il permesso di fallire

Bayo Akomolafe con Ije, Alethea e Abayomi

Ieri ho letto questa frase di Chinua Achebe che mi sembra molto appropriata al momento che viviamo e in cui ­– in più di una situazione – si intrecciano aspirazioni, appartenenze e progettualità, nei movimenti, nella ricerca, nelle aspirazioni…. Questa è la frase:

«l’idealista impaziente dice “datemi un punto d’appoggio e sposterò la Terra”, ma dovremmo tutti appoggiarci alla Terra stessa e spostarci con lei, al suo ritmo»

Mi sembra un’ottima introduzione alla lunga sbobinatura di un webinar di Bayo Akomolafe che sto cercando di tradurre perché ne ho sentito il bisogno. Akomolafe era stato invitato a tenere il discorso magistrale a una di quelle cerimonie di graduation (ora virtuali) con cui le università americane celebrano il momento della laurea. Gli interventi introduttivi erano   volti a celebrare le “lumiminose sorti” dei laureati. il contrasto con quanto ha detto loro Bayo – e sopratutto come lo ha detto – è felicemente spiazzante. Ho cercato di restituirne le parti essenziali a partire dall’invito ripetuto di  pensare che le soluzioni facciano parte del problema.

Per ora condivido la breve introduzione (“la nerezza ama le crepe”) e nei prossimi giorni la traduzione dell’intervento vero e proprio.

***

«Ho fatto ai giovani freschi di laurea e  alle loro famiglie una serie di domande

“E se nel mondo contemporaneo caratterizzato da pandemie  caos climatico il successo fosse un handicap? 


Cosa significa laurearsi alla fine del mondo Durante una pandemia? A che servono questi incontri  cosa significa un rituale che celebra l’acquisizione di eventuali competenze in un tempo turbato dal tracollo mondiale? Quando non è più chiaro cosa significhi essere umani. 

Non mi aspettavo risposte. E non intendevo farne alcuna. Le domande stesse bastavano. Pensavo che se le mie incursioni queer funzionavano avrebbero trasmesso qualcosa di contemporaneamente profetico e assurdo: che in questi giorni caratterizzati da una miriade the disarticolazioni, la cosa apparentemente  ovvia da fare potrebbe anche essere la più controproducente. Volevo scavare una falla grande come un cratere nella metanarrativa del successo. E nelle profondità sotterranee di quella crepa segnalare le vite non ancora pensate, i modi potenziali di ritrovare corpo in un’epoca di sfide critiche alle forme di materialità che abbiamo  incorporato.

E così ho parlato della Nerezza. Probabilmente non di quella che già conoscete, la nerezza che manifesta con cartelli e striscioni e chiede riparazione. Ho parlato della nerezza come di una migrazione mondana e creaturale di forze che  amano le cose rotte, le crepe, i fantasmi, i posti aperti, i fallimenti, la fuggitività e le zone a rischio. E ho connesso l’amore per le crepe con l’idea di una emancipazione radicale.

Ma divago.

Questi tempi di offrono uno strano dono: il permesso di fallire, di non essere all’altezza, di mollare le bussole che ci hanno vincolato alle cartografie che impongono di recuperare il terreno perduto…  

(…)

Il mio augurio è che la vostra via sia dura e che gli intralci siano il vostro santuario ».

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