prospettive per traverso

Erin Manning ro Heinrich

Una pratica alla periferia dei sensi – Sabato 14 dicembre 2024  dalle 15.30 alle 18.30 presso Terzo Paesaggio – Padiglione Chiaravalle via San Bernardo Chiaravalle (Milano)

Non preoccupatevi della materialità iniziale di una pratica o della forma che sembra assumere. Lasciatevi guidare dalla forza del suo potenziale: può essere un testo, una poesia, un concetto filosofico, un tessuto, un odore, un movimento, una manciata di terra.” Erin Manning         

Pratica 1 sulla visione periferica: Erin Manning – Una tessitura di movimenti (20 minuti circa) 

per sperimentare insieme con ciò che si trova alla periferia dei sensi,  con ciò che esclude logiche frontali: una percezione per traverso. (con ampia discussione).

Muovetevi nella singolarità della direzione che prende, non alimentatela eccessivamente, non deve essere tutto, ma sentitela fisicamente. 

Pratica 2: Un’estetica del tracciare: Ro Heinrich – ricerca artistica sul  fermento percettivo per voce e immagini, in conversazione con Erin Manning per ripensare l’essere della  relazione (seguito da discussione). 

3. Ri-orientamento: Erin Manning:  Leggere e discutere insieme tre brevi testi su tre concetti chiave relativi alle pratiche sperimentate: distantismo, percezione autistica, bianchezza.

Esistono forse diverse modalità percettive per entrare nello spazio della convivialità?Perché dare per scontato che l’ambiente normativo in cui viviamo miseramente – e in cui la bianchezza, l’abilismo, la neurotipicità e le tutte le forme di colonialismo che proliferano per mano del capitalismo razziale – sia proprio il luogo dove ci dovremmo incontrare? E possiamo dire con certezza che questo sia il luogo in cui la vita muore?” (E.M.)

Erin Manning è direttrice ella scuola di dottorato in arte e filosofia relazionale presso la facoltà di belle arti della Concordia University. È tessitrice, ballerina e coreografa. Dirige SenseLab – un laboratorio che esplora le intersezioni tra pratica artistica e filosofia attraverso la sensorialità in movimento. in un contesto che afferma il valore della neurodiversità e dei modi non normativi di pensare, essere e percepire.

Tra i suoi libri recenti : Always more than One, The Minor Gesture,  For a Pragmatics of theUuseless e The being of relation (quest ultimo presto in italiano)

Ro Heinrich è una ricercatrice artistica  che lavora con le grammatiche della separabilità e della relazionalità attraverso lingue parlate e non.La sua pratica multidisciplinare registra e intreccia conversazioni e collaborazioni, nella produzione di  filmati e libri. Co-organizzatrice della piattaforma Towards post-extractive cultures  alumna di THIRD, DAS Graduate School Amsterdam e attiva in diversi gruppi di studio che si occupano di pratiche relazionali..

Faire Œuvre/fare opera

Erin Manning

traduzione di fabrice

Faire Œuvre

Erin Manning

  1. Far pratica

Non preoccupatevi della materialità iniziale di una pratica o della forma che sembra assumere. Lasciatevi guidare dalla forza del suo potenziale: può essere un testo, una poesia, un concetto filosofico, un tessuto, un odore, un movimento, una manciata di terra.

Muovetevi nella singolarità della direzione che prende, non alimentatela eccessivamente, non deve essere tutto, ma sentitela fisicamente, lasciatevi guidare dalla curiosità.

Praticare è impegnarsi con un insieme di condizioni. 

Praticare è esplorare come si producono  tendenze.

Praticare è seguire queste tendenze in un processo. 

Praticare è sviluppare una sintonia con il differenziale nella ripetizione.

2. Andate dove vi porta la pratica 

Una pratica non significa altro se non impegnarsi con qualcosa nel suo dispiegarsi. Ritornarci sopra. Non preoccuparsi troppo di quanto spazio ciò prenda. Diffidare delle tendenze a generalizzare. Se si tratta di un concetto, meglio giocarci.

Fatelo cozzare con altri concetti per vedere che forma possa prendere. Se è un movimento, entrateci qualsiasi apertura. Seguite il suo brio.

Una pratica insegna sempre. Insegna come entrare. Evidenzia limiti. Propizia una soglia. Restate curiosi di ciò che si può imparare. Da questo lasciatevi prendere e guidare. 

3. Non cercare cornici già date

Cercate di non valutare la pratica a partire da criteri di giudizio esterni. La pratica produce la propria valutazione. Produrre una valutazione permette di evitare la paranoia di ciò che dovrebbe contare, di ciò che dev’essere misurato. Cercate di resistere all’impulso di includere, di aggiungere, solo per il gusto di aver soddisfatto dei criteri. Cercate di resistere all’impulso di apparire intelligenti o come un artista.

Se l’artisticità guida, se ciò che muove la pratica è la sua resa estetica, sarete mossi dalla pratica e dalle sue modalità di valutazione. Permetteteci di considerare ciò che genera valore anche se ciò non è conforme agli schemi dominanti. Ci si può incuriosire di come queste differenze traccino deviazioni rispetto agli schemi dominanti ma senza perderci troppo tempo.

4. Evitate i canoni di genere 

Organizzarsi a partire da canoni già dati è una tentazione. Di farne un metodo, di chiamarlo “ricerca basata sulla pratica” o “ricerca artistica” o “ricerca-creazione”, per segregarla da tutto ciò che la ricerca non doveva essere. Non cascateci.

Il lavoro che fa il suo lavoro, faire œuvre, resiste alle categorie prestabilite. Come pensare che la ricerca possa evitare la pratica? Come potrebbe il pensiero non essere una pratica?

Il problema è proprio questo: il pensiero è stato dissociato dalla pratica, e l’arte è stata dissociata dal pensiero.

Invece di iniziare con categorie, invece di giustificare con il metodo, affidatevi alla pratica per muovere il pensiero. Permettete ai pensieri  di mettervi in movimento. Riconoscete che non siete mai stati separati dal pensare e che le pratiche vi hanno sempre fatto pensare. Incuriositevi per ciò che emerge come pensiero quando non è separato dalla pratica. Trovate, nella pratica, la vulnerabilità di ciò che si dice e scrivete o parlate o fate movimento a partire da da lì. Includete ciò che è ineffabile. Rendete palpabile nell’atto qualcosa di impercettibile[1] che scomoda la ripetizione.

5. Chiamatela ricerca 

La ricerca è il raccolto della pratica. Questo raccolto è un’estetica. Porta in dono la sensibilità generata da un processo. Sintonizzatevi su come articolarla al meglio affinché abbia spazio. Siate sensibili ai suoi permeabili confini Trovate linguaggi che la prolunghino. 

La cattura avviene in molti modi. Catturiamo i processi ogni volta che iniziamo con la critica. Criticare è starsene fuori  delimitando il potenziale dall’esterno. Niente è più facile della critica. Ma qualcosa accade davvero solo quando ci si mette in gioco Mettete le mani in pasta, curate la qualità dell’inclusione, in un approssimarsi di prossimità.

La prossimità come approssimazione è qualcosa che resiste alle dinamiche di causa-effetto e a ciò che separa il dentro dal fuori. Costruisce ponti, produce adiacenze. Differenze senza-separabilità. 

La critica immanente abita qui. La critica immanente – saggiare cioè un processo all’interno delle  sue problematiche emergenti – amplia le nostre capacità.  Ma come può una pratica  attivare il pensiero? Se una pratica non tocca i limiti del pensiero, se il pensiero non produce condizioni per processi emergenti, Tagliate la pratica. Allineatevi muovendo con la crepa. Entrateci. 

La frattura è anatema per la critica. Laddove la critica trova difetti da un punto di vista esterno, precostituito, la frattura è una tendenza propulsiva che nasce da dentro e che modifica la geologia di un contesto. Nella faglia che si crea la crepa non solo riconfigura ma produce nuove forze…

Tagliare significa fare i conti con la condensazione di una tendenza muovendola in un’altra direzione

La ricerca accade in questo spostamento. La ricerca accade quando si cambia direzione. È l’escavazione geologica degli strati che la faglia rivela. quali nuovi orientamenti sono emersi? quali nuovi problemi si sono evidenzati? 

6. Non fatela diventare cosa vostra

Si è tentati di chiamarla la “mia” ricerca. Ma la pratica ci porta con sé: non è cosa nostra. Seguire la pratica dove essa conduce non significa solamente imparare dalla pratica come meglio sintonizzarsi con il valore immanente dei processi emergenti, ma significa anche favorire modalità di incontro con quei pensieri che rifiutano e confutano la bianchezza e la sua neurotipicità, il suo potere di cattura.

La neurotipicità è l’operazione sistemica che centralizza la bianchezza come faro della formazione e del conoscere. La neurotipicità è il metodo dominante in qualsiasi ambiente istituzionalizzato.  La neurotipicità non è solo il tutore dell’ordine della conoscenza, ma è anche la forma che la conoscenza assume. 

Ogni separazione forzata tra pratica e pensiero è neurotipica. La bianchezza nasce qui, nella difesa di ciò che è in gioco in ciò che conta e in chi è che conta. Ogni volta che dite di sapere di più, ogni volta che imponete un territorio al pensiero, ogni volta che lo fate diventare cosa vostra performate il colonialismo. Questa è bianchezza, neurotipicità

7 Restate nel movimento del pensiero

C’è un rischio. È del tutto possibile che la pratica non generi scrittura. Nel mondo accademico, si continua a tracciare una linea di demarcazione tra ciò che vale come conoscenza e ciò che non vale. 

Non cè una soluzione bell’e pronta a questo problema. La ricerca che poggia sulla pratica purtroppo non è ancoira andata al di là del linguaggio, al di là delle parole. Un modo per promuovere contiguità è di resistere ai modi con cui la lingua tende a formattare le parole (d)enunciando[2]. Rendete il linguaggio propositivo.

Lasciate che il linguaggio si apra ai ritmi di ciò che non può dire. Non preoccupatevi troppo del canoni tipici. Tutto ciò non impone poesia  così come non si oppone alla scrittura accademica.  Sta piuttosto con il continuo praticare le deviazioni che la lingua rende possibili. Alcuni di questi sentieri poco battuti epotrebbero necessitare di un’architettura della citazione … E qanche questa può diventare una forma breve di pratica – un modo per incontrare socialità minori in co-composizione!

8. Curate il testo!

La pratica è impegno nella curatela. Praticare significa entrare in sintonia con la differenza quotidiana di ciò che la pratica produce. Lasciate che il linguaggio offra tendenze orientative. Inventate parole! Non abbiate paura dei concetti! Scavate dal concetto per vedere dove può arrivare. Non dilungatevi in confutazioni, rischiate di rimanere bloccati. Quando il lavoro inizia a funzionare, considerate con attenzione il modo con cui si è sviluppato. Costruite una sintonia con ciò che non c’è, con ciò che oscura la singolarità di un orientamento. Interessatevi a ciò che si sta sottraendo. Pensate alla “pratica” in ogni fase del processo. Consentite che le cose si disperdano. Siate consapevoli di ciò che “voi” state aggiungendo e chiedetevi se state aggiungendo voi stessi. È forze una polizza di assicurativa per stare in sicurezza? Cercate di capire se riuscite a lasciar perdere. Permettete che il lavoro faccia il suo lavoro.

9 Faire Œuvre

Quando un lavoro fa per bene il suo lavoro, diventa una pratica. Questo vale tanto per  un’opera d’arte  quanto per  un libro o una storia o un documento accademico. Preoccuparsi troppo dei canoni significa cercare di controllare il processo a partire da valutazioni esterne. Lasciate che sia l’opera stessa a guidare.

Come qualsiasi architettura, un’opera genera un contesto, una cornice e ne viene anche generata. Confidate che l’opera trovi dei modi per impegnarsi con le ecologie che essa genera e attiva. Questo potrebbe comportare la necessità di entrare in un’arena concettuale adiacente a ciò che il lavoro dell’opera   sta facendo emergere. Potrebbe significare che una nota a piè di pagina ci porta in un percorso parallelo. Cercate nel contemplare le architetture e la cornice che man mano si genera di non imporre una forma paranoica all’opera.

 Non è necessario scrivere una dichiarazione artistica che segna il terriorio  in modo difensivo. Astenetevi dal produrre una recinzione per voi stessi e per il vostro lavoro. 

Faire Œuvre non significa “fare” un’opera, ma essere fatti dal lavoro dell’opera. Fare ricerca basata sulla pratica [practice-based research] significa questo. Qualsiasi altra forma di ricerca non è viva nel pensare, non è ricca di tendenze e potenziali.

Basarsi sulla pratica significa semplicemente riconoscere come si muova il pensiero nella materialità del suo agire. Pensare, essere nel movimento del pensiero, significa affinare la pratica e lasciare che ci guidi.


[1] Erin adopera la parola infrathin coniata da Marcel Duchamps per esprimere il ruolo dell’ “impercettibile” nelle dinamiche imprevedibili di un processo. Cfr. For a Pragmnatics of the Useless [NdT]

[2]  Efficace gioco di parole che riprende il tema dell’enunciazione come qualcosa che tende a definire e sfuggire alla pratica. L’ho evidenziato mettendo la d tra parentesi [NdT]