Memo anti-stronzismo

Una mappa riflessiva come dispositivo di ricerca per una desovranizazione dal basso prodotta dal collettivo Gesturing Towards Decolonial Futures. Originale al link https://decolonialfutures.net/portfolio/anti-assholism-memo/comment-page-1/

«La modernità coloniale, specialmente nella sua configurazione contemporanea, proietta un potente incantesimo narcisista a tonalità iper-individualista, iper-consumista e (auto) distruttiva. Attraverso l’educazione formale, i social media e i pacchetti di incentivi professionali, sia le culture mainstream che le contro-culture incoraggiano e premiano comportamenti tossici. Che includono la nostra percezione di separatezza dagli altri e dalla “natura” e il senso di una “eccezionalità” che giustifica meriti e supposte autorevolezze morali ampliando la rivendicazione di ciò che di dovuto a priori ci “spetterebbe”  in un posizionamento di autonomia senza responsabilità. 

Siamo inconsciamente condizionati a riprodurre comportamenti che sostengono la distruzione delle reti relazionali che ci nutrono, ivi compreso il pianeta di cui facciamo parte e da cui dipendiamo. Se le nostre culture contemporanee non possono offrirci una via verso la sobrietà e la maturità collettiva o un compasso per riparare i danni e per costruire relazioni basate su rispetto, reciprocità, consenso, fiducia e response-abilità, l’estinsione della specie umana è dietro l’angolo.

Rendersi conto che siamo TUTTI incasinati e che siamo diventati stronzi potrebbe essere uno (o il solo) dei modi per rompere l’incantesimo della modernità coloniale, per iniziare processi di disintossicazione attraverso il penoso lavoro di sgombro e compostaggio di cui abbiamo bisogno per uscire dal casino che abbiamo creato.

Nella nostra ricerca collettiva sullo stronzismo stiamo cercando di esplorare sia i sintomi che le possibili radici del problema. Queste sono alcune delle domande che ci siamo posti:

Quali pulsioni consce e inconsce socialmente valorizzate ci impediscono di costruire relazioni basate su fiducia, reciprocità e rispetto? Come beneficiamo personalmente da queste pulsioni? Come veniamo ricompensati socialmente quando riproduciamo questi comportamenti?

Stiamo cercando di mettere alla prova diversi esperimenti volti a interrompere questi schemi di comportamento che possono limitare la nostra capacità di costruire relazioni generative. Uno di questi esperimenti consiste in una lista di suggerimenti anti-stronzismo che potrebbero servirci da compasso per 

a) ciò che non dovremmo mai fare 

b) ciò che dovremmo fare sempre meno 

c) che dovremmo fare solo con autenticità 

d) ciò che dovremmo praticare comunque a prescindere dall’ “autenticità“ (per es. essere gentili)

Ora stiamo mettendo questo dispositivo alla prova ore vedere se attraverso pratica e ripetizione, la seguente lista può aiutarci a ricablare schemi di comportamento inconsci dannosi. Siete invitati a partecipare all’esperimento.

L’invito è di leggere innanzi tutto la lista e osservare come reagire ai suoi suggerimenti e alle sollecitazioni che contiene. Che cosa raccontano le vostre reazioni? Prestate particolare attenzione a cosa solleciti un senso positivo (o negativo) di autostima e di come questo potrebbe già essere un importante segnale di distorsione immaginaria (quando pensiamo a noi stessi come “più avanti” o “da un’altra parte” in questo processo di quanto non siamo realmente)


Potrebbe essere d’aiuto ricordare che quando ci si impegna in processi generativi il sé diventa iper-riflessivo (e consapevole dei passi indietro e delle difficoltà insite in questo genere di lavoro), il che significa non essere mai certi di rispondere davvero in modo generativo nei momenti di crisi o conflitto. Come un alcolista che si sta riabilitando, non si può mai dare per scontato di aver “risolto il problema”. Come accade con altre dipendenze, lo stronzismo che abbiamo incorporato dalla modernità coloniale può essere un disturbo che si cura, ma è più prudente presumere che non sia curabile.

Mentre leggete questa lista di suggerimenti cercate di immaginare come ogni aspetto potrebbe risuonare con il controcanto di  un campo relazionale radicato nella fiducia, nel rispetto, nella reciprocità, nel consenso e nell’impegno  responsabile a dar conto del proprio operare.

Ciò che non dovreste mai fare 

  1. Pensare di non far parte del problema 
  2. Sentirsi a priori nel giusto
  3. Aver ragione a tutti i costi (come arbitri della verità, della bellezza, della giustizia e/o della moralità) 
  4. Essere arroganti o vanesi
  5. Rispondere male o in modo sprezzante
  6. Essere crudeli o maliziosi
  7. Avere atteggiamenti condiscendenti o paternalisti (presumendo di poter “aiutare” gli altri)
  8. Svalutare altre esistenze (denigrando)
  9. Dar per scontato di essere più importanti 
  10. Rimettere qualcuno “al suo posto”
  11.       Pensare di “farla franca”
  12. Ritenersi immuni da responsabilità
  13. Fare di questa stessa lista un’arma.

 Ciò che dorreste fare sempre meno per poi smettere del tutto (ammesso che sia possibile)

  1. Pensare di essere uno di quelli “giusti”
  2. Offrire consigli non richiesti (“dovreste”). Non funzionano
  3. Fare i saccenti
  4. Condividere battute truci o sarcastiche con persone a cui risulta tossico. 
  5. Mettervi in una posizione di supervisione
  6. Consumare per compensare il sentimento di vuoto, di ansia o di tristezza. 
  7. Pensare che gli altri esistano per essere al vostro servizio o strumentalizzare le relazioni per sentirvi meglio
  8. Rendere invisibile il lavoro umano e di altre entità viventi che sono necessarie per la nostra esistenza
  9. Approfittare di altri per beneficio personale 
  10. Investire nella futurabilità/continuità di sistemi insostenibili 
  11. Permettere ai vostri traumi e insicurezze di governare le vostre decisioni. Immaginare una dinamica generativa del trauma implica un lavorio di cura, compostaggio, integrazione di insegnamenti  e imparare a mollare il controllo. La sola consapevolezza del trauma è insufficiente. 
  12. Occupare spazio collettivo per cercare conferme personali o senza avere considerazione per il tempo degli altri. 
  13. Utilizzare la propria vittimizzazione come moneta per promuovere sé stessi 

Cosa dovreste provare a fare più sovente e più autenticamente (quindi non come “sacrificio”) 

Ascoltate le vostre risonanze problematiche, specialmente se toccano la riproduzione inconscia di un comportamento sistemico dannoso. Ascoltate davvero. 

  1. Siate umili 
  2. Disarmate e siate disarmanti: offrite una critica gentile, onesta e che vi implica quando riportate altri alle loro responsabilità
  3. Siate intelligentemente sciocchi, non temete il ridicolo.
  4. Ammettete di aver avuto torto, che avete torto e che avrete torto. 
  5. Perdonate e chiedete scusa.
  6. Considerate che ci sono altre persone con voi che sanno sentire e i cui bisogni sono importanti quanto i vostri 
  7. Date priorità ai bisogni di altri più spesso, e poi scordatevene, non tenete conti.
  8. Perdonate e dimenticate i debiti che altri hanno nei vostri confronti 
  9. Ricordate e ripagate i vostri di debiti 
  10. Siate ospitali nei confronti di critiche e auto-critiche, ringraziate quanti riescono a offrirle con grazia. 
  11. Manifestate un rispetto incondizionato (accettare l’altro  non significa sponsorizzarlo).
  12. Notate ciò che non riuscite a imparare da conflitti ricorrenti, osservando i vostri schemi di resistenza. 

Cosa dovreste fare sempre di più (provateci a prescindere da come vi sentite)

  1. Siate gentili, generosi, premurosi  e pazienti 
  2. Siate grati, coraggiosi e intelligentemente intrepidi 
  3. Ridete di voi stessi 
  4. Permettetvi di essere sorpresi 
  5. Date spazio ospitale alla gioia, all’umorismo e alle risate 
  6. Coccolate – il vostro corpo non le vostre narrazioni 
  7. Fate ciò che è necessario più di ciò che volete 
  8. Scegliete di fare qualcosa che vi risulta difficile 
  9. Tendete la mano alle cose dolorose se vi verranno a visitare (e lo faranno) 
  10. Siate curiosi, osservate voi stessi senza investire in narrazioni di successo o fallimento, siate scettici rispetto alle vostre opinioni. 
  11.  Ampliate la vostra capacità di fare spazio a complessità, incertezza, pluralità, ambiguità e volatilità; accogliete i doni generati dai vostri fallimenti. 
  12. Siate sempre rispettosi e sospettosi, dite ciò che apprezzate degli altri senza alimentare insaziabili desideri di validazione, gratitudine o conferma (in voi stessi o negli altri) 
  13. Sviluppate un discernimento stratificato come obiettivo di tutta una vita e di una vita ampia, specialmente quando risulta difficile o complicato. Seceglitw le vostre battaglie con cura, quando potete.

Ricordate: tendiamo a giudicare gli altri in base alie loro azioni e giudicare noi stessi in base alle nostre intenzioni. Siate compassionevoli con gli altri e iper-attenti alle forme di indulgenza che rivolgiamo a noi stessi.

Esercizi per amici/parenti e compagni di vita:

  1. scrivi una lista di cosa ti farebbe sentire più vicin* a ______ [inserire il nome di un altr* significativ* – uman* o non uman*] 
  2. Scrivere una lista di cosa farebbe sì che ­­_______  si sentisse davvero più vicin* a te. 
  3. Scrivi una lista delle cose difficili che sarebbe necessario superare per propiziare un’evoluzione generativa della relazione.
  4. Scrivi una lista di cosa ti impedisce di farlo.
  5. Scrivi una lista di possibili future ripercussioni (per te ed altri)  della tua difficoltà a gestire diversamente la situazione  
  6. In cosa si radica la tua convinzione? E’ sostenibile? Hai un sufficiente senso di urgenza e dai sufficiente importanza alla  sfida del difficile lavorio necessario per dis-investire in comportamenti dannosi e mettere energia nell’incerto processo di ricablarti verso la costruzione di relazioni più generative? Fai una lista di tre cose che dovresti ricordare quando cedi alla frustrazione, alla spossatezza e allo scoramento rispetto alle sfide di questo processo.»

La montagna del “dovuto”

Dal collettivo Gesturing Towards Decolonial Futures https://decolonialfutures.net

Tradotto e riadattato da fabrice

Link originale https://www.youtube.com/watch?v=3qSyXiAKzoY

Questa è una montagna che conosciamo. La montagna del dovuto. [NdT. La parola inglese “entitlement” non significa esattamente diritto e tanto meno dovere ma nella maggior parte dei contesti indica la pretesa che qualcosa di dovuto, l’aspirazione a una indiscutibile prerogativa privilegiata, il sentirsi intitolati a qualcosa.]

Molti di noi vivono la propria vita spinti da questo senso del “dovuto”, da pretese e desideri di ….controllo, denaro, stabilità, certezza e sicurezza. A sinistra vediamo coloro che competono per arrivare in cima – le narrazioni che ci dicono “se ti fai un gran mazzo ce la farai”, “questo è mio e me lo merito”… vediamo anche alcune persone che spingono altre giù dalla montagna mentre cercano di arrivare in cima della montagna delle prerogative…e a destra vediamo altre persone che la scalano ma che lo fanno in una modalità cooperativa, dandosi una mano, non dicono “questo è mio” ma “questo è nostro” “ci aiuteremo l’un l’altro, insieme raggiungere ciò che ci è dovuto!” 

Un altro modo di guardare alla montagna è dalla prospettiva delle false promesse di un traguardo come quello di andare serenamente in pensione come culmine di una mappa della realizzazione di sé, di cui abbiamo dato conto in un’altra serie di slide sulle delle età della vita, del diritto a un successo professionale che porti alla terra promessa in cima alla montagna, e come ci rispecchiamo e riflettiamo su questa mappa? E’ davvero realistica? E chi sono le persone a sinistra  e a destra– e l’invito di questa slide è di chiedervi: la vedete o no? risuonate con alcuni dei personaggi che salgono…?

Qui vediamo su cosa poggi veramente la montagna delle prerogative privilegiate e del “dovuto”: violenza, massacri, genocidio, un vero e proprio tentativo di distruzione del pianeta. Stiamo provando a lavorare con diverse metafore che ci aiutino a raccontare questa montagna e ci siamo detti, proviamo a dire pane al pane e vino al vino, montagne di corpi morti, di specie morte, di fiumi morti, di umani morti, di società morte, questa immagine ci dice che per scalare la montagna dobbiamo investire nel diniego, dobbiamo restare nel diniego della nostra complicità e nella collusione con queste violenze e questi danni, dobbiamo negare di essere tutti implicati e dobbiamo negare i limiti del pianeta. Così le persone a sinistra che scalano la montagna sono quelle che negano che ci sia un qualsivoglia problema “andrà tutto bene” o “se c’è un problema non è certo un mio problema” Vediamo un altro personaggio che dice “lock them up keep me safe” cioè  “rinchiudeteli per proteggermi” e questo riguarda le politiche securitarie la cultura della denuncia immunitareia: “chiamate la polizia”, proteggete a tutti i costi confini e proprietà, la logica implicita per cui i profitti vengono prima delle persone.  E sul lato destro della montagna vediamo la prospettiva collettivista: se ce la mettiamo tutta possiamo riparare qualcosa, se ci fossero più voci al tavolo delle decisioni, o se la mia proposta innovativa incontrasse altre proposte innovative, ma qualunque siano le proposte restiamo complici delle violenze sottostanti quando scaliamo la montagna di ciò che ci sembra “dovuto”… vediamo anche in questa slide nella valle, persone che non scalano più la montagna ma che restano colluse con le violenze sottostanti – un personaggio sta meditando e dice “siamo tutti una cosa sola” e un altro dice “sono diventato vegano non mangio più carne.” Forse non compri più bottiglie di plastica o fai donazioni a una buona causa e dici “ ho fatto la mia parte, ho fatto abbastanza ed è tutto quello che posso fare,  già faccio abbastanza” e vediamo una sorta di positività tossica che nasconde in fondo il diniego della complessità dei problemi e vediamo anche di nuovo l’individualismo “io non compro più bottiglie di plastica” e dunque…non è un mio problema . E da qualsiasi parte la si guardi questa montagna vediamo che sta diventando sempre più difficile negare le faglie, le fratture, le crepe… sia che scaliamo sul versante destro cooperando nell’ascesa con le nostre idee brillanti o che restiamo a valle pensando che stiamo facendo abbastanza c’è un’implicita convinzione che si possa trovare una soluzione alla crisi e ugualmente accedere ai vantaggi che la cima della montagna promette.

Un’altra cosa che la montagna dei cadaveri rende visibile è la connessione con le discriminazioni legate a età, disabilità, classe e razza. E quest’epoca pandemica dovrebbe rendere ancor più evidente la violenza implicita nelle dinamiche sistemiche di esclusione. Sembrerebbe quasi in tempi di covid che scendere dalla montagna, rinunciare alla scalata verso la sicurezza e il privilegio non portino da nessuna parte se non nella montagna di corpi sepolti… 

Chiedersi allora che cosa succede a chi viene buttato giù e permettersi di vedere tutto quello che c’è dentro la montagna apre una serie di interrogativi…

A questo punto l’invito è di prendere qualche istante per ragionare su che cosa emerge nella percezione della vostra esperienza, quali sentimenti o pensieri emergano quando vedete questa immagine e ascoltate quste riflessioni, potete anche chiedervi con quali dei personaggi rappresentati vi identificate… e anche che reazione vi suscita questo riconoscimento…?

Questa slide è un invito a interrompere i nostri desideri coloniali, le nostre prerogative e fantasie coloniali, e guardare in quelle crepe capendo se e come i nostri antenati abbiano partecipato alla creazione e al consolidamento di strutture violente che hanno devastano popoli e pianeta, riflettendo anche un po’ sulla nostra collusione, sui privilegi che ci hanno lasciato in eredità, e questo fa male al cuore, ci fa sentire destabilizzati, scossi, spezzati, ci fa sentire quanto sia difficile rinunciare a quei desideri e attaccamenti, a quanto siano incorporati, e che non vi siano facili linee di fuga, se nel momento in cui ritengo di aver mollato l’attaccamento a queste prerogative e desideri vedo un’altra modalità da cui vengo catturato e che sto nuovamente cercando di scalare la montagna. Questa slide parla proprio della necessità di ampliare la crepa, anche se generalmente riteniamo che sia una brutta cosa contemplare il dolore e la sofferenza, ma se non lo facciamo permettiamo a qualcosa di tossico di continuare a contaminare generazione dopo generazione… Se ci consentiamo di contemplare e avere a che fare con questo marciume FORSE possiamo iniziare a compostare un terreno fertile dove qualcosa di diverso potrebbe crescere… dove qualcosa di diverso potrebbe accadere…dando spazio al metabolismo, permettendo il compostaggio e non un marcire ininterrotto… forse potremmo creare le condizioni per qualcosa che potrebbe – ma non necessariamente – essere migliore… si tratta dunque di costruire la nostra capacità di fare i conti col dolore nostro e con quello nel mondo, sviluppando una capacità di resistenza, per forse scoprirci meno fragili… forse riuscendo ad aprirci a questo spazio di radicale incertezza e possibilità? Sederci ai margini di ciò che conosciamo? Chiederci che cosa richiede e come prepararci….?

Abbiamo condiviso già molto sulla possibilità di sfidare noi stessi a guardare le brutture e le cose dolorose, su come non evitare questa dimensione – quindi prima di passare alla slide successiva prendete un momento per ascoltare le risonanze personali che genera la possibilità di una posizione che ci mette di fronte non solo a ciò che conosciamo ma anche a ciò che non conosciamo e a quello di cui ci sarebbe bisogno per esplorarlo….

Così quando passiamo un po’ di tempo a riflettere ai confini di ciò che non conosciamo e riusciamo davvero a lasciare andare il nostro attaccamento alla montagna delle prerogative dovute c’è la possibilità che si apra un portale….

questo portale di possibilità non è qualcosa che possiamo immaginare, semmai è come un buco nero nell’universo, che sai che c’è e che rappresenta una trasformazione totale pur non sapendo cosa c’è dall’altra parte…  quest’ultima slide parla della costruzione delle risorse per camminare verso questo portale di possibilità. Ed è difficile dire cosa sia un portale, ma possiamo dire qualcosa di ciò che non è, e di questo è possibile dire qualcosa: non ha a che fare col controllo, non ha a che fare con la certezza o la sicurezza, non ha a che fare con l’individualismo e la separabilità, non è una storia sola, non è un’utopia, non è la scelta del diniego, non è la nostra attuale cornice di riferimento. Così parliamo di quello che il portale non è per far spazio all’emergere di qualcosa che non è ancora immaginabile….

Co-sensualizzare con radicale tenerezza

di Vanessa Andreotti, Dani d’Emilia (e il collettivo Gesturing Towards Decolonial Futures) link http://lapubli.online/RadicalTenderness.html?fbclid=IwAR2nLAn4YMjf2HYmZcH2f5rqV-4HEmTdwNOHXlqt5Da5OwAlhdrrrFFoAhI

traduzione di Fabrice Olivier Dubosc

“Tenerezza radicale” è un dispositivo ispirato dalla pratica artistica di Dani d’Emilia e consiste in una serie di esercizi con un testo scritto insieme a Vanessa Machado de Oliveira Andreotti, Co-sensualizzare con Tenerezza Radicale fa parte del progetto di decolonizzazione dell’educazione del collettivo Gesturing Towards Decolonial Futures (GTDF) https://decolonialfutures.net. Questo testo cerca di attivare una pratica politica di cura che riconfiguri le connessioni tra ragione, affetti e relazionalità. Siete invitati a rileggere il testo ogni volta che vi sentite sconcertati, spaesati o scombussolati nel rimettere in discussione passate cartografie.

Co-sensualizzare con TENEREZZA RADICALE e…

accettare l’invito che ci fa essere presenti. 

L’invito a sintonizzarci con il corpo collettivo – umano e non umano.

Prendere nota di tutte le pelli e i luoghi che abitiamo, le ossa e le terre su cui poggiamo e che reggono il nostro peso.

Sentire l’intreccio con ogni cosa, comprese quelle brutte, spezzate e incasinate.

Mettersi in relazione al di là dei desideri di coerenza, purezza e perfezione.

Co-sensualizzare con TENEREZZA RADICALE e…

integratersi con un ben più ampio metabolismo, con una temporalità molto più lunga di quella del corpo umano.

Seguire un tempo a-normativo e a-lineare

Disattivare la brama di protagonismo, grandezza e lascito.

Smettere di temere la paura, l’incertezza e il vuoto.

Restare aperte e aperti ai doni della disillusione e del dissolversi. 

Lasciare andare senza crollare.

Co-sensualizzare con TENEREZZA RADICALE e…

ballare al di là del circuito di identificazioni e disidentificazioni, al di là di ciò che piace e che non piace.

Smettere di cercare di dar forma alla realtà a partire dalle compulsioni narcisistiche che chiedono piacere, conforto e convenienza.

Interrompere le forme di dipendenza dal consumo, non solo di “cose” ma anche di conoscenze, esperienze e relazioni.

Mollare possessi e possessività.

Rinunciare alle fantasie di comprensione, consenso e controllo.

Disarmare, sgombrare e decentrarsi.

Curiot

Co-sensualizzare con TENEREZZA RADICALE e…

Fare spazio all’ignoto e al non sapere, in voi stessi e negli altri.

Cercare una sensorialità piena più che la pienezza del senso.

Nutrire uno stato di meraviglia aperto, senza intrappolarlo sempre in ciò che ha senso.

Non rendere l’ “essere” ostaggio del “conoscere”.

Sviluppare una creatività non limitata al piano discorsivo. 

Recuperare le capacità esiliate, ampliare la sensibilità e dis-immunizzare  le intimità.

Prendere atto di come pensieri ed emozioni siano anche processi biofisici. 

Ascoltare autorevoli voci non umane e aver cura della nostra relazione con esse.

Restare aperte nei confronti di ciò che non si può e forse non si potrà mai capire

Non ricoprire ogni cosa con un velo interpretativo; far tacere il rumore di fondo che ci  impedisce di andare più a fondo e di relazionarci in modo più ampio. 

Co-sensualizzare con TENEREZZA RADICALE e…

Restare ricettive e ricettivi agli insegnamenti delle nostre ombre.

Fare il lutto delle nostre illusioni, compostare la merda, fermentare noi stess*. 

Imparare dagli errori ripetuti. In futuro farne solo di nuovi.

Scoprire un intero autobus di passeggeri e di creature differenti in voi stesse. 

Guardarsi allo specchio e lasciare andare la paura di deludere, di essere rifiutate e abbandonati.

Guardare in faccia le nostre collusioni con la violenza e disinvestire in arroganza, superiorità e status.

Lasciare andare la paura di “non essere all’altezza”, la pressione di “essere migliori” e il bisogno di conferme.

Offrire i doni del fallimento. Tutti e tutte sbagliano, tutte e tutti piangono.

Disattivare le aspettative di appartenenza e provare invece a disimparare la logica della singolarità ad ogni costo.

Accogliersi in quanto carine e patetici, essere coraggiosamente vulnerabili. 

Co-sensualizzare con TENEREZZA RADICALE e…

Far spazio affinché nuove forme di coesistenza ci incontrino. 

Rinunciando all’autonomia assoluta e all’ossessione formale. Trovando stabilità nel ritmo sotteso al movimento.

Attivando il senso dell’ascolto in ogni parte del corpo diventando testimoni nell’aver cura.

Ascoltando la saggezza inespressa di ognuno, nutrendo e accogliendo ciò che è intrinseco piuttosto che ciò che è funzionale e produttivo.

Ricordate che le nostre medicine sono sia indispensabili che insufficienti. 

Proteggiamoci a vicenda, pariamoci reciprocamente le spalle invece di aderire nel mero consenso.

Sintonizziamoci invece di empatizzare. Non è la stessa cosa.

Notate come ci muoviamo tra aree di agio, di tensione e di panico.

Aumentate la cura proporzionalmente al rischio.  Fatelo con umiltà, generosità e rispetto. 

Osservate le cose dolorose e difficili col sentimento di volerle davvero guardare.

Sentite il dolore della terra che ci attraversa.

Capite che la terra non è un’estensione dei nostri corpi, semmai il contrario.

Rendete collettivo il cuore, di modo che si apra e non si spezzi. Che contenga il dolore del e nel mondo, senza anestetizzarsi e senza esserne divorato.

Testimoniate di “poter essere” in modo plurale, “io e te”, “io in te”, e “noi” come “né io né te”.

Smettete di essere o questo o quello, siate entrambi e di più e oltre. 

Abbiate cura delle ferite che si aprono quando la pelle di un corpo si tende e strappa per ricevere ed essere riconfigurata.

Allenate i vostri muscoli intellettuali, politici e affettivi per far fronte alle intemperie e per prepararvi a maratone su terreni impervi.

Dissolvete i limiti e i pesi del corpo, permettendo ad altre ed altri di muoversi attraverso, con e per noi. 

Simona Sala

Co-sensualizzate con TENEREZZA RADICALE… 

e praticate un distacco appassionato.

Offrite cure palliative al mondo distopico che sta morendo dentro e intorno a noi.

 Digerite gli insegnamenti che ci offre la morte.  

Co-sensualizzate con TENEREZZA RADICALE

e collaborate alla nascita di qualcosa di nuovo, senza soffocare ciò che sta nascendo con proiezioni e idealizzazioni.

Co-sensualizzate una TENEREZZA RADICALE….

invocando ed evocando – con un movimento duplice e simultaneo – una pratica politica di cura e ben-essere che va al di là di ciò che l’intelligenza umana può comprendere . Consentitevi di essere un tramite partecipe di questo processo, con fluidità e mobilità. 

Esercizio

Leggete nuovamente l’invito a co-sensualizzare con tenerezza radicale, facendo attenzione alle cinque frasi che vi parlano più direttamente. Curate un testo che includa queste frasi e create esercizi artistici visuali, affettivi o kinestetici o qualche routine che vi aiuti a ricordare questi messaggi nella vostra vita quotidiana. Provateci per un mese, poi tornate al testo e ripetete l’esercizio con altre frasi.

Come in uno specchio oscuro

Riflessioni sull’inconscio pandemico

Fabrice Olivier Dubosc

La distanza non è una misura ma un ritmo

D.G. 

Vorrei esplorare la logica simbolica e discorsiva che sottende le prese di posizioni a favore e contro vaccino e green pass e evidenziare il riferimento costante alla teologia politica – in particolare nell’intreccio di posizionamenti, immagini, incorporati culturali, archetipi immaginativi, credenze nelle loro variazioni e inversioni – dimensioni che sottendono non solo i riferimenti apocalittici sul versante “complottista” ma che informano anche la derisione di ogni prospettiva critica da parte del campo piùacceso di quella che potremmo definire “governance anti-apocalittica.”  

Soprattutto, in questa scissione a tratti virulenta, svanisce la percezione di una grande occasione nel prendere atto del disastro della modernità capitalista, generato da una modalità di vivere, produrre, consumare. Per un tempo, durante il primo lock down, a molti era parso possibile che l’improvviso totale stop ci obbligasse a immaginare un rinnovamento profondo delle modalità di produzione, relazione, pensiero del bene e dei beni comuni. A volte parrebbe che la travolgente questione vaccinale abbia preso il sopravvento su ogni altra riflessione.

La situazione attuale di fatto mi ricorda un po’ quello che dice Carlo Ginzburg in Storia Notturna, il suo saggio seminale sul ripetersi storico della caccia ai supposti mostruosi untori (di volta in volta lebbrosi, musulmani, ebrei, streghe)  a proposito delle «tremende potenzialità di purificazione sociale racchiuse nello schema del complotto: ogni complotto fantasmatico tende a generarne uno reale di segno contrario[1]». Nel caso della pandemia abbiamo a che fare con due fantasmi di complotto: quello che nell’emergenza sanitaria vede solo un vero e proprio esplicito progetto politico-mediatico-epidemiologico volto a creare un controllo totalitario e quello speculare che demonizza come complottista ogni possibile spunto critico, ogni istanza di soggettivazione, differenziazione, problematizzazione che aspiri a un dibattito ampio che colga la costellazione complessiva della crisi. 

Molti i titoli mediatici esemplari che tentano di alimentare il rapporto tra potere e consenso facendo appello alla credenza in una sorta di fobo-estrattivismo in cui la paura serve a alimentare la credenza. Non è il contenuto ma la tonalità affettiva a rivelare che molto spesso il nucleo della credenza nasce dall’urgenza di un “complesso”, dall’angoscia stessa che lo struttura in modo totalizzante. Leggevo spesso il blog di una giovane donna ricco di spunti e riflessioni critiche e poetiche – oggi ogni post è dedicato a una strenua difesa delle politiche vaccinali o a ripostare articoli contrari ad ogni sua problematizzazione.

È comprensibile che le politiche della governance pandemica ritengano di  dover alimentare una credenza nella scienza attraverso la propaganda anche se sembra a prima vista del tutto paradossale.  Si dà per scontato che il “senso comune” plebeo non abbia gli strumenti per reggere l’incertezza che la ricerca tecno-scientifica genera e aderire ugualmente alle sue prescrizioni.  Al di fuori della propaganda scientista, strutturalmente, il corpo scientifico non può parlare con una voce univoca dato che la scienza stessa conferma le sue ipotesi in un processo  dialettico graduale e complesso – non esente da bias e condizionamenti –  di validazione di ipotesi che per lungo tempo restano provvisorie.  La porta si spalanca proprio sulle controversie delle dichiarazioni dei ricercatori: le mascherine chirugiche sono efficaci o no? L’origine del virus è la zoonosi o il laboratorio di Wuhan? Il coprifuoco e il lockdown sono più o meno efficaci del vaccino? Meglio la cura a base di plasma autoimmune o quella con anticorpi monoclonali? I protocolli per gli studi sono stati pienamente rispettati? Sono ancora in corso? Sono stati sospesi? Un vaccino è stato raccomandato prima agli over poi agli under, in alcuni Paesi sospeso per principio di precauzione (e dopo la sospensione la Francia ha inviato centinaia di dosi ridondanti in Africa.) l’opinione pubblica scopre così che la scienza è un campo di battaglia e la risposta all’incertezza si sposta sul piano della credenza che rassicura.

Di fatto gli enunciati scientifici non rispondono a una logica binaria (vero/falso) e la scienza è lungi dall’essere un dispositivo meccanico, neutro,  imparziale di produzione della verità. Bruno Latour, antropologo e sociologo della scienza con le sue ricerche sul campo su come funzionano davvero i laboratori di ricerca ha dimostrato la rilevanza delle reti di mobilitazione di capitali e di alleanze strategiche che indirizzano la direzione di una ricerca. Il processo scientifico si definisce del resto a partire da controversie generative tra scienziati non estranee all’intreccio con altre controversie, con altri interessi. ideologici, politici, economici, etici, religiosei artistici : ha dunque senso parlare di interessi « puramente scientifici »? Una linea di demarcazione così netta è impossibile. E’ particolarmente forte il legame con l’ingegneria informatica e bisogna pur ricordre che simulare un processo non implica e neppure consente necessariamente di comporenderlo

Come scrive Patrice Maniglier[2]  «Le scienze costituiscono un regime di verità accanto ad altri regimi di verità.» Ogni prospettiva è animata da un’aspirazione al vero propria di quella prospettiva e la storia umana non può essere ridotta a un freddo rapporto di correlazioni numeriche ma deve includere la pluralità di prospettive con cui cerchiamo di dar senso al caos a partire dalla realtà biologica, psicologica, socio-economia, spirtuale e politica in cui siamo immersi e che struttura il nostro rapporto con la vita e la storia.

Art by Michal Karcz

La propaganda come risposta alla supposta povertà del senso comune

Ed è evidente che la percezione più o meno conscia di questa complessità, di queste controversie costitutive del processo scientifico aumenta l’incertezza e il bisogno di schierarsi, di far diventare certezze asdolute le ipotesi provvisorie, i tentativi, le biforcazioni e le smentite che il reale sempre genera obbligando la scienza a una revisione e rimessa a fuoco dei suoi paradigmi. Nella misura in cui la governance politica teme il calderone delle opinioni, su cui per altro essa stessa si appoggia per ottenere  consenso, trascura però completamente il desiderio nascosto, l’aspirazione alla giusto sentire che si cela anche nel profondo di ciò che chiamiamo senso comune e che forse è la base di qualsiasi possibilità evolutiva dei sistemi umani. 

Una certa idea di Stato e di bene comune – quando non anima visioni che nascono da riconoscimento – e dal lutto per ciò che è perdita e distruzione – non fa che perpetuare le rovine tornando a presentarsi come un baluardo vontro la Rovina –– come l’indispensabile Stato-Leviatano di Hobbes e Schmitt, baluardo conto l’anarchia e le più basse pulsioni distruttive dell’umano. Quante volte nella storia il monopolio statale della violenza è stato rivendicato in nome del bene comune!

L’idea stessa di “baluardo” contro il male è del resto intrisa di quella teologia politica che viene oggi ridicolizzata in nome di una supposta più evoluta “razionalità computazionale” volta a garantire “realisticamente i “salvati” di fronte alle possibili catastrofi e alle moltitudini di sommersi. Come altrimenti interpretare la esplicita dichiarazione del ministro italiano per la transizione [tecno-]ecologica Cingolani, che aggiunge ad altri nel dire: «il mondo è progettato per 3 miliardi di persone.»

La Costituzione e la “mala intesa tutela di interessi collettivi”

C’è una idea non retorica di cosa possa costituire la democrazia stessa se il “senso comune” implicito nel concetto di persona (che intreccia diritti individuali e collettivi) viene invalidato, ritenuto  incompetente nel, in quanto incapace di prendere decisioni sufficientemente informate sui processi in atto? 

Mi chiedo se non si arriverà a proporre la revisione dell’articolo 32 della costituzione, in particolare la frase che dice che il legislatore “non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana” – un rispetto che rimanda al famoso habeas corpus – “che tu abbia un corpo!” –– pietra miliare dei dispositivi giuridici volti a temperare l’arbitrio assoluto di dare la morte con giudizio sommario o senza giudizio alcuno da parte del sovrano. 

Se lo Stato mette in questione l’integrità corporea, cioé il diritto dei corpi di muoversi, imponendo di fatto la revisione di un principio giuridico fondamentale – senza per altro confrontarsi con il senso di ciò che la Costituzione voleva significare – questa non è cosa da poco, da far passare come scontata conseguenza di uno stato di emergenza. Il diritto (sinora extra-giuridico) dello Stato di spostare e segregare alcuni in nome della salute mette dunque in questione un principio giuridico in nome della pubblica utilità, ma senza entrare nel merito di cosa implichi questa revisione.  Non si immagina nemmeno che un discorso politico sul bene comune potrebbe strutturarsi su una diversa più ampia visione di ciò che ci costituisce.  La storia dell’articolo 32 è interessante. Alcuni medici dell’Assemblea Costituente  si erano rivolti ad Aldo Moro chiedendo di introdurre delle limitazioni al potere del legislatore di disporre trattamenti sanitari coattivi. [3]  Di fronte a una proposta che contemplava la possibilità di perseguire politiche eugenetiche di sterilizzazione (proposta dal deputato del PCI Umberto Nobile) la Costituente approvò la formulazione proposta da Moro e cioè che ikl legislatore “non può violare i limiti del rispetto della persona umana”. Era una norma di sbarramento, come precisò bene lo stesso Moro in Commissione, «per evitare che la legge per considerazioni di carattere generale e di mala intesa tutela di interessi collettivi disponga trattamenti del genere.»

Fermiamoci un momento sulla possibilità così evocata che sia possibile intendere malamente la difesa degli interessi collettivi. 

Dal piano istituzionale è la magistratura a nutrire qualche ldubbio sulla costituzionalità della limitazione della libertà di movimento e anche di variazione della distanza tra i corpi, (che è un “ritmo” relazionale necessario). Trovo sintomatico che destra e sinistra appaiono diversamente uniti da una visione condivisa: la necessità di non far deragliare una certa idea di gestione politico-sanitaria del virus (e dell’economia).. Il 14 agosto 2021 il “Giornale” titolava così in prima pagina “Golpe della magistratura contro il green pass” (a commento della presa di posizione sull’incostituzionalità del Green Pass da parte di Magistratura Democratica). L’idea di una cittadinanza biologica si accompagna a quella di una governance epidemiologica permanente che mette in discussione i fondamenti giuridici e psicologici su cui ci siamo formati. L’enfasi crescente su localizzazione e tracciamento tolgono diversamente il respiro in forme che ridefiniscono in modo radicale la nostra quotidianità relazionale con un serio impatto psicologico e progettuale soprattutto sulle nuove generazioni che già faticano a immaginare orizzonti di sostenibilità immaginativa.

Teologia politica

Sto tentando di suggerire che apocalittici e anti-apocalittici appartengono psicologicamente alla medesima costellazione. Nuotano nelle stesse acque. Anzi, il fatto che alcuni degli attacchi più virulenti suscitati dalle posizioni di Agamben vengano ora estesi alle scienze umane nel loro insieme, al pensiero critico, alla filosofia giuridica sembra indicare che almeno alcune delle sue “sparate” hanno forse colto nel segno, se non altro di un mitema (apocalittico) comune al nostro inconscio culturale, e che la tecno-teologia politica continua ad animare. 

Le categorie della teologia politica sono per altro molteplici: sovranità, ordine gerarchico, una dialettica della storia votata al progresso, il sole radioso dell’avvenire, ma anche l’irruzione di un’alterità che rovescia le carte in tavola. Tutte queste sfere ideali e concettuali sarebbero radicate nei mitemi della nostra tradizione religiosa di una soluzione/redenzione a venire, come pure  l’idea di un risolutivo controllo mondiale dei processi sociali ed economici.[4]

Se è vero che i tentativi di descrivere una continuità assoluta tra un sistema di diritti liberaldemocratici e un regime totalitario restano problematici, bisogna pur ricordare la coerenza con cui Agamben da anni esplora le forme in cui le democrazie moderne con le loro politiche concentrazionarie ridefiniscono in forma meno cruda (almeno per chi non le subisce!) le pratiche escludenti del nazismo[5]

Alcuni sogni raccolti all’inizio della pandemia testimoniano del resto un radicale timore della ripetizione––su un’ ottava diversa––di una persecuzione escludente e totalitaria. La dimensione onirica tenta sovente di risvegliarci alle costellazioni traumatiche della storia che continuano a interpellarci nelle eredità che si celano nelle architetture sociali contemporanee [6]. Qualche forma di apocalisse non ha mai messo di aver luogo. In una recente raccolta americana di sogni sulla pandemia un sognatore racconta:

«Eravamo obbligati a lasciare le nostre case e sapevamo che il COVID era un’arma biologica che volta a creare una dittatura. Gruppi di persone si muovevano per le strade e venivano obbligati a entrare in grandi edifici. I gruppi ammassati sembravano rifugiati in riga – come ebrei diretti ai campi di concentramento.»

La teologia politica degli “anti-apocalittici.”

Chi attacca il complottismo apocalittico lo fa sovente a partire da una idea di digitalizzazione della natura come forma di razionalizzazione estrema necessaria alla governance biotecnologica di un nuovo ordine mondiale emergente. Un ordine che contempla esplicitamente l’“intervento governativo artificiale sulla condizione biologicadella società umana” come dice testualmente Benjamin Bratton, autore di un “Agamben WTF” cioè “Agamben che c…. dici” che è circolato nei social come risposta alla lettera di Agamben e Cacciari. [7]

In gioco dunque è proprio lo statuto del corpo biologico e insieme ad esso quello del corpo immaginale/relazionale che costituisce uno dei fondamenti del desiderio.

Bratton, per esempio  sostiene apertamente una visione epidemiologica della società come baluardo della ragione pubblica. La cosa più interessante (e inquietante) è che lo fa appelandosi alla  visione cyborg transumanista, in una visione mainstream di come intendere il non-binario del tutto funzionale al suo esplicito progetto biopolitico di “razionalità computazionale”.

Vediamo qui in nuce due forme emergenti di pensiero post-binario 

1 Il pluralismo ontologico post-umanista o new materialism o prospettivismo–– che presuppone «la moltiplicazione dei punti di vista,» quella ricombinazione cromatica generativa che implica l’agentività di ogni prospettiva e che viene espressa per esempio nella tradizione iniziatica Yoruba dalle gesta di trickster di Exu/Legba, il dio dei crocevia.[8]

2. Il post-dualismo cosiddetto transumanista che sembra invece risolversi nell’ennesimo elogio del Leviatano – l’unica analogia con la materialità del mondo (di cui per altro si nega la performatività o la si riduce sempre a qualcosa da controllare/sfruttare) è la materialità dello Stato o quella delle risorse cognitivo-computazionali – dal silicio ai biocomputer futuri – che la tecnoscienza può offrire.

Qui non posso non ricordare le considerazioni di Amitav Gosh ne la Grande Cecità sulla consapevolezza istituzionale del futuro impatto della crisi climatica come qualcosa di intrinsecamente incontrollabile a partire dalle logiche di produzione e organizzazione sociale capitalista. Che ci sia qualcosa di vero nell’idea logica e coerente di un piano B, un piano in grado di costruire una tecnosfera chiusa di sostenibilità per i “salvati” perché si considera ineluttabile il destino di sommersi, banditi, esclusi – insomma dei non cittadini, di chi meno degno di una supposta “buona vita” o escluso da essa per nascita o disgrazia, resta fuori dalle alte mura della Nuova tecno-Gersulamme? Molte delle derive istituzionali post-pandemiche e degli attacchi diretti o indiretti all’habeas corpus sembrano andare in questa direzione[9].

Amazzonia

Non si può ignorare che la crisi pandemica sia da questo punto di vista un banco di prova importante per l’idea emergente di democrazia o post-democrazia – per lo meno in relazione all’idea che lo stato di eccezione o di emergenza possa fluidificare la riorganizzazione della governance. La prospettiva anti-apocalittica e anti-complottista presentata come ragion pubblica rientra dunque pienamente in quel mitema apocalittico [nessuno può vendere o comprare al di fuori di un ordine numerico collettivo] che informa questa particolare versione della teologia politica binaria.

Vi è una sostanziale continuità di questa visione con il progetto della modernità coloniale: la promessa di un futuro radioso. Il linguaggio cambia:  al posto della bandiera c’è una piattaforma digitale ma il progetto di governance delle appartenenze e nella razionalizzazione dei consumi, non muta lo sguardo colonial-specista con cui l’umano legittima il suo potere di controllo.

Nessun bisogno di vedere in tutto questo un “complotto” piuttosto la logica inerente al tardo tecno-capitalismo, il tentativo di sopravvivere all’estinzione creando un nuovo millenario reich, una tecnosfera senza fratture o crepe basata sul riconoscimento biometrico applicato a tutto il vivente e destinato anche a tener fuori campo gli scarti e la polvere. Il fatto che l’algoritmo sia un’intelligenza binaria e superficiale lo rende ancor più pericoloso.

Di fatto la governance algoritmica si prefigura come “soluzione finale”, fine della storia, trionfo di un neo-progressismo del bene comune, che porrebbe fine a ogni conflitto e a ogni antagonismo (e non vi è nulla più radicalmente teologico-politico di una prospettiva che annuncia la fine della politica.)

E’ proprio questa teologia del controllo che tanti pensatori decoloniali hanno lavorato per decostruire in una prospettiva che non è né apocalittica né anti-apocalittica ma post-apocalittica. 

art by Vladimir Manyuhin

Trans-apocalisse: metamorfosi di un mitema

C’è una canzone di Bob Dylan “Blind Willie McTell” che descrive l’ethos sofferto dell’eredità schiavista nel sud razzializato degli Stati Uniti. In una prima versione il verso iniziale diceva «C’è una freccia sul montante della porta, dice che questa terra è condannata, da New Orleans a Gerusalemme» – Il riferimento al montante della porta ha radici ebraiche. Secondo la Torah l’angelo della morte vedendo sui montanti il sangue degli agnelli di quella che sarebbe diventata la Peshac – la Pasqua ebraica che celebra la fuga dall’Egitto– risparmiò il popolo eletto sterminando invece i primogeniti degli egiziani. Inoltre segnare le porte è sempre stato anche un modo di indicare segretamente i nemici da far fuori. 

La condanna – nella canzone – è inclusiva – il segno della condanna non risparmia più nessuno da New Orleans a Gerusalemme. Nelle versioni successive il verso viene però modificato così “da New Orleans alla Nuova Gerusalemme» – non riuscivo bene a capire il senso di questa seconda versione dylaniana che sembrava includere nella condanna dell’esclusione razziale persino la Città Celeste dell’Apocalisse!  

Fino a quando non ho letto “Queste terre selvagge di là dagli steccati» del filosofo e poeta postumanista nigeriano Bayo Akomolafe che descrive ironicamente l’opulenta città doro che scende sulla terra con tutti i suoi edifici di vetro trasparente, di diaspro circondata da altissime mura – esattamente centoquarantaquattro cubiti – numeri simbolici finché si vuole ma anche possibile immagine di “un dispositivo di controllo dell’immigrazione elevato alla potenza dell’infinito”  in cui solo gli eletti possono entrare!

La reazione alle persecuzioni e l’immagine stessa del ferreo dominio romano evocava probabilmente per certi versi già nella visione apocalittica una politica dell’identità reattiva; un’idea di riparazione escludente e di scissione definitiva e tra i degni e gli indegni. 

Eppure nella stessa Apocalisse vi sono tracce di una successiva possibile visione di riparazione che nasce dal rapporto profondamente rinnovato con la natura vivente nel suo insieme. Nel centro della città celeste, di fianco al fiume della vita, cresce un albero da cui nascono dodici frutti diversi, un albero arcobaleno, per così dire, e le foglie di questo albero servono per la “guarigione die popoli” [altrove tradotto con guarigione delle (o dalle?) nazioni].

Quello che sto provando a dire è che essere post-apocalittici non significa negare l’apocalalisse, le sue paure, i suoi mitemi di controllo sociale o di ribellione di una marginalità sacrificale ed elitaria. Non si tratta di negare  il dsiastro e le rovine – per certi versi l’Apocalisse è ongoing da sempre, in ogni atto di dominio, abuso, distruzione, genocidio, ingiustiza, razializzazione, riduzione in schiavitù e colonizzazione. Per riparare occorre fermarsi, scriveva Walter Benjamin, perché lo storico dovrebbe essere un profeta rivolto al passato che rifugge la tentazione ideologica di fuga verso un luminoso futuro ideale che spesso i monoteismi descrivono come soluzione finale a venire. In tal caso la Nuova Gerusalemme è già condannata.

AFTER 2089 by miguel membreño, El Salvador

[1] C. Ginzburg – Storia notturna, Adelphi, Milano, 2017, p.27

[2] Cfr. Patrice Maniglier Tout ce que vous avez voulu savoir sur Bruno Latour sans jamais oser le demander au SARS-CoV-2 – un moment latourien  su AOC on line

[3]  Cfr l’intervista a  Alessandro Mangia ordinario di diritto costituzionale nell’Università Cattolica di Milano https://www.ilsussidiario.net/news/obbligo-vaccinale-e-green-pass-moro-contro-draghi-leuropa-sta-con-lex-dc/2205455/amp/%5D

[4] Si veda per esempio in Apocalisse 13  “Le fu anche concesso di animare la statua [Imago] della bestia sicché quella statua perfino parlasse e potesse far mettere a morte tutti coloro che non adorassero la statua della bestia.  Faceva sì che tutti, piccoli e grandi, ricchi e poveri, liberi e schiavi ricevessero un marchio sulla mano destra e sulla fronte; e che nessuno potesse comprare o vendere senza avere tale marchio, cioè il nome della bestia o il numero del suo nome.” [Bestia in ebraico è Behemoth che Schmitt interpreta come il caos anarchico da cui lo Stato Leviatano dovrebbe difenderci ma che l’Apocalisse sembra descrivere come un dispositivo economico mediatico di controllo globale generatore di funeste scissioni socio-politico-religiose, che già si annunciavano delle politiche della forza e del dominio della Roma impoeriale. Anche se l’interpretazione letterale e fondamentalista di questo testo può dar vita alle più deliranti identificazioni come nel caso di Qanon e dei fondamentalisti delle destre cristiane esso evidenzia un potente sedimento nel nostro inconscio culturale  La sua stessa forclusione alimenta il desiderio che la profezia si autoavveri e probabilmente evidenzia una crescente angoscia di estinzione che sarebbe pericoloso per l’integrità della coscienza ignorare. 

[5] Gilles Deleuze  già anni fa scriveva: “Stiamo preparandoci a un regime, a una ‘intesa mondiale per la sicurezza’ alla gestione di una ‘pace’ fondata sulle paure, le angosce, le frustrazioni di tutti noi, individui ansiosi di soffocare ogni dubbio, ogni interrogazione, ogni pensiero critico”.

[7] Si veda per esempio l’intervista a Benjamin Bratton direttore del progetto Terraforming  per lo Strelka Instituite di Mosca finanziato dall’oligarca russo Alexander Mamut: https://palladiummag.com/2021/01/11/benjamin-h-bratton-on-terraforming-the-world-order/

[8] Eshu, dal berretto multicolore che tiene insieme gli opposti, nero e rosso (o nero e bianco). Un racconto spiega come Eshu sul suo cavallo passa davanti alle fattorie di due contadini che si erano promessi amicizia eterna ma cominciano a discutere del colore del suo cappello, così come viene percepito dal loro vertice di osservazione e iniziano a litigare furiosamente . Eshu torna e spiega chei entrambi avevano ragione ed entrambi avevano torto. E li esorta a diffidare di voti eterni che non tengano in considerazione Eshu il dio che ama le provocazioni, specialmente quelle che aprono alla complessità ineffabile del reale. (Cosentino 262).

[9] Questa sembra una versione tecnocratica dell’idea Schmittiana di Großraum “grande spazio terrestre” “sovranità estesa” [che per altro era ispirata anche alla dottrina americana di Monroe sulle ‘sfere di influenza’] e che si confuse per parecchio tempo con l’analogo concetto nazista di un “necessario spazio vitale di espansione.” Del resto dopo la “Notte dei lunghi coltelli” Schmitt plaudiva alla creazione del diritto grazie a quello che definiva  un “atto sovrano”, quando un Führer « nell’istante del pericolo in virtù della sua dittatura, crea immediatamente diritto in quanto giudice supremo[9]». Come è noto la cartina di tornasole della sovranità è secondo Schmitt proprio quella di poter sospendere i diritti e proclamare uno stato di eccezione. 

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esplorare le faglie/creare comunità trans-nazionali(un invito)

Condivido alcuni brani dell’introduzione al corso di Bayo Akomolafe “We will dance with mountains – into the cracks”

Esiste la possibilità di partecipare come gruppo (fino a dieci persone) condividendo la spesa – che per un corso così lungo mi sembra davvero contenuta… Sarebbe bello che un gruppetto di Clinica della Crisi partecipasse per poi condividere le pratiche emergenti dall’esperienza. Chi è interessato mi mandi un mail o scriva in Messenger o su whatsapp. C’è ancora posto! Una buona conoscenza dell’inglese è necessaria.

Trovate l’intera presentazione in inglese qui https://course.bayoakomolafe.net. Se vi interessa leggetela per intero.

Buona lettura

Da un anno e molti mesi, la pandemia da coronavirus ha spazzato il mondo come una febbre inarrestabile, attraversando le città da Auckland a Zacatenas, toccando villaggi remoti, infestando l’intimità spensierata del tatto, aggirandosi furtivamente tra membra intrecciate, aleggiando a mezz’aria, arruolando corpi africani con i suoi imperativi biologici, turbando la fiducia delle previsioni, suscitando accese discussioni Euro-parlamentari sul modo migliore di condurre la guerra, strappando la tela del cielo, costruendo consolati diplomatici nelle nuove elusive varianti del virus da dove enunciare agli umani convincenti corteggiamenti.

Nei mesi da quando i primi vaccini sono stati annunciati a un ordine globale esausto, sembra essere tornata una normalità virgolettata, accompagnata dalla colonna sonora di una persistente irruzione virale. I motori ronzano; gli amministratori sono corsi a spacchettare I vecchi attrezzi, a lucidare le aste delle bandiere, a stringere I vecchi bulloni, e a rassicurare ogni cittadino della funzionalità di quanto c’era prima. Ma c’è qualcosa di diverso: qualcosa fuori asse a livello molecolare. Non tutto è tornato come lo ricordavamo––nemmeno noi. L’accordo dissonante dell’ insuccesso––oggi fosse amplificato––innerva la passata allegria con cui cantavamo le cose. Forse oggi più che mai, I nostri ottimismi sembrano crudeli, le nostre speranze post coloniali affossate, le lotte per ottenere giustizia venate di cinismo. C’è quasi un desiderio che vada tutto in malora. La casa ci è stata sottratta. E dove vai quando tutto crolla, quando ti hanno portato via la casa, quando appaiono le crepe?

Corre voce che le crepe non siano necessariamente una minaccia. E che vi possa essere una curiosa abbondanza in quei luoghi di frattura.  Una leggenda dice che un popolo rapito arrivato sulle sponde brasiliane secoli fa trovò il modo di tessere una politica post-umanista di cura, una nuova teologia dell’annusare e del mangiare e toccare e percepire, un altare sovversivo di dei e dee nei loro terreiros fuggitivi. Chiusero gli occhi e ballarono con divinità multietniche nella coreografia di bizzarri santuari. E abitando nuovi siti di potere.

Forse quel sentimento di sconfitta contro-imperiale che ri-configura la normalità, che sollecita a nuove respons-abilità, a nuove dis-abilità, e alla ricerca di santuari, si sta muovendo in questi nostri paesaggi epidemiologicamente coniugati, in questa era dell’ “iposoggetto”* e del fuggitivo. Forse non vi è altro luogo dove andare se non nelle crepe. Forse il nostro attivismo più profondo è in questa danza ancora a venire.

* Iposoggetto: un termine coniato da Timothy Morton. “Iposoggetti sono gli squatter e i bricoleur. Essi abitano le crepe e gli avvallamenti. Ribaltano tutto e operano miracoli con scarti e resti.”

(…)

Questo corso aspira a costruire un approccio/ un’estetica che ci aiuti ad andare al di là della rigidità dei nostri paradigmi di giustizia, oltre la critica, oltre lo sfinimento delle politiche di sinistra e delle dinamiche elettorali, oltre la autoreferenzialità della cancel culture, oltre i limiti della teoria intersezionale e delle politiche della rappresentanza, oltre il fallimento delle ingiunzioni a recuperare il tempo perduto da cui dipenderebbe lo sviluppo del  cosiddetto Sud Globale, oltre la nostra rigidissima dipendenza dagli Stati nazione, e l’appiattimento della nostra immaginazione sullo status quo. Inoltre, questa nuova versione del corso cura particolarmente l’intreccio di un ethos post-nazionalista–una considerazione attenta ai fallimenti degli stati nazione e la necessità di nuove unità politiche che non dipendano dalla violenza dello stato.

Questa versione del Corso si distingue da quelle precedenti per l’attenzione alle pratiche e alla cura, non si tratta solo di parlare del creare santuario, ma di ‘farlo’–materializzando una umile pragmatica politica della trasformazione, con risposte diverse e nuove cosmo percezioni.

(…)

L’obiettivo formativo di questo corso animista è di mettersi al servizio di coloro che sono stati disarticolati feriti e delusi dalle politiche dominanti e anche dalle controffensive degli attivismi–è per coloro che non ne possono più dei soliti modi di parlare, che sono spossati dall’obbligo di aderire e che aspirano ad altri modi di generare respons-abilità per questi tempi interessanti. Il corso offre ricontestualizzazioni ispirate da tradizioni, intuizioni e letture che offrono un punto di rottura fuggitivo dal solito tran tran. In altre parole il focus del curriculum di questo corso è di far lavorare le ferite, di trattarle come portali e faglie connesse a importanti movimenti tellurici invece che come problemi da sradicare a partire da un modello dominante.

Ma l’obiettivo di questo corso non è di aiutare le persone a “capire” o di giungere a un consenso cristallizzato– e nemmeno di trovare soluzioni ai nostri problemi; l’invito singolare di questo festival è di comporre insieme una celebrazione politica trans-locale dell’invisibilità, un’estetica postnazionalista e postumana volta a incontrare il mondo in altro modo, un cadere a terra insieme, diventando vivi in altro modo. Vogliamo coltivare nuove sensibilità, condividere ricette per mangiare ed essere mangiati, invitare nuovi profumi e visioni.

La Nerezza è il leitmotiv questo corso. Questa Nerezza non è un sogno pan africanistica associato a visioni di eventuale supremazia, ritorno e coerenza nazionalista e non parla nemmeno di una nerezza afrocentrica, statica ed essenzialista. Non si limita al concetto identitario antagonista associato alle dinamiche dell’identità nelle comunità Afro-diasporiche, e non è una promessa disincarnata e universale di emancipazione. In sintesi, questa Nerezza non è una creatura dello Stato o della giustizia. Questa Nerezza, pure secreta dalla storia e dalle storie e dai lutti di corpi neri, è l’olio votivo che illumina la fine di un “mondo”, cercando crepe nel vasto territorio umano (l’Anthropos), e promuovendo pratiche decoloniali fuggitive. Tale Nerezza sconcerta: è un invito a intrecciare i fili della complicità senza cadere nella comoda trappola della colpa; un invito a mappare il desiderio e a fare i conti con il fallimento. Un invito a combattere–non con i poteri stabiliti che disprezziamo, ma con le nostre paradossali collusioni che sostengono tali poteri. Un invito a pensare.