razza e inconscio

Riprendendo Foucault e Deleuze, il pensiero postcoloniale rileva come razza e razzismofacciano parte dei processi fondamentali con cui l’inconscio rappresenta il rapporto con l’alterità.  

            Achille Mbembe spiega che la specificità dell’idea di razza è sempre di generare un doppio, un simulacro, una maschera volta a nascondere l’umanità di un volto umano. «Per il razzista vedere un negro, significa non vedere che non c’è, che non esiste; che non è che il punto di fissazione patologica di una assenza di relazione (…) il significante razziale è tuttora, a più di un titolo, la lingua non eludibile, anche se a volte negata, del racconto di sé e del mondo, del rapporto con l’Altro, con la memoria e il potere.»  

            L’elaborazione paranoica della differenza nell’odio per l’altro cela un profondo odio di sé: il razzista si rassicura odiando, maneggiando il terrore, costituendo l’altro come diverso, cioè come doppio perturbante da cui proteggersi o disfarsi. 

            L’inconscio razziale aveva trovato una narrazione ‘scientifica’ nella primitiva ‘psicologia dei popoli’ e delle emozioni del XIX secolo che a sua volta si nutriva della logica illuminista che aveva rappresentato l’Africa come ferma in un’infanzia da cui gli altri popoli del mondo erano da tempo usciti. 

            La razza come misura della differenza, dell’immunitàe della segregazione è stata la lingua privilegiata del potere sociale. E come dimostrano le pratiche del colonialismofrancese, la discriminazione e il razzismo possono essere del tutto coerenti con un’idea acriticastrumentale di universalità, razionalità, coerenza del soggetto, insomma con alcune delle grandi idee portanti dell’Illuminismo.  

            Chi è soggetto allo sguardo razzista diventa immediatamente un testimone vivente della violenza del mondo. Testimone della vulnerabilitàe pietra di scandalo. I negri, gli ebrei, gli indios, i palestinesi, gli zingari, i rifugiati e migranti di ogni paese sono testimoni paradossali di ciò che non è visibile, in particolare dei cadaveri assenti, che la mancata sepolturaconsegna a una tomba vuota.  

            Lanecrofiliaesige sempre la propria sterile ripetizione. E ci aiuta a comprendere perché le pratiche con cui il principio razziale si riproduce devono sempre attaccare il corpo rivelando in fondo un conto in sospeso con la vita in generale.  

            Per questo Mbembe sostiene ripetutamente che il modo migliore di elaborare il lutto e onorare i morti è con un sovrappiù di vita.  

Oggi ciò implica un doppio sforzo – verso la vita biologica nel senso dell’ecosistema tutto che include ogni forma vivente (e non) e verso la vita biografica – la specificità della singolarità di ognuno.

Si parte!

Settembre è il mese giusto per partire.

Parte allora ufficialmente questo Blog del Laboratorio permanente di Clinica della Crisi, che sarà il luogo di raccolta e archivio dei contributi e degli approfondimenti nati e cresciuti in seno al costante dialogo a più voci, inizialmente scaturito da uno scambio di missive e ragionamenti, su clinica critica e crisi del Possibile. Da qui la volontà, dopo quasi un anno, e dopo l’apertura di uno spazio sui social e la pubblicazione di una raccolta di lemmi, di aprire anche questo luogo di raccolta, snodo e confronto.

Parte il Lessico della Crisi e del Possibile, curato da Fabrice Olivier Dubosc che sta vedendo la luce in questi primi giorni di settembre: è un testo caratterizzato dall’incontro di 44 autori e autrici per il racconto di 100 Lemmi posti a snodo della riflessione iniziata con il Laboratorio di CDC.

Partono una serie di eventi legati alla pubblicazione del Lessico che vorranno essere più che presentazioni, momenti di pratica collettiva del Possibile.