Un laboratorio di clinica della crisi

“Sognare la terra -il troll nell’antropocene” uscito ora per Exòrma amplia e prosegue il lavoro del nostro lab mettendo ulteriormente a fuoco la crisi della modernità e dei suoi paradigmi violenti mentre emerge come clinica del presente e delle diseguaglianze ciò che Mbembe ha definito un ‘diritto al respiro’, un principio che riconnette al respiro della Terra e di tutto il vivente.

Già la pubblicazione del “lessico della crisi e del possibile – cento lemmi per praticare il presente” uscito nel settembre del 2019 per SEB27 dava voce a un lavoro di ricerca nella tensione condivisa di molti verso una clinica della crisi, che riassumeva i nuclei emergenti di un pensiero critico in movimento che sentiva l’urgenza di collegare le dinamiche dell’ineguaglianza on l’emergenza ambientale, svelandone le radici nella vis colonizzatrice, nella tensione irragionevole che collega progresso e profitto a breve termine e in molte altre declinazioni contemporanee dell’ inugaglianza. Rileggendolo emerge con forza la consapevolezza di una costellazione. Credo abbia senso allora riportare qui un po’ alla volta alcuni frammenti tratti dalle varie voci del Lessico.

INTRODUZIONE

«Per esplorare una diversa logica di “democrazia profonda”, di dibat­tito aperto, di intersezionalità e tolleranza delle differenze, penso alla necessità di ri-declinare “cromaticamente” nei colori delle diverse dif­ferenze/appartenenze l’affermazione di Simone Weil che chiamava “la prima radice”: «il dovere ineludibile verso l’umano». Affermazione da applicare oggi a tutto il “vivente” e all’ambiente che lo rende possibile.(…)

Oggi, in particolare si rafforza la consapevolezza che questo «dovere verso l’umano» si sta trasformando in dovere comune verso la sopravvi­venza della Terra. La consapevolezza dell’interdipendenza dei fenomeni esige una svolta radicale: – il “dovere” diventa la necessità sentita di coabitare il mondo a partire dalla comune vulnerabilità di tutti i viventi. (fabrice)

ACCELERAZIONISMO

Lévi-Strauss aveva intuito con precisione il cuore di tenebra dell’oc­cidente quando diceva che le società “calde” richiedono di aumentare costantemente la quantità di energia che ognuno può consumare. Ma la sottrazione di mondo, il famoso “deserto del reale”, irrompe a volte a turbare quanti optano per la scorciatoia del diniego (…)

Si potrebbe al contrario immaginare di «restare col danno», vivere nelle rovine del capitalismo, rifondare una dimensione relazionale a partire dalla co-vulnerabilità e includere in questa nuova coscienza anche la crescente vulnerabilità della Terra e anche il suo scontento. Vale allora ricordare la considerazione di René Char: «Oggi siamo più vicini alla catastrofe dell’allarme stesso e ciò significa che è giunta l’ora di ricomporre un equilibrio (bien-être) nella sventura, anche se ciò avesse l’apparente arroganza di un miracolo» (fabrice)

ANTROPOCENE/CAPITALOCENE

La soluzione della crisi climatica potrebbe solo passare da una radicale ridistribuzione del potere e della ricchezza globale, cosa che le grandi potenze imperiali non sono ovviamente disposte a considerare.

Per garantire la “crescita” nelle sue disuguaglianze estreme, per continuare a fare “business as usual” la crisi geoclimatica dev’essere negata. Sostituita dal buon vecchio conflitto tra nazioni per il dominio commerciale.

Il vero problema è che il reale della crisi confina con l’impensabile. Il grande mito transculturale della modernità ricombinava l’idea di cambiamenti epocali – secondo il modello delle grandi innovazioni tecno-scientifiche – e la fede nel fatto che gli effetti collaterali di questi cambiamenti potessero essere riassorbiti nell’evoluzione verso un radioso futuro “in ogni caso”. (fabrice)

APOCALISSI CULTURALI

Risucchiati nel vicolo cieco della depressione e dell’inerzia ipertecnologica, agiti da macchine e social networks, qual è il mondo che non vediamo, che non vogliamo più vedere e che stiamo, di fatto, cancellando?

Per capire dove vanno le apocalittiche di altre culture, di altri mondi, è necessario metterle sullo stesso piano delle nostre, metterle in causa insieme a quelle nelle quali siamo coinvolti, in modo da raggiungere una prospettiva più alta, che possa dischiudere un essere al mondo, «un essere-insieme progettabile per tutti» come scrisse de Martino in quella appendice. Per fare questo è necessario ripensare la crisi dell’epoca coloniale e della società che aveva prodotto quell’epoca. Incrociando la ricerca sulle apocalissi salvifiche con quella sulle apocalissi catastrofiche, senza speranza. Entrambe «affondano […] la loro radice ultima in una situazione comune, cioè nella stessa minaccia e disumanizzazione dell’umano che caratterizza l’ora che volge» (francesco)

APPENDIMENTO/DISAPPRENDIMENTO

Jacques Monod. Questi evidenziava come esista una «sorta di egotismo autoprotettivo di tutte le cose viventi», nel senso che queste tendono a selezionare piccole variazioni adattive visto che il Dna è relativamente stabile. E tuttavia, questa medesima tendenza alla stabilità condannerebbe gli organismi all’estinzione di fronte a eventi imprevedibili. In realtà, le possibilità di adattamento sono assai maggiori grazie a interazioni sistemiche complesse, e alla “riserva di divenire” che esse consentono. Le specie interagiscono e si modificano a vicenda per occupare nuove nicchie nella biosfera e ripristinare un ecosistema. Smentendo il mantra “un altro mondo è impossibile”, per la natura, il mutamento prende forma anche a partire da incidenti, più o meno felici. (Alessio)

CADUTA DEL CIELO

Basta leggere “La caduta del Cielo”, dello sciamano Davi Kopenawa, per capire quanto abbiamo da imparare dalla sensibilità indigena in relazione all’ambiente (…un libro) ricco di spunti e intuizioni che nutrono, si sedimentano e riemergono, nell’evocazione di un mondo altro in cui gli xapiri, gli spiriti dello sciamano – che impara a “divenire altro” – hanno a cuore l’equilibrio della foresta e del mondo. Se, per gli occidentali, “ecologia” è una parola alla moda, per gli Yanomami è la forma stessa della vita. “Omama è al centro di ciò che i bianchi chiamano ecologia. È vero! Molto prima che queste parole esistessero e che i bianchi cominciassero a parlarne tanto, erano già nostre anche se non le nominavamo allo stesso modo […] Nella foresta, noi esseri umani siamo l’ecologia. Ma anche gli xapiri (spiriti), la selvaggina, gli alberi, i fiumi, i pesci, il cielo, la pioggia, il vento e il sole…”(Loretta)

CARTOGRAFIE FUTURE

In questo nuovo regime climatico il mondo-oggetto diviene mondo-soggetto, capace di azione. Il cambiamento climatico e l’innalzamento della temperatura globale, hanno reso visibile l’azione di Gaia. Il mondo mostrandosi soggetto attivo e ibridato dall’azione umana, mette in di­scussione le nostre aspettative esistenziali (…)Se come scrive Donatella Di Cesare «prossimità non voluta e coabitazione non scelta sono le precondizioni dell’esistenza politica», nel Nuovo regime climatico che abitiamo, la Natura e i non-umani si impongono come soggetti dotati di esistenza politica, da cui l’umano dipende e con cui ri-negoziare alleanze per una nuova coabitazione. È però necessaria un’operazione di riconoscimento e di ricomposizione descrittiva del mondo nella sua vulnerabilità: si deve capire con chi si sta abitando, per decidere come co-abitare. L’uomo dell’Antropocene deve fare l’inventario del mondo, chiedendosi con chi, da chi dipende la propria sussistenza, con chi pensa di essere in lotta, con chi è disposto ad allearsi… solo passando per questo lavoro di immaginazione e di ricostruzione del comune, può sperare. (Elisa)

CITTÀ AFRICANE

Achille Mbembe le rappresenta come un crogiuolo vitale, malgrado i potentati, malgrado la miseria, malgrado le disuguaglianze. Un crogiuolo di afropolitanismo dove “circolano mondi” non sottomessi al “feticismo delle origini”, e in cui si inventano cultura, musica, imprevedibili ibridazioni e futuro, una possibile comunità in movimento sempre più decolonizzata. Ma le città africane sono anche contesti post-traumatici dove sovente si sopravvive in modalità fugaci, fantasmatiche, aggrappati a poche cose, identificandosi con l’istante e con i morti. Alcune città sopravvivono così, nel ritmo di un possibile impoverito ma mai privo di resistenza, anche sull’orlo dell’abisso. (Mauro)

(segue)

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