Gaza come problema per il pensiero

Un quartetto palestinese #1

Fabrice Olivier Dubosc

Ho bisogno di un giorno luminoso, non di un momento di trionfo folle e fascista.

                           Mahmud Darwish

Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo «proprio come è stato davvero» Vuole dire impossessarsi di un ricordo cosi come balena nel momento del pericolo.

                                     Walter Benjamin 

da una installazione di Dominique Dubosc

Questa riflessione deve molto al Black Study agli studi della tradizione radicale afro-americana e al modo in cui mettono in discussione – con Du Bois (“la razza è un problema di pensiero”) – qualsiasi presunzione di defnire la razza ointologicamente come qualcosa che è. La razza non è. Il pensiero della nerezza si chiede come ripensare ciò che non è eppure ha costretto la storia nella s/tortura? e come ripensare la resistenza dell’oggetto, la resistenza di ciò che sarebbe stato ridotto a “cosa” ma è rimasto relazione. Anzi, quali forme generative di resistenza immagitiva e relazionale ne sono derivate?

Il filo conduttore che desidero sviluppare in qusta serie di articoli è di provare a tracciare un tema corale: che la Palestina è un problema per il pensiero, nella misura in cui cerchiamo di catturare e governare la memoria come una misura gerarchica prescritta dal diritto, piuttosto che permettere alla memoria di illuminare un orizzonte di vita.

Perché la memoria stessa è un problema per il pensiero!

La “tradizione degli oppressi” secondo Walter Benjamin è una modalità non lineare con cui la memoria agisce. Il contrario di un’idea della storia come qualcosa che si colloca entro un flusso temporale vuoto e omogeneo. Mentre la tradizione è generalmente intesa come una sorta di continuità trasmessa di generazione in generazione, per Benjamin la narrazione dell’oppressore è la narrazione del vincitore mentre la tradizione dell’oppresso offre un “taglio,” una cesura in quella continuità[1] .  “In ogni epoca si deve tentare nuovamente di strappare la tradizione da un conformismo che sta per sopraffarla”. (Benjamin, Sul concetto di storia, tesi VI, 1940/1968) Gli oppressi vedono la ripetizione per quello che è: un vuoto dispositivo retorico per dare legittimità all’abuso trasformato in un ordinario, lineare, sottovalutato e sempre agito “stato di eccezione” che permette l’oppressione, il colonialismo, lo sgombero, l’occupazione del territorio. [Ausnahmezustand, può essere tradotto come stato di emergenza o ‘stato di eccezione’].

” La tradizione degli oppressi ci insegna che lo «stato d’ecceeziione» in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo. Allora ci starà da-vanti, come nostro compito, di suscitare il vero stato d’eccezionemigliorando cosi la nostra posizione nella lotta contro il fascismo  (Tesi VIII di Benjamin, ibid).

Per Benjamin la memoria degli oppressi è una pluralità fuggitiva, una processione in fuga radicale dalle narrazioni lineari dell’oppressore. L’improvvisa ‘madeleine’ della memoria vissuta/vivente è la linea di fuga che permette di recuperare il di-più emergente della resistenza che è stato messo in secondo piano dal lineare resoconto storico riscritto dagli oppressori.   La discontinuità della tradizione degli oppressi risiede nel deposito di tutti i tentativi volti a interrompere la presunta continuità dell’oppressione e alla cattura delle sue narrazioni.  

Una delle dichiarazioni più famose di Darwish è che la condizione dei Palestinesi deriva dall’essere stati fatti imprigionati dal sogno di Israele. Ma i Palestinesi non se ne vanno, il loro rapporto con la terra, il sentimento del Paese non di articola a partire da da un’idea già data di Stato territoriale. E la loro resitenza per Israle è stata paradossalmente  un male necessario  perché permette  di riaccendere  – nel diniego della loro esistenza o umanità – il sogno di risarcimento sionista di una Grande Israele nella rivendicazione territoriale contro tutto e tutti, incorporata nella cornice di una irriducibile narrazione del trauma. Ma la situazione palestinese ha un’altra specificità “non è assimilabile nel contesto dell’’attuale ordine mondiale” (Khatib 2024). Seguendo la critica innovativa di Robert Meister sul discorso dei diritti umani dopo il 1989, in After Evil: A Politics of Human Rights (2011), Khatib scrive: 

Mentre il discorso sui diritti umani (HRD) consiste nel dichiarare una nuova era ‘post-ideologica’ che ripudiala violenza passata… a partire da  una necessaria  di violenza eccezionale quella  del  soccorso e del risarcimento.  L’ Olocausto è il crimine che fonda questa nuova era. Il progetto e la missione [umanitaria] volta a prevenire il ritorno di quella prima violenza eccezionale [la Shoah] impone  la concessione dell’impunità e dell’immunità costitutiva dal diritto internazionale allo Stato di Israele, che si dichiara Stato vittima in quanto Stato dei sopravvissuti. Ciò spiegherebbe la palese discrepanza tra le violazioni dei diritti umani perpetrate da Israele nei confronti dei Palestinesi e delle popolazioni vicine e l’auto-rappresentazione di Israele come uno ‘Stato-vittima’ in pericolo perenne. Meister sostiene che nei dibattiti post-olocausto sui diritti umani, la violenza che Israele usa per difendersi è diventata un laboratorio per la violenza che la ‘comunità mondiale’ (e in particolare gli Stati Uniti) dovrebbe mettere in atto per garantire [umanitariamente] Israele se non potesse difendersi. La sicurezza post-olocausto di Israele rappresenta quindi l’eccezione costitutiva su cui si basa l’umanitarismo del XXI secolo. (2024) 

Quindi, come Darwish aveva previsto, il risultato mostruoso dell’invenzione sionista di uno Stato nazionale post-Shoah è stato quello di creare “una lotta tra due memorie”. Le due memorie sono intese come la Shoah e la Nakba (il trasferimento violento di 700.000 Palestinesi dai territori occupati da Israele nella violenta lotta colonialista nella fondazione di Israele). Ma credo che Darwish non parli solo di due memorie distinte, ma di due modi completamente diversi di pensare e sentire ciò che intendiamo per memoria.

Diventare “mostri di belle speranze” significa riconoscere la negazione implicita in un certo tipo di memoria prescritta da una narrazione normativa e assoluta senza crepe[2] . La memoria del medesimo, ddi un indiscutibile “già detto” sostituisce un altro tipo di memoria – dove l’orizzonte si allarga e si apre al processo.

Questo tipo di memoria è più vicina a “un testamento senza eredità” (Char) o alla “memoria dell’oblio” (Nietzsche) in grado di allontanarsi dalla prigione del risentimento. E dove l’eredità può essere immaginata nuovamente attraverso la memoria poetica emergente – l’odore delle pietre –  di un “di-più” inscritto in ‘una’ vita, ‘un’ luogo, ‘un’ popolo.

A Gerusalemme, e intendo all’interno delle antiche mura, 
cammino da un’epoca all’altra senza che la memoria
mi guidi. 

(Darwish 2007)[3]


[1] Nelle note al Concetto di storia (1940) Benjamin scrive: “Il continuum della storia è quello degli oppressori. Mentre l’idea del continuum livella tutto al suolo, il concetto di discontinuum è il fondamento della vera tradizione  (…) la storia degli oppressi è un discontinuum (…) Il compito della storia è quello di impadronirsi della tradizione degli oppressi”. cfr. S. Khatib (2015). “Walter Benjamin and the ‘Tradition of the Oppressed’” in Anthropological Materialism. Verificato  31 agosto, 2025 da https://doi.org/10.58079/b839

[2] All’inizio degli anni ’80 Gordon Lawrence portò un’intuizione notevole nel lavoro di gruppo con la Social Dreaming Matrix  una tecnica per esplorare la matrice  onirica come parte di una matrice sociale di intrecci narrativi sistemici  che vengono  dinamizzate nella percezione stessa di una matrice pre-concettuale transindividuale.  In una prima esperienza sul campo, Lawrence fu chiamato da un gruppo di psicoterapeuti israeliani che si erano riuniti per capire quali dimensioni dovevano essere affrontate con urgenza nel loro lavoro sul trauma. Inizialmente, i sogni riguardavano la Shoah e la disumanizzazione perpetrata dal nazismo (un sogno di topi ha portato a queste amplificazioni, poiché uno degli epiteti nazisti era proprio “topi” La radicale precarietà esistenziale veniva così evocata e rivisitata collettivamente.  Ma dopo questa fase iniziale, sono potuti emergere sogni inaspettati che caratterizzavano Israele come un blocco di marmo senza crepe. E in un altro sogno, le stesse navi che avevano portato migliaia di rifugiati ebrei in Palestina dopo la Seconda Guerra Mondiale stavano arrivando di nuovo, ma inaspettatamente cariche di palestinesi!

[3] Mahmoud Darwish “A Gerusalemme” in Il fardello della farfalla” – Traduzione di Fady Joudah)
Bloodaxe Books Northumberland, Inghilterra, 2007

prospettive per traverso

Erin Manning ro Heinrich

Una pratica alla periferia dei sensi – Sabato 14 dicembre 2024  dalle 15.30 alle 18.30 presso Terzo Paesaggio – Padiglione Chiaravalle via San Bernardo Chiaravalle (Milano)

Non preoccupatevi della materialità iniziale di una pratica o della forma che sembra assumere. Lasciatevi guidare dalla forza del suo potenziale: può essere un testo, una poesia, un concetto filosofico, un tessuto, un odore, un movimento, una manciata di terra.” Erin Manning         

Pratica 1 sulla visione periferica: Erin Manning – Una tessitura di movimenti (20 minuti circa) 

per sperimentare insieme con ciò che si trova alla periferia dei sensi,  con ciò che esclude logiche frontali: una percezione per traverso. (con ampia discussione).

Muovetevi nella singolarità della direzione che prende, non alimentatela eccessivamente, non deve essere tutto, ma sentitela fisicamente. 

Pratica 2: Un’estetica del tracciare: Ro Heinrich – ricerca artistica sul  fermento percettivo per voce e immagini, in conversazione con Erin Manning per ripensare l’essere della  relazione (seguito da discussione). 

3. Ri-orientamento: Erin Manning:  Leggere e discutere insieme tre brevi testi su tre concetti chiave relativi alle pratiche sperimentate: distantismo, percezione autistica, bianchezza.

Esistono forse diverse modalità percettive per entrare nello spazio della convivialità?Perché dare per scontato che l’ambiente normativo in cui viviamo miseramente – e in cui la bianchezza, l’abilismo, la neurotipicità e le tutte le forme di colonialismo che proliferano per mano del capitalismo razziale – sia proprio il luogo dove ci dovremmo incontrare? E possiamo dire con certezza che questo sia il luogo in cui la vita muore?” (E.M.)

Erin Manning è direttrice ella scuola di dottorato in arte e filosofia relazionale presso la facoltà di belle arti della Concordia University. È tessitrice, ballerina e coreografa. Dirige SenseLab – un laboratorio che esplora le intersezioni tra pratica artistica e filosofia attraverso la sensorialità in movimento. in un contesto che afferma il valore della neurodiversità e dei modi non normativi di pensare, essere e percepire.

Tra i suoi libri recenti : Always more than One, The Minor Gesture,  For a Pragmatics of theUuseless e The being of relation (quest ultimo presto in italiano)

Ro Heinrich è una ricercatrice artistica  che lavora con le grammatiche della separabilità e della relazionalità attraverso lingue parlate e non.La sua pratica multidisciplinare registra e intreccia conversazioni e collaborazioni, nella produzione di  filmati e libri. Co-organizzatrice della piattaforma Towards post-extractive cultures  alumna di THIRD, DAS Graduate School Amsterdam e attiva in diversi gruppi di studio che si occupano di pratiche relazionali..

Faire Œuvre/fare opera

Erin Manning

traduzione di fabrice

Faire Œuvre

Erin Manning

  1. Far pratica

Non preoccupatevi della materialità iniziale di una pratica o della forma che sembra assumere. Lasciatevi guidare dalla forza del suo potenziale: può essere un testo, una poesia, un concetto filosofico, un tessuto, un odore, un movimento, una manciata di terra.

Muovetevi nella singolarità della direzione che prende, non alimentatela eccessivamente, non deve essere tutto, ma sentitela fisicamente, lasciatevi guidare dalla curiosità.

Praticare è impegnarsi con un insieme di condizioni. 

Praticare è esplorare come si producono  tendenze.

Praticare è seguire queste tendenze in un processo. 

Praticare è sviluppare una sintonia con il differenziale nella ripetizione.

2. Andate dove vi porta la pratica 

Una pratica non significa altro se non impegnarsi con qualcosa nel suo dispiegarsi. Ritornarci sopra. Non preoccuparsi troppo di quanto spazio ciò prenda. Diffidare delle tendenze a generalizzare. Se si tratta di un concetto, meglio giocarci.

Fatelo cozzare con altri concetti per vedere che forma possa prendere. Se è un movimento, entrateci qualsiasi apertura. Seguite il suo brio.

Una pratica insegna sempre. Insegna come entrare. Evidenzia limiti. Propizia una soglia. Restate curiosi di ciò che si può imparare. Da questo lasciatevi prendere e guidare. 

3. Non cercare cornici già date

Cercate di non valutare la pratica a partire da criteri di giudizio esterni. La pratica produce la propria valutazione. Produrre una valutazione permette di evitare la paranoia di ciò che dovrebbe contare, di ciò che dev’essere misurato. Cercate di resistere all’impulso di includere, di aggiungere, solo per il gusto di aver soddisfatto dei criteri. Cercate di resistere all’impulso di apparire intelligenti o come un artista.

Se l’artisticità guida, se ciò che muove la pratica è la sua resa estetica, sarete mossi dalla pratica e dalle sue modalità di valutazione. Permetteteci di considerare ciò che genera valore anche se ciò non è conforme agli schemi dominanti. Ci si può incuriosire di come queste differenze traccino deviazioni rispetto agli schemi dominanti ma senza perderci troppo tempo.

4. Evitate i canoni di genere 

Organizzarsi a partire da canoni già dati è una tentazione. Di farne un metodo, di chiamarlo “ricerca basata sulla pratica” o “ricerca artistica” o “ricerca-creazione”, per segregarla da tutto ciò che la ricerca non doveva essere. Non cascateci.

Il lavoro che fa il suo lavoro, faire œuvre, resiste alle categorie prestabilite. Come pensare che la ricerca possa evitare la pratica? Come potrebbe il pensiero non essere una pratica?

Il problema è proprio questo: il pensiero è stato dissociato dalla pratica, e l’arte è stata dissociata dal pensiero.

Invece di iniziare con categorie, invece di giustificare con il metodo, affidatevi alla pratica per muovere il pensiero. Permettete ai pensieri  di mettervi in movimento. Riconoscete che non siete mai stati separati dal pensare e che le pratiche vi hanno sempre fatto pensare. Incuriositevi per ciò che emerge come pensiero quando non è separato dalla pratica. Trovate, nella pratica, la vulnerabilità di ciò che si dice e scrivete o parlate o fate movimento a partire da da lì. Includete ciò che è ineffabile. Rendete palpabile nell’atto qualcosa di impercettibile[1] che scomoda la ripetizione.

5. Chiamatela ricerca 

La ricerca è il raccolto della pratica. Questo raccolto è un’estetica. Porta in dono la sensibilità generata da un processo. Sintonizzatevi su come articolarla al meglio affinché abbia spazio. Siate sensibili ai suoi permeabili confini Trovate linguaggi che la prolunghino. 

La cattura avviene in molti modi. Catturiamo i processi ogni volta che iniziamo con la critica. Criticare è starsene fuori  delimitando il potenziale dall’esterno. Niente è più facile della critica. Ma qualcosa accade davvero solo quando ci si mette in gioco Mettete le mani in pasta, curate la qualità dell’inclusione, in un approssimarsi di prossimità.

La prossimità come approssimazione è qualcosa che resiste alle dinamiche di causa-effetto e a ciò che separa il dentro dal fuori. Costruisce ponti, produce adiacenze. Differenze senza-separabilità. 

La critica immanente abita qui. La critica immanente – saggiare cioè un processo all’interno delle  sue problematiche emergenti – amplia le nostre capacità.  Ma come può una pratica  attivare il pensiero? Se una pratica non tocca i limiti del pensiero, se il pensiero non produce condizioni per processi emergenti, Tagliate la pratica. Allineatevi muovendo con la crepa. Entrateci. 

La frattura è anatema per la critica. Laddove la critica trova difetti da un punto di vista esterno, precostituito, la frattura è una tendenza propulsiva che nasce da dentro e che modifica la geologia di un contesto. Nella faglia che si crea la crepa non solo riconfigura ma produce nuove forze…

Tagliare significa fare i conti con la condensazione di una tendenza muovendola in un’altra direzione

La ricerca accade in questo spostamento. La ricerca accade quando si cambia direzione. È l’escavazione geologica degli strati che la faglia rivela. quali nuovi orientamenti sono emersi? quali nuovi problemi si sono evidenzati? 

6. Non fatela diventare cosa vostra

Si è tentati di chiamarla la “mia” ricerca. Ma la pratica ci porta con sé: non è cosa nostra. Seguire la pratica dove essa conduce non significa solamente imparare dalla pratica come meglio sintonizzarsi con il valore immanente dei processi emergenti, ma significa anche favorire modalità di incontro con quei pensieri che rifiutano e confutano la bianchezza e la sua neurotipicità, il suo potere di cattura.

La neurotipicità è l’operazione sistemica che centralizza la bianchezza come faro della formazione e del conoscere. La neurotipicità è il metodo dominante in qualsiasi ambiente istituzionalizzato.  La neurotipicità non è solo il tutore dell’ordine della conoscenza, ma è anche la forma che la conoscenza assume. 

Ogni separazione forzata tra pratica e pensiero è neurotipica. La bianchezza nasce qui, nella difesa di ciò che è in gioco in ciò che conta e in chi è che conta. Ogni volta che dite di sapere di più, ogni volta che imponete un territorio al pensiero, ogni volta che lo fate diventare cosa vostra performate il colonialismo. Questa è bianchezza, neurotipicità

7 Restate nel movimento del pensiero

C’è un rischio. È del tutto possibile che la pratica non generi scrittura. Nel mondo accademico, si continua a tracciare una linea di demarcazione tra ciò che vale come conoscenza e ciò che non vale. 

Non cè una soluzione bell’e pronta a questo problema. La ricerca che poggia sulla pratica purtroppo non è ancoira andata al di là del linguaggio, al di là delle parole. Un modo per promuovere contiguità è di resistere ai modi con cui la lingua tende a formattare le parole (d)enunciando[2]. Rendete il linguaggio propositivo.

Lasciate che il linguaggio si apra ai ritmi di ciò che non può dire. Non preoccupatevi troppo del canoni tipici. Tutto ciò non impone poesia  così come non si oppone alla scrittura accademica.  Sta piuttosto con il continuo praticare le deviazioni che la lingua rende possibili. Alcuni di questi sentieri poco battuti epotrebbero necessitare di un’architettura della citazione … E qanche questa può diventare una forma breve di pratica – un modo per incontrare socialità minori in co-composizione!

8. Curate il testo!

La pratica è impegno nella curatela. Praticare significa entrare in sintonia con la differenza quotidiana di ciò che la pratica produce. Lasciate che il linguaggio offra tendenze orientative. Inventate parole! Non abbiate paura dei concetti! Scavate dal concetto per vedere dove può arrivare. Non dilungatevi in confutazioni, rischiate di rimanere bloccati. Quando il lavoro inizia a funzionare, considerate con attenzione il modo con cui si è sviluppato. Costruite una sintonia con ciò che non c’è, con ciò che oscura la singolarità di un orientamento. Interessatevi a ciò che si sta sottraendo. Pensate alla “pratica” in ogni fase del processo. Consentite che le cose si disperdano. Siate consapevoli di ciò che “voi” state aggiungendo e chiedetevi se state aggiungendo voi stessi. È forze una polizza di assicurativa per stare in sicurezza? Cercate di capire se riuscite a lasciar perdere. Permettete che il lavoro faccia il suo lavoro.

9 Faire Œuvre

Quando un lavoro fa per bene il suo lavoro, diventa una pratica. Questo vale tanto per  un’opera d’arte  quanto per  un libro o una storia o un documento accademico. Preoccuparsi troppo dei canoni significa cercare di controllare il processo a partire da valutazioni esterne. Lasciate che sia l’opera stessa a guidare.

Come qualsiasi architettura, un’opera genera un contesto, una cornice e ne viene anche generata. Confidate che l’opera trovi dei modi per impegnarsi con le ecologie che essa genera e attiva. Questo potrebbe comportare la necessità di entrare in un’arena concettuale adiacente a ciò che il lavoro dell’opera   sta facendo emergere. Potrebbe significare che una nota a piè di pagina ci porta in un percorso parallelo. Cercate nel contemplare le architetture e la cornice che man mano si genera di non imporre una forma paranoica all’opera.

 Non è necessario scrivere una dichiarazione artistica che segna il terriorio  in modo difensivo. Astenetevi dal produrre una recinzione per voi stessi e per il vostro lavoro. 

Faire Œuvre non significa “fare” un’opera, ma essere fatti dal lavoro dell’opera. Fare ricerca basata sulla pratica [practice-based research] significa questo. Qualsiasi altra forma di ricerca non è viva nel pensare, non è ricca di tendenze e potenziali.

Basarsi sulla pratica significa semplicemente riconoscere come si muova il pensiero nella materialità del suo agire. Pensare, essere nel movimento del pensiero, significa affinare la pratica e lasciare che ci guidi.


[1] Erin adopera la parola infrathin coniata da Marcel Duchamps per esprimere il ruolo dell’ “impercettibile” nelle dinamiche imprevedibili di un processo. Cfr. For a Pragmnatics of the Useless [NdT]

[2]  Efficace gioco di parole che riprende il tema dell’enunciazione come qualcosa che tende a definire e sfuggire alla pratica. L’ho evidenziato mettendo la d tra parentesi [NdT]

Un invito

“Fate spazio all’intoppo, alle crepe. Alle fratture in ciò che parrebbe famigliare.”

Questo è uno dei momenti più eccitanti dell’anno. Sto per incrociare amici, sconosciuti, persone che non conosco e che non ho mai incontrato in un rituale di ricerca volto a connettere e a inseguire qualcosa di prezioso, cose non dette e specialmente cose non dicibili… Speciale è poterlo fare insieme per qualche mese, ponendo domande che la maggior parte delle persone non si pongono, eludendo e facendo da inciampo alla logica di ciò che ci appare familiare e sconfermndo le solite modalità con cui concepiamo, esprimiamo e articoliamo la “realtà”. 

Ne ho discusso qualche tempo fa con un’amica, una cara sorella in un posto che si chiama Sandpoint nell’Idaho e si parlava di perché insegno, di perché sono così impegnato e coinvolto, specialmente in questo periodo dell’anno in cui parte il corso….con gente da ogni angolo del pianeta. E una delle cose su cui concordavamo quasi estaticamente è che il mio lavoro e il mio insegnamento – ammesso che si possa parlarne in questi termini, di un “mio” lavoro o di “miei” insegnamenti – non ha a nulla a che vedere con un desiderio di “evangelizzazione”…. Forse la cosa più orrida per me sarebbe duplicarmi –  vedere i mei pensieri o i miei concetti letteralmente “replicati” e assunti come una sorta di verità letterale…  Non si tratta di copiare una rappresentazione, di  far proliferare sé stessi o le proprie idee … in gioco, semmai, c’è un altro desiderio. 

Forse è più chiaro se vi racconto brevemente una storia, o meglio i suoi tratti essenziali, il genere di storia con cui sono cresciuto da ragazzino in Nigeria, una di quelle storie che parlano di come frequentare il perturbante… pensate a una tartaruga in una foresta e di come venga sollecitata a relazionarsi con il briccone “trickster” una creatura altrimenti ignobile e   abominevole.

Oppure di come un bambino, un orfanello, venga invitato nel corso della storia a far spazio a una vecchia e ad ascoltare le sue ingiunzioni quando la cosa più facile sarebbe scappar via. 

Sono cresciuto in culture molto prolifiche nel proporre l’idea di un’ ospitalità radicale, culture che raccomandavano una grande apertura a ciò che ci è  estraneo. Anche nella mia educazione cristiana si parlava della possibilità di intrattenere inconsapevolmente quegli angeli che potevano manifestarsi all’improvviso. 

Non si può mai sapere come ciò che è straordinario si nasconda tra le pieghe di ciò che è ordinario…e dunque l’invito di aprire la porta all’angelo era un invito ad aprire la porta a ciò che è ordinario, che ne è il contenitore… perché non si può mai sapere a priori se ciò che è ordinario non possa far da contenitore a qualcosa di divino, per così dire. 

E in un cero senso proprio quell’idea, quel topos, quella metafora guida e motiva il mio lavoro. Mi porta a chiedere quali altre cose possa fare la cultura, in quali altri modi possiamo parlare e quali altri colori non siano ancora visibili… 

Quali altre forme di percezione, quali altre sensibilità e quali forme affettive e capacità e immaginazioni e sentimenti, quali futuri tentacolari potrebbero nascondersi ed essere intessuti in ciò che è ordinario, e che sono temporalmente esclusi dai nostri modi di parlare e dai nostri difettosi abituali paradigmi abituali? 

Cos’altro può fare la cultura? O se preferite cos’altro eccede la cultura? Che cosa eccede la cultura stessa? Oper citare le parole quasi estatiche di questa sorella con cui parlavo: “Non c’è nulla di nuovo? Nulla di sorprendente? Nient’altro?” We Will Dance With Mountains è stata ed è una una vocazione a restare nella pausa, a restare con ciò che chiamerei “selah” – quello spazio in cui il testo non basta più,  dove il linguaggio non serve più allo scopo per cui vorremmo utilizzarlo, dove trovare un significato implica la capacità di smarrirsi, dove la chiarezza appanna la comprensione e dove la confusione potrebbe essere più funzionale al genere di progetti che tanno emergendo con urgenza e necessità in questi tempi piuttosto che con la vocazione di arrivare per capi sommari a una soluzione. E’ per questo che io inisto su questa strada.

Ma più che un io è un villaggio. E questo è un villaggio di bricconi trickster, di insegnanti e professori, di accademici e intellettuali, di poeti e di artisti, di nonne e bambini, di pittori e cantanti e ballerini. E tutti insieme ci muoviamo con questa musica, con questo impensato flusso di suoni, con questo controtempo che sconferma il solco della marcia imperiale della continuità…è di questo che si tratta.

Così vorrei invitarvi a unirvi a noi. Le iscrizioni sono ancora aperte e il nostro primo festival, sessione, lezione, non so bene come chiamarlo sarà il 3 settembre, ma tra pochi giorni dovremo chiudere il portale… e stendere una coperta di cura e pausa e selvatica esplorazione  dove nuove forme di logica e pensiero potrebbero radicarsi…

Se vi sembra di aver già frequentato questi territori potrebbe non essere così. Ma se vi sembra che questo potrebbe essere il momento per ribaltare i progetti politici contemporanei che paiono co-costituirsi per non giungere a nulla di nuovo, per non contemplare l’esilio, né ciò che di prezioso si nasconde in questo tempo, ciò che è in fuga, ciò che pare impossibile, e non per amore dell’impossibile ma per il desiderio di affrontare le sfide del presente, allora potreste essere al posto giusto in questa esplorazione, potreste essere la persona a cui vorremmo offrire una tazza di tè…

Questo è il semplice invito a questo corso, a questo festival,a questo quilombola, a questa spedizione,a questo rito di passaggio… per essere serviti e dislocati e aperti.

Vi do il benvenutio e vi invito a We Will Dance With Mountains. Grazie

“la critica fa il doppio gioco, da un lato ci offre le risorse per condannare un regime oppressivo, mentre simultaneamente consolida la logica che rende quel regime intelleggibile”.

Bayo Akomolafe

Neomaterialism

Neomaterialism vs materialism

Neomaterialismo e materialismo storico

Materialism and neomaterialism.

 Marx has had the great merit of emphasising the importance of the material and economic basis of human life: that is, the way wealth and inequality are framed by the modes of production. Which depend on who controls the means of production… So the dialectics of ‘class’ relations between “master/owners” and “Labourers/ Slaves” is crucial in bringing forth the consciousness of inequality. Insomuch that Historical materialism, or the ‘materialist conception of history’, placed the relations of production at the core of a potential evolutionary human process.

Today, it however possible to amplify and find new meanings in Marx’s following phrase: “the production of ideas and of representations (…) is directly intertwined with the materiality of life“. At the time this coincided with the perception that the quality of life – and of consciousness as well – depended on a different distribution of the material goods produced by human labour and its transformation of natural “resources”. It was never questioned whether matter itself might be something other than the material availability of ‘things’ and ‘objects’ . Work and its fruition were re-claimed as the “right” of thinking “subjects” towards the goal of an equalitarian improvement of life for all humans. The aspiration to a generous rebalancing in the ruins of capitalism should not be discarded.

Today, we also know that thoughts and representations are intertwined not only with a better income but with the biome, with the climate, with viruses, with a kicking back nature which is no longer perceived as the mechanical and inanimate ‘thing’ that Descartes considered to be a free gift to the supposed superior performative and cognitive status of humans.It was inconceivable that subalterns (if so defined only from material wealth) had resources, sensibilities, sensorialities, forms of solidarity and implicit rights even where the Enlightenment’s normative and universalising architecture had not reached them or where the word ‘rights’ did not even exist. From a number of different sources today emerges evidence of the systemic complexity, the interweaving, the bio-intelligence of an interdependen trelational ecosystem, right down to the innermost fibres of matter (as witnessed by the astonishing philosophical reflections of physicists dealing with the infinitesimal fractals of reality.

Today, neomaterialism can read Marx’s phrase on how feeling and thinking are intwined with life and matter but in a much wider sense, bringing attention to the materiality of life from the standpoint of  a different relationship with the biological and sociological metabolism of the planet beyond our arrogant hubris of species.  

This is not to deny the aspirations of equality and justice of the old materialism (beyond the illusion of an intrinsic evolutionary certainty). I remember as I revisited my teenage infatuation for Mao Tse Tung that the  “Great Leap Forward” of the industrialising campaign in China had as its own mantra “War on Nature!”

Neo-materialism brings matter and things back into an animated and entgangled field that critically interrogates the mono-sensoriality and epistemologies of the West. Contemporary philosophical and ecosystemic thinkers, posthuman feminisms, attention to indigenous worlding, animistic non binary perspectives recover a different idea and practice of power in the margins. It’s the emerging contemporary challenge on how to find “home” on this planet.

Walter Benjamin had an inkling of this in this limpid passage from a 1935 letter quoted by Hannah Arendt in her collection of benjaminian ntexts ‘L’angelo della storia’ (Giuntina, 2017):

“For the rest, I do not feel any need to find after all an explanation for this condition of the world: many cultures and civilisations have already disappeared amidst bloodshed and horrors. Of course one must hope that this planet will host one day a civilisation that has abandoned blood and horrors – indeed I tend (…) to think that our planet is awaiting this. But it is terribly problematic to know whether we will be able to present it this gift on its one hundred millionth or four hundred millionth birthday. Because if not, the planet itself will bring us the Last Judgment, as punishment for only absent-mindedly wishing it well.” 

Of this absentminded wishful-thinking care we will discuss (and of much else) with Bayo Akomolafe in his “These Wilds” Italian tour. In person and where possible online.  Details soon…

Materialismo e neomaterialismo.

 Marx ha avuto il grande merito di sottolineare l’importanza delle basi materiali ed economiche della vita degli umani: il modo cioè in cui ricchezza e la disuguaglianza vengono generati a partire dai modi di produzione. Che dipendono ovviamente da chi controlla i mezzi di produzione in una dialettica di rapporti di “classe” tra padroni e lavoratori che genera consapevolezza della disuguaglianza. Il materialismo storico, o “concezione materialista della storia”,  poneva dunque al centro delle possibilità evolutive degli umani i rapporti di produzione.


Oggi però è possibile amplificare e trovare nuovi significati nella frase di Marx:  la produzione delle idee e delle rappresentazioni (…) è direttamente intrecciata con la vita materiale All’epoca ciò coincideva con la percezione che la qualità della vita dipendesse da una diversa distribuzione dei beni risultanti dalla trasformazione delle “risorse” naturali, ma non veniva mai messo in discussione che la natura stessa non rappresentasse altro se non la possibilità che le “cose” materiali gli “oggetti”  fossero a disposizione dei “soggetti“ umani se solo lavoro e fruizione si fossero intrecciate equamente per migliorare la qualità della vita di tutti gli umani. E oggi resta vivo il desiderio di generare diversi e più generosi equilibri nelle crescenti rovine del capitalismo.

Oggi sappiamo anche che i pensieri e le rappresentazioni sono intrecciati non solo con il reddito ma con il bioma, con il clima, con i virus, e che una natura che batte un colpo non è più quella “cosa” meccanica e inanimata che Cartesio riteneva donata alla supposta superiorità performativo-cognitiva dell’umano. Non era concepibile che i subalterni (se così definiti solo a partire dalla ricchezza materiale) avessero risorse, sensibilità, sensorialità, forme di esistenza solidali  e impliciti diritti anche là dove l’architettura normativa e universalizzante illuminista non erarrivata o dove la parola “diritti non esisteva nemmeno.  Da ogni dove arrivano oggi testimonianze della complessità sistemica, dell’intreccio, della bio-intelligenza di un’ecosistema interdipendente, relazionale fin nelle più intime fibre della materia (come testimoniano le sorprendenti riflessioni filosofiche dei fisici che occupano dei frattali infinitesimali della realtà.

Oggi il neomaterialismo rilegge diversamente la frase di Marx su come il sentire e il pensare siano intrecciati con la vita e la materia, perché riporta attenzione sulla materialità della vita a partire da una diversa relazione con il limite – con il metabolismo biologico e sociologico del pianeta al di là della nostra arrogante hubris di specie.

Non si tratta di negare le aspirazioni di uguaglianza e giustizia del vecchio materialismo (al di là di ogni illusione di un’intrinseca meccanica evolutiva). Ma ricordo rivisitando la mia fascinazione di quattordicenne per Mao che nel “grande balzo in avanti” della campagna di industrializzazione cinese lo slogan era “guerra alla natura”.

Il neomaterialismo riporta in campo la materia e le cose in un campo animato e intrecciato che interroga criticamente la mono-sensorialità e le epistemologie dell’occidente. Il pensiero filosofico ed ecosistemico contemporaneo, i femminismi postumani, l’attenzione ai saperi indigeni, il recupero post-binario dell’animismo come una diversa forma di potere dai margini rappresentano il campo emergente della sfida contemporanea su come abitare il pianeta.

Del rischio di epistemicidio legato a un’insensibilità ecologica aveva avuto sentore Walter Benjamin in questo limpido pasaggio da una lettera del 1935 citata da Hannah Arendt nella raccolta di testi “l’angelo della storia” (Giuntina, 2017):

“Per il resto non avverto tutto sommato nessun bisogno di trovare una spiegazione per questa condizione del mondo: sono già scomparse moltissime culture e civiltà tra sangue e orrori. Naturalmente bisogna augurarsi che un giorno questo pianeta ospiti una civiltà che abbia abbandonato sangue e orrori – anzi propendo (…) a pensare che il nostro pianeta stia aspettando questo. Ma è terribilmente problematico sapere se noi saremo capaci di presentargli questo regalo per il suo centomilionesimo o quattrocentomilionesimo compleanno. Perché altrimenti sarà lui a portarci il giudizio universale, come punizione per avergli fatto solo distrattamente gli auguri.” 

Di questa cura distratta per il pianeta discuteremo con Bayo Akomolafe durante il suo tour italiano di presentazione di “Queste terre selvagge oltre lo steccato”. Dettagli a breve!