Il futuro inizia dal passato

Riproponiamo qui per Clinica della crisi una buona parte della lectio magistralis di Georges Didi-Huberman letta al Festival Mimesis (dovreste ancora trovare l’intervento completo in streaming qui https://www.youtube.com/watch?v=zy6PpIN3Bb4 – dal minuto 17:57) in occasione del Premio Udine Filosofia.

Il tema del passaggio di una soglia tra impossibile e possibile e della trasformazione radicale che questo implica nell’osare una prospettiva (e non una mera opinione!) ci sembrano anche al cuore di ciò che ha ispirato il nostro lessico della Crisi e del Possibile. Buona lettura e sopratutto ascoltate Didi-Huberman

“Il passato non è mai interamente passato. È ancora con noi, dispone sempre di una piccola porta che si apre sul presente, sull’avvenire o ancora sulla redenzione”, si legge nella conferenza del 1946 di Gershom Scholem su Memoria e utopia. Inoltre, in La Cabala e il suo simbolismo, si trova questo richiamo esegetico in cui si parla, finalmente, di Kafka: “Origene racconta, nel suo commentario ai Salmi, che un dotto ‘ebraico’, certamente un membro dell’accademia rabbinica di Cesarea, gli ha detto che le Sacre Scritture assomigliano a una grande casa con molte, molte stanze; di fronte a ogni stanza si trova una chiave, ma non è quella giusta. Le chiavi di tutte le stanze sono state scambiate e bisogna (compito importante e, al contempo, difficile) trovare le chiavi giuste, in grado di aprire le stanze. Quest’analogia, che la situazione kafkiana trae dalla tradizione talmudica in pieno sviluppo, senza che essa perda in alcun modo il suo valore, ci mostra quanto il mondo kafkiano appartenga profondamente alla genealogia della mistica ebraica”.

Le porte, in Kafka, si rivelano definitivamente inscindibili da una spazialità che si potrebbe definire “condizionale”, nel senso equivoco, anzi minaccioso del termine, ma anche nel senso in cui Benjamin notava l’importanza delle frasi o “proposizioni condizionali” (Konditionalsätze) nell’autore del Processo. Non a caso, gli esempi che egli dava allora erano tutti di tipo spaziale: “i soffitti bassi, […] i gradini di una scala che conduce sempre più in basso […], le soffitte” e, in generale, tutti gli spazi concepiti per delle cose segrete o “scartate”.  Benjamin notava infine, in una serie di riflessioni sulle nozioni – temporali e giuridiche, se non teologiche – di “sospensione” o di “rinvio”, che i ritratti dei giudici nello spazio del Processo funzionano, a loro modo, come degli apparati di potere, di giudizio, se non di sentenza: “Significato dei ritratti dei giudici. Appesi alla parte superiore del telaio della porta, come la lama tra i montanti di una ghigliottina.”

Basterebbe dunque, in un siffatto “mondo di immagini”, ritrovarsi di fronte a una porta affinché – al pari di Atlante, del “giusto nascosto” o del “piccolo gobbo” della canzone popolare a cui Benjamin era tanto affezionato – “tutto pesi sulle spalle”. E affinché, di contro, lo spirito di emancipazione si traduca semplicemente con la formula che conclude il saggio del 1934 su Kafka: “L’essenziale è che le spalle siano liberate dal loro carico (wenn nur die Last vom Rücken genommen ist)”. Oltrepassare la soglia significherebbe liberarsi da un peso – al contempo psichico, di una colpa, di un dolore – che il non oltrepassare fa subire alla nostra intera esistenza.

Molto è stato detto sul gesto aporetico – come irrigidito nella sua contraddizione – dell’Angelus Novus che gira ostinatamente il volto verso il passato, benché la tempesta del progresso lo spinga irresistibilmente verso l’avvenire… Ma Benjamin ha suggerito, un po’ più avanti, che un altro gesto – umano e non più angelico – era possibile: un gesto desiderativo e non eternamente teso tra il passato e l’avvenire.

Questo gesto desiderativo instaura il movimento durante cui una porta sarà attraversata. Da qui l’ultima precisazione di Benjamin: “L’avvenire [non era] agli occhi degli Ebrei un tempo omogeneo e vuoto, poiché, in esso, ogni momento era la porta stretta (die kleine Pforte) attraverso cui il Messia poteva entrare”. Come si legge in certi testi cabalistici e in certe storie chassidiche, non siamo noi che aspettiamo il Messia: è piuttosto lui che ci aspetta. Cosa si aspetta da noi? Il nostro gesto decisivo, la nostra “presenza di spirito”. La nostra capacità di aprire una porta e di varcare una soglia. È proprio in quel momento che egli “entra” nelle nostre vite, nel nostro tempo. Bisogna, indubbiamente, leggere queste ultime frasi di Benjamin come Benjamin stesso avrebbe letto le parabole di Kafka: non come una religione o come un’affermazione di fede, ma come un problema sollevato, sollevante: un “racconto per dialettici”. Non è forse questo toccare con mano l’essenziale tenore profetico di questo modo di pensare, presente in Benjamin o in Kafka?

Che “l’energia rivoluzionaria e la debolezza” possano formare “le due facce di un solo e medesimo stato”, come Benjamin dice di Kafka, si appellerebbe nientemeno che a una nuova comprensione della politica stessa. Vi è nella politica qualcosa che si trova al di qua dei rapporti di forza oggettivi, storici, come i conflitti tra poteri o egemonie: alla base, più sotterraneo, meno dispiegato ma comunque fondamentale. È una sorta di gioco di forze soggettive o psichiche: un rapporto, spesso drammatico, tra potenze come il desiderio e la paura, e al centro di cui opera costantemente la nostra facoltà immaginativa. In una prospettiva come quella di Kafka, non è sufficiente la liberazione dai poteri esterni, il non essere più costretti, per non sentirsi più oppressi: “[…] tu sei libero ed è per questo che sei perduto”. È qui che al materialismo storico manca il contro-motivo di un’etica e di un’antropologia.

L’errore politico del povero diavolo di fronte alla “porta della legge”, nella parabola kafkiana, è il fatto che egli pensa che tutto ciò che aspetta – o che lo aspetta – sia stato, in qualche modo, previsto. Sebbene sia ignorante, egli è ancora troppo teologo, se così si può dire. Non ha rischiato l’imprevisto, il passaggio intempestivo: ciò che Paolo Virno ha definito, leggendo i profeti, una “politica dell’esodo”. Non ha fatto il passo verso quell’avvenuto [survenu] che comportava anche, sulla scia del desiderio, il ricordo [souvenu] del gesto di ricominciare, là dove poiesis e praxis potrebbero ricongiungersi, così come propone Virno – contro Agamben – nel suo testo su L’uso della vita.

Immaginare di ricominciare? Si tratterebbe allora di praticare un’apertura nel tempo o di rischiare di varcare la soglia di una porta, per quanto stretta. È giunta l’ora delle catastrofi, dicono ovunque. Ma Donald Winnicott, nelle sue riflessioni su La paura del crollo, ha mostrato proprio che questa paura era quella di una catastrofe già avvenuta – ma non “sperimentata”, come egli dice. Ciò che è tanto temuto o rimosso in una tale paura ha già avuto luogo e, infatti, si ritrova ad essere cercato secondo un’anamnesi della paura. A proposito della speranza, bisognerebbe allora invertire lo schema di Winnicott e sostituire, alla “paura del crollo”, un modo di sperimentare il passato tale che, per il futuro, possa verificarsi il crollo della paura. È il compito del filosofo, dello storico o dell’antropologo riportare alla luce – dandolo a immaginare – questo modo di sperimentare un passato in maniera che doni al presente, in vista di un avvenire, il desiderio di fare il passo, di ricominciare. È giunto dunque il momento di non temere più le porte e di passare nonostante tutto.

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