Faire Œuvre/fare opera

Erin Manning

traduzione di fabrice

Faire Œuvre

Erin Manning

  1. Far pratica

Non preoccupatevi della materialità iniziale di una pratica o della forma che sembra assumere. Lasciatevi guidare dalla forza del suo potenziale: può essere un testo, una poesia, un concetto filosofico, un tessuto, un odore, un movimento, una manciata di terra.

Muovetevi nella singolarità della direzione che prende, non alimentatela eccessivamente, non deve essere tutto, ma sentitela fisicamente, lasciatevi guidare dalla curiosità.

Praticare è impegnarsi con un insieme di condizioni. 

Praticare è esplorare come si producono  tendenze.

Praticare è seguire queste tendenze in un processo. 

Praticare è sviluppare una sintonia con il differenziale nella ripetizione.

2. Andate dove vi porta la pratica 

Una pratica non significa altro se non impegnarsi con qualcosa nel suo dispiegarsi. Ritornarci sopra. Non preoccuparsi troppo di quanto spazio ciò prenda. Diffidare delle tendenze a generalizzare. Se si tratta di un concetto, meglio giocarci.

Fatelo cozzare con altri concetti per vedere che forma possa prendere. Se è un movimento, entrateci qualsiasi apertura. Seguite il suo brio.

Una pratica insegna sempre. Insegna come entrare. Evidenzia limiti. Propizia una soglia. Restate curiosi di ciò che si può imparare. Da questo lasciatevi prendere e guidare. 

3. Non cercare cornici già date

Cercate di non valutare la pratica a partire da criteri di giudizio esterni. La pratica produce la propria valutazione. Produrre una valutazione permette di evitare la paranoia di ciò che dovrebbe contare, di ciò che dev’essere misurato. Cercate di resistere all’impulso di includere, di aggiungere, solo per il gusto di aver soddisfatto dei criteri. Cercate di resistere all’impulso di apparire intelligenti o come un artista.

Se l’artisticità guida, se ciò che muove la pratica è la sua resa estetica, sarete mossi dalla pratica e dalle sue modalità di valutazione. Permetteteci di considerare ciò che genera valore anche se ciò non è conforme agli schemi dominanti. Ci si può incuriosire di come queste differenze traccino deviazioni rispetto agli schemi dominanti ma senza perderci troppo tempo.

4. Evitate i canoni di genere 

Organizzarsi a partire da canoni già dati è una tentazione. Di farne un metodo, di chiamarlo “ricerca basata sulla pratica” o “ricerca artistica” o “ricerca-creazione”, per segregarla da tutto ciò che la ricerca non doveva essere. Non cascateci.

Il lavoro che fa il suo lavoro, faire œuvre, resiste alle categorie prestabilite. Come pensare che la ricerca possa evitare la pratica? Come potrebbe il pensiero non essere una pratica?

Il problema è proprio questo: il pensiero è stato dissociato dalla pratica, e l’arte è stata dissociata dal pensiero.

Invece di iniziare con categorie, invece di giustificare con il metodo, affidatevi alla pratica per muovere il pensiero. Permettete ai pensieri  di mettervi in movimento. Riconoscete che non siete mai stati separati dal pensare e che le pratiche vi hanno sempre fatto pensare. Incuriositevi per ciò che emerge come pensiero quando non è separato dalla pratica. Trovate, nella pratica, la vulnerabilità di ciò che si dice e scrivete o parlate o fate movimento a partire da da lì. Includete ciò che è ineffabile. Rendete palpabile nell’atto qualcosa di impercettibile[1] che scomoda la ripetizione.

5. Chiamatela ricerca 

La ricerca è il raccolto della pratica. Questo raccolto è un’estetica. Porta in dono la sensibilità generata da un processo. Sintonizzatevi su come articolarla al meglio affinché abbia spazio. Siate sensibili ai suoi permeabili confini Trovate linguaggi che la prolunghino. 

La cattura avviene in molti modi. Catturiamo i processi ogni volta che iniziamo con la critica. Criticare è starsene fuori  delimitando il potenziale dall’esterno. Niente è più facile della critica. Ma qualcosa accade davvero solo quando ci si mette in gioco Mettete le mani in pasta, curate la qualità dell’inclusione, in un approssimarsi di prossimità.

La prossimità come approssimazione è qualcosa che resiste alle dinamiche di causa-effetto e a ciò che separa il dentro dal fuori. Costruisce ponti, produce adiacenze. Differenze senza-separabilità. 

La critica immanente abita qui. La critica immanente – saggiare cioè un processo all’interno delle  sue problematiche emergenti – amplia le nostre capacità.  Ma come può una pratica  attivare il pensiero? Se una pratica non tocca i limiti del pensiero, se il pensiero non produce condizioni per processi emergenti, Tagliate la pratica. Allineatevi muovendo con la crepa. Entrateci. 

La frattura è anatema per la critica. Laddove la critica trova difetti da un punto di vista esterno, precostituito, la frattura è una tendenza propulsiva che nasce da dentro e che modifica la geologia di un contesto. Nella faglia che si crea la crepa non solo riconfigura ma produce nuove forze…

Tagliare significa fare i conti con la condensazione di una tendenza muovendola in un’altra direzione

La ricerca accade in questo spostamento. La ricerca accade quando si cambia direzione. È l’escavazione geologica degli strati che la faglia rivela. quali nuovi orientamenti sono emersi? quali nuovi problemi si sono evidenzati? 

6. Non fatela diventare cosa vostra

Si è tentati di chiamarla la “mia” ricerca. Ma la pratica ci porta con sé: non è cosa nostra. Seguire la pratica dove essa conduce non significa solamente imparare dalla pratica come meglio sintonizzarsi con il valore immanente dei processi emergenti, ma significa anche favorire modalità di incontro con quei pensieri che rifiutano e confutano la bianchezza e la sua neurotipicità, il suo potere di cattura.

La neurotipicità è l’operazione sistemica che centralizza la bianchezza come faro della formazione e del conoscere. La neurotipicità è il metodo dominante in qualsiasi ambiente istituzionalizzato.  La neurotipicità non è solo il tutore dell’ordine della conoscenza, ma è anche la forma che la conoscenza assume. 

Ogni separazione forzata tra pratica e pensiero è neurotipica. La bianchezza nasce qui, nella difesa di ciò che è in gioco in ciò che conta e in chi è che conta. Ogni volta che dite di sapere di più, ogni volta che imponete un territorio al pensiero, ogni volta che lo fate diventare cosa vostra performate il colonialismo. Questa è bianchezza, neurotipicità

7 Restate nel movimento del pensiero

C’è un rischio. È del tutto possibile che la pratica non generi scrittura. Nel mondo accademico, si continua a tracciare una linea di demarcazione tra ciò che vale come conoscenza e ciò che non vale. 

Non cè una soluzione bell’e pronta a questo problema. La ricerca che poggia sulla pratica purtroppo non è ancoira andata al di là del linguaggio, al di là delle parole. Un modo per promuovere contiguità è di resistere ai modi con cui la lingua tende a formattare le parole (d)enunciando[2]. Rendete il linguaggio propositivo.

Lasciate che il linguaggio si apra ai ritmi di ciò che non può dire. Non preoccupatevi troppo del canoni tipici. Tutto ciò non impone poesia  così come non si oppone alla scrittura accademica.  Sta piuttosto con il continuo praticare le deviazioni che la lingua rende possibili. Alcuni di questi sentieri poco battuti epotrebbero necessitare di un’architettura della citazione … E qanche questa può diventare una forma breve di pratica – un modo per incontrare socialità minori in co-composizione!

8. Curate il testo!

La pratica è impegno nella curatela. Praticare significa entrare in sintonia con la differenza quotidiana di ciò che la pratica produce. Lasciate che il linguaggio offra tendenze orientative. Inventate parole! Non abbiate paura dei concetti! Scavate dal concetto per vedere dove può arrivare. Non dilungatevi in confutazioni, rischiate di rimanere bloccati. Quando il lavoro inizia a funzionare, considerate con attenzione il modo con cui si è sviluppato. Costruite una sintonia con ciò che non c’è, con ciò che oscura la singolarità di un orientamento. Interessatevi a ciò che si sta sottraendo. Pensate alla “pratica” in ogni fase del processo. Consentite che le cose si disperdano. Siate consapevoli di ciò che “voi” state aggiungendo e chiedetevi se state aggiungendo voi stessi. È forze una polizza di assicurativa per stare in sicurezza? Cercate di capire se riuscite a lasciar perdere. Permettete che il lavoro faccia il suo lavoro.

9 Faire Œuvre

Quando un lavoro fa per bene il suo lavoro, diventa una pratica. Questo vale tanto per  un’opera d’arte  quanto per  un libro o una storia o un documento accademico. Preoccuparsi troppo dei canoni significa cercare di controllare il processo a partire da valutazioni esterne. Lasciate che sia l’opera stessa a guidare.

Come qualsiasi architettura, un’opera genera un contesto, una cornice e ne viene anche generata. Confidate che l’opera trovi dei modi per impegnarsi con le ecologie che essa genera e attiva. Questo potrebbe comportare la necessità di entrare in un’arena concettuale adiacente a ciò che il lavoro dell’opera   sta facendo emergere. Potrebbe significare che una nota a piè di pagina ci porta in un percorso parallelo. Cercate nel contemplare le architetture e la cornice che man mano si genera di non imporre una forma paranoica all’opera.

 Non è necessario scrivere una dichiarazione artistica che segna il terriorio  in modo difensivo. Astenetevi dal produrre una recinzione per voi stessi e per il vostro lavoro. 

Faire Œuvre non significa “fare” un’opera, ma essere fatti dal lavoro dell’opera. Fare ricerca basata sulla pratica [practice-based research] significa questo. Qualsiasi altra forma di ricerca non è viva nel pensare, non è ricca di tendenze e potenziali.

Basarsi sulla pratica significa semplicemente riconoscere come si muova il pensiero nella materialità del suo agire. Pensare, essere nel movimento del pensiero, significa affinare la pratica e lasciare che ci guidi.


[1] Erin adopera la parola infrathin coniata da Marcel Duchamps per esprimere il ruolo dell’ “impercettibile” nelle dinamiche imprevedibili di un processo. Cfr. For a Pragmnatics of the Useless [NdT]

[2]  Efficace gioco di parole che riprende il tema dell’enunciazione come qualcosa che tende a definire e sfuggire alla pratica. L’ho evidenziato mettendo la d tra parentesi [NdT]

Memo anti-stronzismo

Una mappa riflessiva come dispositivo di ricerca per una desovranizazione dal basso prodotta dal collettivo Gesturing Towards Decolonial Futures. Originale al link https://decolonialfutures.net/portfolio/anti-assholism-memo/comment-page-1/

«La modernità coloniale, specialmente nella sua configurazione contemporanea, proietta un potente incantesimo narcisista a tonalità iper-individualista, iper-consumista e (auto) distruttiva. Attraverso l’educazione formale, i social media e i pacchetti di incentivi professionali, sia le culture mainstream che le contro-culture incoraggiano e premiano comportamenti tossici. Che includono la nostra percezione di separatezza dagli altri e dalla “natura” e il senso di una “eccezionalità” che giustifica meriti e supposte autorevolezze morali ampliando la rivendicazione di ciò che di dovuto a priori ci “spetterebbe”  in un posizionamento di autonomia senza responsabilità. 

Siamo inconsciamente condizionati a riprodurre comportamenti che sostengono la distruzione delle reti relazionali che ci nutrono, ivi compreso il pianeta di cui facciamo parte e da cui dipendiamo. Se le nostre culture contemporanee non possono offrirci una via verso la sobrietà e la maturità collettiva o un compasso per riparare i danni e per costruire relazioni basate su rispetto, reciprocità, consenso, fiducia e response-abilità, l’estinsione della specie umana è dietro l’angolo.

Rendersi conto che siamo TUTTI incasinati e che siamo diventati stronzi potrebbe essere uno (o il solo) dei modi per rompere l’incantesimo della modernità coloniale, per iniziare processi di disintossicazione attraverso il penoso lavoro di sgombro e compostaggio di cui abbiamo bisogno per uscire dal casino che abbiamo creato.

Nella nostra ricerca collettiva sullo stronzismo stiamo cercando di esplorare sia i sintomi che le possibili radici del problema. Queste sono alcune delle domande che ci siamo posti:

Quali pulsioni consce e inconsce socialmente valorizzate ci impediscono di costruire relazioni basate su fiducia, reciprocità e rispetto? Come beneficiamo personalmente da queste pulsioni? Come veniamo ricompensati socialmente quando riproduciamo questi comportamenti?

Stiamo cercando di mettere alla prova diversi esperimenti volti a interrompere questi schemi di comportamento che possono limitare la nostra capacità di costruire relazioni generative. Uno di questi esperimenti consiste in una lista di suggerimenti anti-stronzismo che potrebbero servirci da compasso per 

a) ciò che non dovremmo mai fare 

b) ciò che dovremmo fare sempre meno 

c) che dovremmo fare solo con autenticità 

d) ciò che dovremmo praticare comunque a prescindere dall’ “autenticità“ (per es. essere gentili)

Ora stiamo mettendo questo dispositivo alla prova ore vedere se attraverso pratica e ripetizione, la seguente lista può aiutarci a ricablare schemi di comportamento inconsci dannosi. Siete invitati a partecipare all’esperimento.

L’invito è di leggere innanzi tutto la lista e osservare come reagire ai suoi suggerimenti e alle sollecitazioni che contiene. Che cosa raccontano le vostre reazioni? Prestate particolare attenzione a cosa solleciti un senso positivo (o negativo) di autostima e di come questo potrebbe già essere un importante segnale di distorsione immaginaria (quando pensiamo a noi stessi come “più avanti” o “da un’altra parte” in questo processo di quanto non siamo realmente)


Potrebbe essere d’aiuto ricordare che quando ci si impegna in processi generativi il sé diventa iper-riflessivo (e consapevole dei passi indietro e delle difficoltà insite in questo genere di lavoro), il che significa non essere mai certi di rispondere davvero in modo generativo nei momenti di crisi o conflitto. Come un alcolista che si sta riabilitando, non si può mai dare per scontato di aver “risolto il problema”. Come accade con altre dipendenze, lo stronzismo che abbiamo incorporato dalla modernità coloniale può essere un disturbo che si cura, ma è più prudente presumere che non sia curabile.

Mentre leggete questa lista di suggerimenti cercate di immaginare come ogni aspetto potrebbe risuonare con il controcanto di  un campo relazionale radicato nella fiducia, nel rispetto, nella reciprocità, nel consenso e nell’impegno  responsabile a dar conto del proprio operare.

Ciò che non dovreste mai fare 

  1. Pensare di non far parte del problema 
  2. Sentirsi a priori nel giusto
  3. Aver ragione a tutti i costi (come arbitri della verità, della bellezza, della giustizia e/o della moralità) 
  4. Essere arroganti o vanesi
  5. Rispondere male o in modo sprezzante
  6. Essere crudeli o maliziosi
  7. Avere atteggiamenti condiscendenti o paternalisti (presumendo di poter “aiutare” gli altri)
  8. Svalutare altre esistenze (denigrando)
  9. Dar per scontato di essere più importanti 
  10. Rimettere qualcuno “al suo posto”
  11.       Pensare di “farla franca”
  12. Ritenersi immuni da responsabilità
  13. Fare di questa stessa lista un’arma.

 Ciò che dorreste fare sempre meno per poi smettere del tutto (ammesso che sia possibile)

  1. Pensare di essere uno di quelli “giusti”
  2. Offrire consigli non richiesti (“dovreste”). Non funzionano
  3. Fare i saccenti
  4. Condividere battute truci o sarcastiche con persone a cui risulta tossico. 
  5. Mettervi in una posizione di supervisione
  6. Consumare per compensare il sentimento di vuoto, di ansia o di tristezza. 
  7. Pensare che gli altri esistano per essere al vostro servizio o strumentalizzare le relazioni per sentirvi meglio
  8. Rendere invisibile il lavoro umano e di altre entità viventi che sono necessarie per la nostra esistenza
  9. Approfittare di altri per beneficio personale 
  10. Investire nella futurabilità/continuità di sistemi insostenibili 
  11. Permettere ai vostri traumi e insicurezze di governare le vostre decisioni. Immaginare una dinamica generativa del trauma implica un lavorio di cura, compostaggio, integrazione di insegnamenti  e imparare a mollare il controllo. La sola consapevolezza del trauma è insufficiente. 
  12. Occupare spazio collettivo per cercare conferme personali o senza avere considerazione per il tempo degli altri. 
  13. Utilizzare la propria vittimizzazione come moneta per promuovere sé stessi 

Cosa dovreste provare a fare più sovente e più autenticamente (quindi non come “sacrificio”) 

Ascoltate le vostre risonanze problematiche, specialmente se toccano la riproduzione inconscia di un comportamento sistemico dannoso. Ascoltate davvero. 

  1. Siate umili 
  2. Disarmate e siate disarmanti: offrite una critica gentile, onesta e che vi implica quando riportate altri alle loro responsabilità
  3. Siate intelligentemente sciocchi, non temete il ridicolo.
  4. Ammettete di aver avuto torto, che avete torto e che avrete torto. 
  5. Perdonate e chiedete scusa.
  6. Considerate che ci sono altre persone con voi che sanno sentire e i cui bisogni sono importanti quanto i vostri 
  7. Date priorità ai bisogni di altri più spesso, e poi scordatevene, non tenete conti.
  8. Perdonate e dimenticate i debiti che altri hanno nei vostri confronti 
  9. Ricordate e ripagate i vostri di debiti 
  10. Siate ospitali nei confronti di critiche e auto-critiche, ringraziate quanti riescono a offrirle con grazia. 
  11. Manifestate un rispetto incondizionato (accettare l’altro  non significa sponsorizzarlo).
  12. Notate ciò che non riuscite a imparare da conflitti ricorrenti, osservando i vostri schemi di resistenza. 

Cosa dovreste fare sempre di più (provateci a prescindere da come vi sentite)

  1. Siate gentili, generosi, premurosi  e pazienti 
  2. Siate grati, coraggiosi e intelligentemente intrepidi 
  3. Ridete di voi stessi 
  4. Permettetvi di essere sorpresi 
  5. Date spazio ospitale alla gioia, all’umorismo e alle risate 
  6. Coccolate – il vostro corpo non le vostre narrazioni 
  7. Fate ciò che è necessario più di ciò che volete 
  8. Scegliete di fare qualcosa che vi risulta difficile 
  9. Tendete la mano alle cose dolorose se vi verranno a visitare (e lo faranno) 
  10. Siate curiosi, osservate voi stessi senza investire in narrazioni di successo o fallimento, siate scettici rispetto alle vostre opinioni. 
  11.  Ampliate la vostra capacità di fare spazio a complessità, incertezza, pluralità, ambiguità e volatilità; accogliete i doni generati dai vostri fallimenti. 
  12. Siate sempre rispettosi e sospettosi, dite ciò che apprezzate degli altri senza alimentare insaziabili desideri di validazione, gratitudine o conferma (in voi stessi o negli altri) 
  13. Sviluppate un discernimento stratificato come obiettivo di tutta una vita e di una vita ampia, specialmente quando risulta difficile o complicato. Seceglitw le vostre battaglie con cura, quando potete.

Ricordate: tendiamo a giudicare gli altri in base alie loro azioni e giudicare noi stessi in base alle nostre intenzioni. Siate compassionevoli con gli altri e iper-attenti alle forme di indulgenza che rivolgiamo a noi stessi.

Esercizi per amici/parenti e compagni di vita:

  1. scrivi una lista di cosa ti farebbe sentire più vicin* a ______ [inserire il nome di un altr* significativ* – uman* o non uman*] 
  2. Scrivere una lista di cosa farebbe sì che ­­_______  si sentisse davvero più vicin* a te. 
  3. Scrivi una lista delle cose difficili che sarebbe necessario superare per propiziare un’evoluzione generativa della relazione.
  4. Scrivi una lista di cosa ti impedisce di farlo.
  5. Scrivi una lista di possibili future ripercussioni (per te ed altri)  della tua difficoltà a gestire diversamente la situazione  
  6. In cosa si radica la tua convinzione? E’ sostenibile? Hai un sufficiente senso di urgenza e dai sufficiente importanza alla  sfida del difficile lavorio necessario per dis-investire in comportamenti dannosi e mettere energia nell’incerto processo di ricablarti verso la costruzione di relazioni più generative? Fai una lista di tre cose che dovresti ricordare quando cedi alla frustrazione, alla spossatezza e allo scoramento rispetto alle sfide di questo processo.»