Per una Introduzione alla vita non fascista

Care e cari,

L’idea di un conformismo di sinistra (o disciplinare) ‘politicamente corretto’ non è solo di destra. Foucault usa il termine nella sua ‘introduzione a una vita non fascista’ (1977!) quando parla di quello stile obbligato del discorso politico che nel secolo scorso imponeva il riferimento obbligato a Freud, a Marx, allo strutturalismo. Foucault rifiuta però di immaginare un ‘nuovo’ quadro di riferimento che ‘spieghi tutto’ e faccia quadrare il cerchio, (seguendo il solito modello della sintesi a tutti i costi).
E ci invita a pensare il fascismo non solo a partire dai movimenti storici che hanno mobilitato le pulsioni delle masse, ma riflettendo sulla forma di quella pulsione che ci porta ad amare il potere, sul «fascismo che è in noi, che possiede i nostri spiriti e le nostre condotte quotidiane» e ci porta a «desiderare proprio la cosa che ci domina e ci sfrutta».
Seguendo le tracce di una diversa ‘arte’ del vivere non fascista Foucault enuncia una serie di punti che mi sembrano tuttora cruciali:

– In alternativa a ogni forma di discorso politico paranoico è possibile far crescere «l’azione, il pensiero e i desideri per proliferazione, giustapposizione e disgiunzione, anziché per suddivisione e gerarchizzazione piramidale».

– Per far questo è necessario affrancarsi da alcune categorie che fondano l’azione politica sul ‘Negativo’ «che il pensiero occidentale ha così a lungo sacralizzato come forma di potere e modo di accesso alla realtà». Questo modo inedito di pensare i processi – che Deleuze aveva tematizzato come ‘sintesi disgiuntiva’ – pone le basi per stare insieme nella differenza. E anche per contrapporsi in modo diverso alle derive del fascismo politico. E la bussola per Foucault – come per Arendt – è l’azione generativa (‘ciò che è produttivo’).

– Un altro punto mi sembra meriti di essere citato per intero ed è uno dei temi che attraversano il Lessico: «non crediate che si debba esser tristi per essere dei militanti, anche quando la cosa che si combatte è abominevole. È ciò che lega il desiderio alla realtà (e non la sua fuga nelle forme della rappresentazione) a possedere una forza rivoluzionaria». Pensate a quanto prevalga oggi la ‘fuga nelle forme della rappresentazione’ (‘i fotogrammi’) in contrasto a ciò che lega il desiderio (l’eros) alla realtà in modo sostenibile, vitale e trasformativo.

– Foucault conclude – contro la facile idea di una autonoma ‘individuazione’ umana – con un’affermazione che ha il sapore dell’ossimoro: l’individuo deve “disindividualizzarsi”, perché l’individuo stesso è un ‘prodotto del potere’ (in altre parole, la stessa soggettivazione mantiene l’imprinting dell’essere stati assoggettati). Questa frase meriterebbe una riflessione dialogale intensa.

La soluzione che pensa all’identità individuale come una monade sempre identica a sé stessa è una difesa ‘immunitaria’ del tutto obsoleta, e finisce sempre nella fonderia collettiva del mantra dei troll: ‘dire io significa rifiutare ogni trasformazione’. In questo senso identità e appartenenza non coincidono perché l’appartenenza può ampliarsi, differenziarsi, declinarsi su più registri fuori da dualismi e scelte binarie. «Il gruppo non deve essere il legame organico che unisce gli individui gerarchizzati, ma ciò che costantemente disinnesca i processi con cui il potere, si produce». Si tratta dunque di evitare la ricaduta in un sentimento egoico dove la con-fusione prevale sulla condivisione intersoggettva, in un grado zero dell’individualità, nel culto di qualcosa che ha il sapore della ‘rappresentazione’ e che evita il vero nodo: collegare il desiderio (l’eros) alla realtà per ampliare il campo del possibile, per ‘proliferare’ ‘giustapporre’ ‘differenziare’ (e per campare un po’ meglio).
La postfazione di Gianluca Solla al ‘lessico della crisi e del possibile’ darà ulteriore respiro a questi temi.

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