrei sono stati costretti a portare per secoli e che ha trovato il suo osceno moderno paradigma immunitario nella Shoah.

E tuttavia la dialettica tra ethos e ethnos, tra appartenenza e identità si congela nell’astrazione ideale del “mito” proprio nel momento in cui il sionismo rinuncia all’eredità diasporica  a favore del potere militare di uno Stato nato dal’idea dell’antisemitismo perenne e nel rifiuto di qualsiasi condivisione di sorte con l’altro fratello semita (gli arabi appunto, figli di Abramo via Ismaele). 

La chiave di analisi dell’ethos che qui propongo parte dal presupposto che nelle loro forme più alte sia le narrazioni dell’ebraismo che quelle dell’islam toccano con grande attenzione alcuni temi cruciali e critici: la relazione tra potenti e umili, tra padri e figli, tra fratelli che son sovente nemici, tra uomini e donne.

Questi temi, in particolare il tema di un “farsi sorella” che redime le forme dell’oppressione svalutante emerge con forza nella leggenda metropolitana che racconta Oum Amer, un’altra donna cinquantenne velata di bianco, una leggenda che sembra generarsi e rigenerarsi autonomamente in Palestina in luoghi diversi con alcune varianti e con modalità di trasmissione totalmente orali, come certe filastrocche o certi giochi di bambini che misteriosamente sopravvivono al variare dei tempi e dei luoghi. In Ordinary Stories Oum Amer dice di aver testimoniato personalmente questo evento nel 2005, ma un antropologo della Birzeit University dice di aver raccolto una versione di questa leggenda già nel 2000.

La leggenda dei fidanzati al checkpoint

da ordinary stories

«Ho assistito a una scena che non scorderò mai. Andavamo a un matrimonio in un villaggio vicino per la cerimonia della henné della sposa, quando abbiamo visto una folla a uno sbarramento. Che succede?

I soldati fanno problemi. Sono andata a vedere:

 C’era un giovane credente…

Ma devo premettere che ai nostri credenti non piace che gli uomini e le donne si tocchino. Dunque… il soldato diceva al credente:

 « Se baci la sposa passate tutti. »

Lui :  « Impossibile!»

La folla: « Dai baciala e non parliamone più! »

Lui : « Mai, è una donna sposata, la nostra legge è esplicita! »

La folla:  «  ma dài… Su, facci passare! »

Lui : « Mai! Preferisco che mi sparino piuttosto che toccarla. Siamo musulmani

o cosa! »

La folla:  « Trova una soluzione ! »

Lui: «  Meglio morire! »

Finalmente è la sposa che ha fatto il primo passo. Ha detto al giovane fedele:  

« Sei mio fratello davanti a Dio. »

 E l’ha baciato

Ci siamo tutti messi a piangere per questa scena indimenticabile. Poi ha detto a suo marito:

« Ho baciato quell’uomo, se vuoi divorziare, divorzia! E che tutto il mondo sappia perché ! »

Il marito ha risposto:  

« Tu sei mia moglie davanti a Dio! Hai risolto tutto, sei la pupilla dei miei occhi! Andiamo ! »

 Non vi dico quanto tempo c’è voluto per sbrogliarci, per uscire di lì!

Finalmente siamo passati tutti. Cosa volete,  è il nostro destino….»

La chiave della sorellanza

 Una grande rabbino-filosofo, Leon Ashkenazi, sottolineava che gli uomini  non riusciranno ad affratellarsi se marito e moglie oltre ad essere coniugi non passeranno da un’iniziale dissimetria a un’altra storia, quella dell’esser-fratelli, fondata sulla reciprocità generativa della sorellanza

Naturalmente nella leggenda del check point la sorellanza col credente islamizzato potrebbe solo sembrare un’astuzia volta a risolvere l’impasse delle reciproche rigicità – quella del soldato che non cede e esige l’umilazione e quella del fedele che rifiuta l’oltraggio alla sua credenza. Ma io credo che nella reazione del marito e della folla e nella popolarità stessa di questa leggenda emerga qualcosa di più, un valore a un tempo di rinnovata intimità (“sei la mia sposa” ) che è anche collettivo (“hai risolto il problema” “una scena indimenticabile”…) e cancella persino l’oltraggio subito che di fronte del gesto diventa così piccino da scomparire

*

La stessa narrazione della Torah ebraica sui fratelli semiti Isacco e Ismaele come quella  del conflitto tra Giacobbe e Esaù (prototipi mitici di una scissione da risolvere) annunciano  come la fratellanza tradita tocchi in profondità le ferite di una intra-relazione che richiede riparazione a partire da un conflitto generativo.

Askenazi spiega bene come anche Abele sia un gemello minore, un fratello aggiunto, e che sarebbe proprio la sua minorità, la sua accettazione del limite che gli permette di offrire il “miglior sarificio”, il che naturalmente rende paradossalmente più difficile la posizione di Caino, svantaggiato e accecato dal suo vantaggio di primogenito.  Ma anche là dove il secondogenito diventa primogenito con l’astuzia come nel caso di Giacobbe, oppure patisce l’esclusione radicale del deserto, come nel caso di Ismaele,  si creano squilibri che vanno sanati. E che dire di Abramo che pigliando lucciole per lanterne arriverebbe a sacrificare il figlio (Isacco per la Torah, Ismaele per il Corano) invece del suo potere patriarcale sui figli? Insomma anche nell’intreccio con le narrazioni religiose appare difficile sparigliare i conflitti delle eredità  storiche tra chi infligge e chi subisce ingiustizia.

Ed è qui che entra in gioco la cura della sorellanza – tema che potrebbe essere riletto e intrecciato con le nuove consapevolezze offerte dal pensiero e dalle pratiche femministe.

La legittimità intrinseca di una relazione che cura le scissioni sarebbe  costituita proprio dalll’intreccio di “intimità” (ciò che è permesso in privato e proibito in pubblico) e “sorellanza” (ciò che si articola in pubblico ed è proibito in privato). Il Cantico dei Cantici fa della sposa una sorella (non il contrario)  con gli accenti della passione :

Lo sposo

Mi hai reso folle, sorella-amata, mi hai reso folle

con uno solo dei tuoi occhi…

Giardino chiuso, sorella-amata, onda chiusa, fonte sicura !

Paradiso di melograno e d’aromi… (4 ;7-14)

La sposa – Chi ti darà a me come un fratello che allattò ai seni di mia madre ?

Ti troverò, ti abbraccerò

E non mi disprezzeranno(…)

E io divenni ai suoi occhi come un’inventrice di pace. (8 ;1,10)

 

Con quale forza riemerge allora questo stesso mitema nella leggenda della «fidanzata del check point » in cui la futura sposa si assume la responsabilità di essere sorella e salva simbolicamente il suo popolo e il suo matrimonio, diventando un’ « inventrice di pace » ? Lo salva da una duplice inimicizia, da quel nemico interno che è il fondamentalismo, lo slava cioè dall’ethnos, dall’adesione identitaria ideologica e regressiva che pure va accolta con serena fraternità come la parte totalizzante di ogni psiche che la rimozione punitiva non farebbe che pervertire. Ma lo salva anche dalla crudeltà del soldato che « non fa passare» e che deride la fede del vicino. 

La leggenda del checkpoint – come nella famosa parabola sul Baal Shem Tov sul “ricordo del ricordo di un rituale scordato che bastava per salvare dalla sciagura” – ci dice che anche quando anche il prezioso “ricordo di aver scordato qualcosa di essenziale” viene soffocato da una ritualità scissa o dall’aggressività proiettiva, necrofila e suicida,  una voce misconosciuta di donna, foss’anche quella  di una Shehrazade palestinese può trovare le parole del passaggio per riparare una relazione col mondo.

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