esplorare le faglie/creare comunità trans-nazionali(un invito)

Condivido alcuni brani dell’introduzione al corso di Bayo Akomolafe “We will dance with mountains – into the cracks”

Esiste la possibilità di partecipare come gruppo (fino a dieci persone) condividendo la spesa – che per un corso così lungo mi sembra davvero contenuta… Sarebbe bello che un gruppetto di Clinica della Crisi partecipasse per poi condividere le pratiche emergenti dall’esperienza. Chi è interessato mi mandi un mail o scriva in Messenger o su whatsapp. C’è ancora posto! Una buona conoscenza dell’inglese è necessaria.

Trovate l’intera presentazione in inglese qui https://course.bayoakomolafe.net. Se vi interessa leggetela per intero.

Buona lettura

Da un anno e molti mesi, la pandemia da coronavirus ha spazzato il mondo come una febbre inarrestabile, attraversando le città da Auckland a Zacatenas, toccando villaggi remoti, infestando l’intimità spensierata del tatto, aggirandosi furtivamente tra membra intrecciate, aleggiando a mezz’aria, arruolando corpi africani con i suoi imperativi biologici, turbando la fiducia delle previsioni, suscitando accese discussioni Euro-parlamentari sul modo migliore di condurre la guerra, strappando la tela del cielo, costruendo consolati diplomatici nelle nuove elusive varianti del virus da dove enunciare agli umani convincenti corteggiamenti.

Nei mesi da quando i primi vaccini sono stati annunciati a un ordine globale esausto, sembra essere tornata una normalità virgolettata, accompagnata dalla colonna sonora di una persistente irruzione virale. I motori ronzano; gli amministratori sono corsi a spacchettare I vecchi attrezzi, a lucidare le aste delle bandiere, a stringere I vecchi bulloni, e a rassicurare ogni cittadino della funzionalità di quanto c’era prima. Ma c’è qualcosa di diverso: qualcosa fuori asse a livello molecolare. Non tutto è tornato come lo ricordavamo––nemmeno noi. L’accordo dissonante dell’ insuccesso––oggi fosse amplificato––innerva la passata allegria con cui cantavamo le cose. Forse oggi più che mai, I nostri ottimismi sembrano crudeli, le nostre speranze post coloniali affossate, le lotte per ottenere giustizia venate di cinismo. C’è quasi un desiderio che vada tutto in malora. La casa ci è stata sottratta. E dove vai quando tutto crolla, quando ti hanno portato via la casa, quando appaiono le crepe?

Corre voce che le crepe non siano necessariamente una minaccia. E che vi possa essere una curiosa abbondanza in quei luoghi di frattura.  Una leggenda dice che un popolo rapito arrivato sulle sponde brasiliane secoli fa trovò il modo di tessere una politica post-umanista di cura, una nuova teologia dell’annusare e del mangiare e toccare e percepire, un altare sovversivo di dei e dee nei loro terreiros fuggitivi. Chiusero gli occhi e ballarono con divinità multietniche nella coreografia di bizzarri santuari. E abitando nuovi siti di potere.

Forse quel sentimento di sconfitta contro-imperiale che ri-configura la normalità, che sollecita a nuove respons-abilità, a nuove dis-abilità, e alla ricerca di santuari, si sta muovendo in questi nostri paesaggi epidemiologicamente coniugati, in questa era dell’ “iposoggetto”* e del fuggitivo. Forse non vi è altro luogo dove andare se non nelle crepe. Forse il nostro attivismo più profondo è in questa danza ancora a venire.

* Iposoggetto: un termine coniato da Timothy Morton. “Iposoggetti sono gli squatter e i bricoleur. Essi abitano le crepe e gli avvallamenti. Ribaltano tutto e operano miracoli con scarti e resti.”

(…)

Questo corso aspira a costruire un approccio/ un’estetica che ci aiuti ad andare al di là della rigidità dei nostri paradigmi di giustizia, oltre la critica, oltre lo sfinimento delle politiche di sinistra e delle dinamiche elettorali, oltre la autoreferenzialità della cancel culture, oltre i limiti della teoria intersezionale e delle politiche della rappresentanza, oltre il fallimento delle ingiunzioni a recuperare il tempo perduto da cui dipenderebbe lo sviluppo del  cosiddetto Sud Globale, oltre la nostra rigidissima dipendenza dagli Stati nazione, e l’appiattimento della nostra immaginazione sullo status quo. Inoltre, questa nuova versione del corso cura particolarmente l’intreccio di un ethos post-nazionalista–una considerazione attenta ai fallimenti degli stati nazione e la necessità di nuove unità politiche che non dipendano dalla violenza dello stato.

Questa versione del Corso si distingue da quelle precedenti per l’attenzione alle pratiche e alla cura, non si tratta solo di parlare del creare santuario, ma di ‘farlo’–materializzando una umile pragmatica politica della trasformazione, con risposte diverse e nuove cosmo percezioni.

(…)

L’obiettivo formativo di questo corso animista è di mettersi al servizio di coloro che sono stati disarticolati feriti e delusi dalle politiche dominanti e anche dalle controffensive degli attivismi–è per coloro che non ne possono più dei soliti modi di parlare, che sono spossati dall’obbligo di aderire e che aspirano ad altri modi di generare respons-abilità per questi tempi interessanti. Il corso offre ricontestualizzazioni ispirate da tradizioni, intuizioni e letture che offrono un punto di rottura fuggitivo dal solito tran tran. In altre parole il focus del curriculum di questo corso è di far lavorare le ferite, di trattarle come portali e faglie connesse a importanti movimenti tellurici invece che come problemi da sradicare a partire da un modello dominante.

Ma l’obiettivo di questo corso non è di aiutare le persone a “capire” o di giungere a un consenso cristallizzato– e nemmeno di trovare soluzioni ai nostri problemi; l’invito singolare di questo festival è di comporre insieme una celebrazione politica trans-locale dell’invisibilità, un’estetica postnazionalista e postumana volta a incontrare il mondo in altro modo, un cadere a terra insieme, diventando vivi in altro modo. Vogliamo coltivare nuove sensibilità, condividere ricette per mangiare ed essere mangiati, invitare nuovi profumi e visioni.

La Nerezza è il leitmotiv questo corso. Questa Nerezza non è un sogno pan africanistica associato a visioni di eventuale supremazia, ritorno e coerenza nazionalista e non parla nemmeno di una nerezza afrocentrica, statica ed essenzialista. Non si limita al concetto identitario antagonista associato alle dinamiche dell’identità nelle comunità Afro-diasporiche, e non è una promessa disincarnata e universale di emancipazione. In sintesi, questa Nerezza non è una creatura dello Stato o della giustizia. Questa Nerezza, pure secreta dalla storia e dalle storie e dai lutti di corpi neri, è l’olio votivo che illumina la fine di un “mondo”, cercando crepe nel vasto territorio umano (l’Anthropos), e promuovendo pratiche decoloniali fuggitive. Tale Nerezza sconcerta: è un invito a intrecciare i fili della complicità senza cadere nella comoda trappola della colpa; un invito a mappare il desiderio e a fare i conti con il fallimento. Un invito a combattere–non con i poteri stabiliti che disprezziamo, ma con le nostre paradossali collusioni che sostengono tali poteri. Un invito a pensare.

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