Nel razzismo, i negri, gli ebrei, gli indios, i palestinesi, i rifugiati, gli zingari, i migranti sono stati di volta in volta effigie di un nodo storico (e pulsionale) irrisolto. Essi rappresentano un doppio perturbante, un testimone paradossale di ciò che non è visibile, in particolare dei cadaveri assenti, dei rifiuti umani, che la ancanza di sepoltura consegnaa una tomba vuota. Ma, in questo caso, la tomba vuota è un residuo spettrale e persecutorio non una promessa di resurrezione. In questa immensa tomba vuota, dire negro significa evocare tutti i cadaveri assenti di cui questo nome sarebbe un sostituto.
Ogni volta che evochiamo la parola “negro” facciamo riemergere alla luce del giorno tutti i rifiuti del nostro mondo, questa eccedenza la cui assenza nella tomba è insolita quanto terrificante [Mbembe, 2012, p. 86].
In quanto effigie dell’invisibile rimosso e dei morti senza sepoltura: Il negro è quel fuoco che illumina le cose della caverna, o ancora della tomba vuota che è il nostro mondo, quali esse sono realmente È il polo oscuro del mondo, come l’Ade omerica, il regno delle cose periture dove la vita umana è caratterizzata dalla sua precarietà e dalla sua estrema fragilità. È lo scandalo dell’umanità, il testimone vivente, senza dubbio il più inquietante, della violenza e dell’iniquità del nostro mondo [ivi].
Sono i bambini le prime vittime. Inaccettabili vittime i bambini che annegano nel Mediterraneo nei naufragi dei barconi. Altri bambini (in Libia) hanno perso la vita per soffocamento da esalazioni tossiche nei container che avrebbero dovuto condurli verso vite nuove, possibili. Quelle vittime infantili evocano il dolore supplementare di disgustose discussioni lanciate in rete per mettere in dubbio la verità delle immagini dei loro corpi senza vita, inaudite parole di dubbio sulla veridicità di scatti verissimi, che schiantano il cuore.
bikini e burkini
Bikini vs Burqa: così titolò la Bbc commentando il match di esordio della squadra egiziana di beach volley contro la Germania alle Olimpiadi di Rio 2016. Le due atlete nordafricane, Doaa El-ghobashy e Nada Meawad, indossavano una tuta con maniche e pantaloni lunghi, e la prima, a differenza della compagna, portava anche un velo a coprire il capo1. Le tedesche, invece, giocavano in bikini, la tenuta più diffusa nel beach volley femminile. Tanto bastò ai media internazionali per trasformare la partita nella rappresentazione plastica di uno “scontro di civiltà”.
buonismo
Forse non c’è oggi parola più vituperata di buonismo (e buonista) nella lingua italiana. Venne utilizzata per la prima volta nel 1993 per ironizzare sulla strategia politica di Walter Veltroni, e della sua apertura – secondo molti eccessiva e accondiscendente – nei confronti degli avversari politici. Fu poi rilanciata da Ernesto Galli della Loggia, che sul “Corriere della Sera” del 18 settembre 1995 titolava Chi non vede gli immigrati. La solidarietà ‘buonista’ del centrosinistra. La critica alle strategie di presa in carico del fenomeno migrante, considerate ingenue e vaghe, dilagò. Il significato di buonismo assunse toni sempre più dispregiativi: non indicava più ironicamente un’eccessiva apertura all’avversario politico ma la dabbenaggine idealista di chi considerava l’accoglienza solidale un valore costituzionale.
caduta del cielo
Nel settembre del 1984 venne pubblicato un libro intitolato Gli ultimi Yanomami. Un tuffo nella preistoria. All’epoca avevo già vissuto quattro anni nell’area del Catrimâni, operando con e a favore degli indios Yanomami; poiché i miei sforzi professionali derivavano dall’esigenza di contribuire alla loro sopravvivenza fisica e culturale, la parola “ultimi” m’indignò alquanto. Nel luglio del 2017 il “Corriere della sera” ha pubblicato un servizio che includeva il sottotitolo La preghiera degli ultimi Yanomami. Tra i due titoli sono trascorsi trentatré anni, eppure in Italia si continuano a utilizzare le stesse banali, stereotipate parole. Basta leggere La caduta del Cielo, dello sciamano Yanomami Davi Kopenawa, per capire quanto abbiamo da imparare dalla sensibilità indigena in relazione all’ambiente.
caleidoscopi familiari
Madre e moglie, questo innanzitutto dovevi essere se nascevi donna prima del secolo scorso. Poi il femminismo della seconda metà del Novecento ha messo in discussione tutto. Ma vale ancora l’avvertenza che ci ha lasciato Simone de Beauvoir ne Il secondo sesso: «Il matrimonio moderno può essere compreso solo alla luce del passato che esso perpetua»
campo
Il vocabolario Treccani definisce innanzi tutto il “campo” come “spazio libero”. I campi dove vengono relegati profughi e migranti sono invece luoghi di confino e sovente al confine dove non sono liberi né l’accesso, né la permanenza e neppure la gestione degli spazi e del tempo. Il concentramento di profughi e migranti in campi ha iniziato a consolidarsi in occidente dal secondo dopoguerra in poi. Da soluzione temporanea per l’emergenza, i campi sono diventati la risposta sistematica alla gestione degli “indesiderati” e dei richiedenti asilo.
carcere
Il carcere è il luogo in cui vige un potere assoluto che comprime la vita del condannato come misura di compensazione per il reato (e come supposta pratica di rieducazione). Il carcere è un luogo che fa dell’invisibilità il perno della propria legittimazione. La sua ragion d’essere, la privazione della libertà, si concretizza nella definizione architettonica che lo rende impenetrabile, non raggiungibile.
cartografie future
In Méditerranée sans frontières di Sabine Réthoré, Europa e Maghreb si trovano a essere territori vicini. Le frontiere spariscono. Restano coste, montagne, isole e toponimi. Il rovesciamento della prospettiva disloca e rigenera lo sguardo. L’uomo moderno aveva costruito la propria cartografia per esplorare e colonizzare il mondo. Il mondo delle carte riflette il mondo dei moderni: un mondo oggetto, dove le “cose” sono esterne al mondo sociale.
Non possiamo ovviamente pubblicare qui integralmente i lemmi del Lessico della Crisi e del Possibile che sta uscendo a brevissimo in libreria. Ma per incuriosire chi legge e invogliare all’acquisto e alla diffusione (e alla discussione) abbiamo pensato di presentare un brevissimo incipit di ogni lemma – cominciando oggi con la lettera A.
accelerazionismo
Nel 1799 la macchina a vapore veniva salutata dai media dell’epoca come “il più grande progresso pratico mai fatto” dal genere umano, un progresso che annunciava un’epoca di benessere economico ma che inaugurava anche quell’inarrestabile, appassionato e accelerato consumo di energia fossile responsabile di quell’accumulo di biossido di carbonio che contribuisce ai grandi cambiamenti geoclimatici.
acrobati
A 13 anni ha vissuto la sua prima acrobazia. La guerra in Liberia del 1992 l’ha fatto fuggire con la famiglia in Costa d’Avorio e poi in Ghana. Durante il soggiorno nel campo profughi di Accra nel Ghana ha scoperto la sua vocazione di artista funambolo che avrebbe poi perfezionato col tempo nelle vicende della sua vita. Lui, pendolare tra la Libia, l’Algeria, la Nigeria, il Ghana, il Togo, il Benin, la Costa d’Avorio e il Niger come terra di transito permanente. Jackson si trova a Niamey, Niger, da quasi due mesi e non ha ancora trovato lavoro.
afrofuturismo
La parola afrofuturismo è ormai ovunque. Sulle T-shirt grigio perla del centro commerciale, nei titoli degli inserti culturali, nei programmi delle conferenze accademiche, nei raduni dei fanatici di fantascienza, nelle fanzine degli appassionati di fumetto.
Antigone e la legge del mare
Sofocle, nella tragedia Antigone, mette in scena il confronto tra due leggi, una giusta una ingiusta. Con un atto di pietà Antigone seppellisce il fratello ribelle anche se l’editto di Creonte aveva proibito la sepoltura per i traditori. Antigone invoca una legge che riconosce nella vulnerabilità del vivente il luogo dove ciò che è giustizia traspare (cos’altro infatti è la sepoltura se non il riconoscimento di una comune ed estrema vulnerabilità? il riconoscimento nel lutto che una vita sia stata o avrebbe potuto essere amata? – vedi voce cimiteri migranti).
antisemitismo 2.0
L’antisemitismo è un’Idra a cui sono ricresciute molte teste, dopo che è stata troncata la più mostruosa che portò al genocidio degli ebrei d’Europa. Non esistono più forze che aspirino a instaurare regimi totalitari apertamente antisemiti in Occidente e sono decadute le teorie “scientifiche” che fecero da sovrastruttura ideologica all’antisemitismo tradotto nelle leggi razziali che avviarono la persecuzione terminata nei campi di sterminio.Ma al netto dei negazionisti e antisemiti dichiarati, oggi è possibile commemorare la Shoah con i rituali del mai più! e pure aggirare il tabù antisemita raccogliendone però la tradizione in nuove dissimulate forme.
antropocene /capitalocene
Il termine Antropocene è stato coniato per la prima volta dal biologo Stoermer negli anni Ottanta del secolo scorso e ripreso dal Nobel per la chimica atmosferica Paul Crutzen nel suo famoso libro Benvenuti nell’Antropocene. Nel 2016 l’International Geological Congress ha raccomandato la sua adozione per indicare la nuova era geologica della Terra. Antropocene deriva da anthropos, e indica la rilevanza dell’agire umano per la sopravvivenza della vita su questo pianeta.
antropologia della violenza
Cosa significa oggettivare la violenza su un piano antropologico, farne oggetto di studio? Grazie alla raccolta curata da Fabio Dei, incontriamo le ricerche di antropologi che ci offrono prospettive per provare a decostruire alcuni luoghi comuni sulla natura umana violenta: facendoci osservare in profondità gli scenari divenuti rappresentazioni della violenza “etnica”, o ripensando alcuni episodi nella storia del colonialismo.
apocalissi culturali
Di fronte ai rischi molto reali sul futuro del pianeta e al tempo stesso consapevoli degli aspetti potenzialmente paralizzanti di un immaginario catastrofista sempre più incalzante, siamo portati a cercare rifugio in una sorta di “appendice” alla “fine del mondo”. Questo luogo esiste, precisamente in un libro che rappresenta un tesoro dell’antropologia italiana: La fine del mondo. Contributo all’analisi delle apocalissi culturali di Ernesto de Martino.
apprendimento /disapprendimento
Il mantra del neoliberismo è che una società globalizzata offre maggiori opportunità di “crescita” grazie alle reti e alle connessioni fra capitali finanziari e mercati propiziando la circolazione di prodotti e culture. Tuttavia in questo mondo iperconnesso il bisogno di sottrarsi a discorsi omologanti cresce. Forse per questo oggi assistiamo a reazioni di crescente individualismo, chiusura, intolleranza.
Riprendendo Foucault e Deleuze, il pensiero postcoloniale rileva come razza e razzismofacciano parte dei processi fondamentali con cui l’inconscio rappresenta il rapporto con l’alterità.
Achille Mbembe spiega che la specificità dell’idea di razza è sempre di generare un doppio, un simulacro, una maschera volta a nascondere l’umanità di un volto umano. «Per il razzista vedere un negro, significa non vedere che non c’è, che non esiste; che non è che il punto di fissazione patologica di una assenza di relazione (…) il significante razziale è tuttora, a più di un titolo, la lingua non eludibile, anche se a volte negata, del racconto di sé e del mondo, del rapporto con l’Altro, con la memoria e il potere.»
L’elaborazione paranoica della differenza nell’odio per l’altro cela un profondo odio di sé: il razzista si rassicura odiando, maneggiando il terrore, costituendo l’altro come diverso, cioè come doppio perturbante da cui proteggersi o disfarsi.
L’inconscio razziale aveva trovato una narrazione ‘scientifica’ nella primitiva ‘psicologia dei popoli’ e delle emozioni del XIX secolo che a sua volta si nutriva della logica illuminista che aveva rappresentato l’Africa come ferma in un’infanzia da cui gli altri popoli del mondo erano da tempo usciti.
La razza come misura della differenza, dell’immunitàe della segregazione è stata la lingua privilegiata del potere sociale. E come dimostrano le pratiche del colonialismofrancese, la discriminazione e il razzismo possono essere del tutto coerenti con un’idea acriticae strumentale di universalità, razionalità, coerenza del soggetto, insomma con alcune delle grandi idee portanti dell’Illuminismo.
Chi è soggetto allo sguardo razzista diventa immediatamente un testimone vivente della violenza del mondo. Testimone della vulnerabilitàe pietra di scandalo. I negri, gli ebrei, gli indios, i palestinesi, gli zingari, i rifugiati e migranti di ogni paese sono testimoni paradossali di ciò che non è visibile, in particolare dei cadaveri assenti, che la mancata sepolturaconsegna a una tomba vuota.
Lanecrofiliaesige sempre la propria sterile ripetizione. E ci aiuta a comprendere perché le pratiche con cui il principio razziale si riproduce devono sempre attaccare il corpo rivelando in fondo un conto in sospeso con la vita in generale.
Per questo Mbembe sostiene ripetutamente che il modo migliore di elaborare il lutto e onorare i morti è con un sovrappiù di vita.
Oggi ciò implica un doppio sforzo – verso la vita biologica nel senso dell’ecosistema tutto che include ogni forma vivente (e non) e verso la vita biografica – la specificità della singolarità di ognuno.
Parte allora ufficialmente questo Blog del Laboratorio permanente di Clinica della Crisi, che sarà il luogo di raccolta e archivio dei contributi e degli approfondimenti nati e cresciuti in seno al costante dialogo a più voci, inizialmente scaturito da uno scambio di missive e ragionamenti, su clinicacritica e crisi del Possibile. Da qui la volontà, dopo quasi un anno, e dopo l’apertura di uno spazio sui social e la pubblicazione di una raccolta di lemmi, di aprire anche questo luogo di raccolta, snodo e confronto.
Parte il Lessico della Crisi e del Possibile, curato da Fabrice Olivier Dubosc che sta vedendo la luce in questi primi giorni di settembre: è un testo caratterizzato dall’incontro di 44 autori e autrici per il racconto di 100 Lemmi posti a snodo della riflessione iniziata con il Laboratorio di CDC.
Partono una serie di eventi legati alla pubblicazione del Lessico che vorranno essere più che presentazioni, momenti di pratica collettiva del Possibile.