Gaza come problema per il pensiero

Un quartetto palestinese #1

Fabrice Olivier Dubosc

Ho bisogno di un giorno luminoso, non di un momento di trionfo folle e fascista.

                           Mahmud Darwish

Articolare storicamente il passato non significa conoscerlo «proprio come è stato davvero» Vuole dire impossessarsi di un ricordo cosi come balena nel momento del pericolo.

                                     Walter Benjamin 

da una installazione di Dominique Dubosc

Questa riflessione deve molto al Black Study agli studi della tradizione radicale afro-americana e al modo in cui mettono in discussione – con Du Bois (“la razza è un problema di pensiero”) – qualsiasi presunzione di defnire la razza ointologicamente come qualcosa che è. La razza non è. Il pensiero della nerezza si chiede come ripensare ciò che non è eppure ha costretto la storia nella s/tortura? e come ripensare la resistenza dell’oggetto, la resistenza di ciò che sarebbe stato ridotto a “cosa” ma è rimasto relazione. Anzi, quali forme generative di resistenza immagitiva e relazionale ne sono derivate?

Il filo conduttore che desidero sviluppare in qusta serie di articoli è di provare a tracciare un tema corale: che la Palestina è un problema per il pensiero, nella misura in cui cerchiamo di catturare e governare la memoria come una misura gerarchica prescritta dal diritto, piuttosto che permettere alla memoria di illuminare un orizzonte di vita.

Perché la memoria stessa è un problema per il pensiero!

La “tradizione degli oppressi” secondo Walter Benjamin è una modalità non lineare con cui la memoria agisce. Il contrario di un’idea della storia come qualcosa che si colloca entro un flusso temporale vuoto e omogeneo. Mentre la tradizione è generalmente intesa come una sorta di continuità trasmessa di generazione in generazione, per Benjamin la narrazione dell’oppressore è la narrazione del vincitore mentre la tradizione dell’oppresso offre un “taglio,” una cesura in quella continuità[1] .  “In ogni epoca si deve tentare nuovamente di strappare la tradizione da un conformismo che sta per sopraffarla”. (Benjamin, Sul concetto di storia, tesi VI, 1940/1968) Gli oppressi vedono la ripetizione per quello che è: un vuoto dispositivo retorico per dare legittimità all’abuso trasformato in un ordinario, lineare, sottovalutato e sempre agito “stato di eccezione” che permette l’oppressione, il colonialismo, lo sgombero, l’occupazione del territorio. [Ausnahmezustand, può essere tradotto come stato di emergenza o ‘stato di eccezione’].

” La tradizione degli oppressi ci insegna che lo «stato d’ecceeziione» in cui viviamo è la regola. Dobbiamo giungere a un concetto di storia che corrisponda a questo. Allora ci starà da-vanti, come nostro compito, di suscitare il vero stato d’eccezionemigliorando cosi la nostra posizione nella lotta contro il fascismo  (Tesi VIII di Benjamin, ibid).

Per Benjamin la memoria degli oppressi è una pluralità fuggitiva, una processione in fuga radicale dalle narrazioni lineari dell’oppressore. L’improvvisa ‘madeleine’ della memoria vissuta/vivente è la linea di fuga che permette di recuperare il di-più emergente della resistenza che è stato messo in secondo piano dal lineare resoconto storico riscritto dagli oppressori.   La discontinuità della tradizione degli oppressi risiede nel deposito di tutti i tentativi volti a interrompere la presunta continuità dell’oppressione e alla cattura delle sue narrazioni.  

Una delle dichiarazioni più famose di Darwish è che la condizione dei Palestinesi deriva dall’essere stati fatti imprigionati dal sogno di Israele. Ma i Palestinesi non se ne vanno, il loro rapporto con la terra, il sentimento del Paese non di articola a partire da da un’idea già data di Stato territoriale. E la loro resitenza per Israle è stata paradossalmente  un male necessario  perché permette  di riaccendere  – nel diniego della loro esistenza o umanità – il sogno di risarcimento sionista di una Grande Israele nella rivendicazione territoriale contro tutto e tutti, incorporata nella cornice di una irriducibile narrazione del trauma. Ma la situazione palestinese ha un’altra specificità “non è assimilabile nel contesto dell’’attuale ordine mondiale” (Khatib 2024). Seguendo la critica innovativa di Robert Meister sul discorso dei diritti umani dopo il 1989, in After Evil: A Politics of Human Rights (2011), Khatib scrive: 

Mentre il discorso sui diritti umani (HRD) consiste nel dichiarare una nuova era ‘post-ideologica’ che ripudiala violenza passata… a partire da  una necessaria  di violenza eccezionale quella  del  soccorso e del risarcimento.  L’ Olocausto è il crimine che fonda questa nuova era. Il progetto e la missione [umanitaria] volta a prevenire il ritorno di quella prima violenza eccezionale [la Shoah] impone  la concessione dell’impunità e dell’immunità costitutiva dal diritto internazionale allo Stato di Israele, che si dichiara Stato vittima in quanto Stato dei sopravvissuti. Ciò spiegherebbe la palese discrepanza tra le violazioni dei diritti umani perpetrate da Israele nei confronti dei Palestinesi e delle popolazioni vicine e l’auto-rappresentazione di Israele come uno ‘Stato-vittima’ in pericolo perenne. Meister sostiene che nei dibattiti post-olocausto sui diritti umani, la violenza che Israele usa per difendersi è diventata un laboratorio per la violenza che la ‘comunità mondiale’ (e in particolare gli Stati Uniti) dovrebbe mettere in atto per garantire [umanitariamente] Israele se non potesse difendersi. La sicurezza post-olocausto di Israele rappresenta quindi l’eccezione costitutiva su cui si basa l’umanitarismo del XXI secolo. (2024) 

Quindi, come Darwish aveva previsto, il risultato mostruoso dell’invenzione sionista di uno Stato nazionale post-Shoah è stato quello di creare “una lotta tra due memorie”. Le due memorie sono intese come la Shoah e la Nakba (il trasferimento violento di 700.000 Palestinesi dai territori occupati da Israele nella violenta lotta colonialista nella fondazione di Israele). Ma credo che Darwish non parli solo di due memorie distinte, ma di due modi completamente diversi di pensare e sentire ciò che intendiamo per memoria.

Diventare “mostri di belle speranze” significa riconoscere la negazione implicita in un certo tipo di memoria prescritta da una narrazione normativa e assoluta senza crepe[2] . La memoria del medesimo, ddi un indiscutibile “già detto” sostituisce un altro tipo di memoria – dove l’orizzonte si allarga e si apre al processo.

Questo tipo di memoria è più vicina a “un testamento senza eredità” (Char) o alla “memoria dell’oblio” (Nietzsche) in grado di allontanarsi dalla prigione del risentimento. E dove l’eredità può essere immaginata nuovamente attraverso la memoria poetica emergente – l’odore delle pietre –  di un “di-più” inscritto in ‘una’ vita, ‘un’ luogo, ‘un’ popolo.

A Gerusalemme, e intendo all’interno delle antiche mura, 
cammino da un’epoca all’altra senza che la memoria
mi guidi. 

(Darwish 2007)[3]


[1] Nelle note al Concetto di storia (1940) Benjamin scrive: “Il continuum della storia è quello degli oppressori. Mentre l’idea del continuum livella tutto al suolo, il concetto di discontinuum è il fondamento della vera tradizione  (…) la storia degli oppressi è un discontinuum (…) Il compito della storia è quello di impadronirsi della tradizione degli oppressi”. cfr. S. Khatib (2015). “Walter Benjamin and the ‘Tradition of the Oppressed’” in Anthropological Materialism. Verificato  31 agosto, 2025 da https://doi.org/10.58079/b839

[2] All’inizio degli anni ’80 Gordon Lawrence portò un’intuizione notevole nel lavoro di gruppo con la Social Dreaming Matrix  una tecnica per esplorare la matrice  onirica come parte di una matrice sociale di intrecci narrativi sistemici  che vengono  dinamizzate nella percezione stessa di una matrice pre-concettuale transindividuale.  In una prima esperienza sul campo, Lawrence fu chiamato da un gruppo di psicoterapeuti israeliani che si erano riuniti per capire quali dimensioni dovevano essere affrontate con urgenza nel loro lavoro sul trauma. Inizialmente, i sogni riguardavano la Shoah e la disumanizzazione perpetrata dal nazismo (un sogno di topi ha portato a queste amplificazioni, poiché uno degli epiteti nazisti era proprio “topi” La radicale precarietà esistenziale veniva così evocata e rivisitata collettivamente.  Ma dopo questa fase iniziale, sono potuti emergere sogni inaspettati che caratterizzavano Israele come un blocco di marmo senza crepe. E in un altro sogno, le stesse navi che avevano portato migliaia di rifugiati ebrei in Palestina dopo la Seconda Guerra Mondiale stavano arrivando di nuovo, ma inaspettatamente cariche di palestinesi!

[3] Mahmoud Darwish “A Gerusalemme” in Il fardello della farfalla” – Traduzione di Fady Joudah)
Bloodaxe Books Northumberland, Inghilterra, 2007